mercoledì 31 ottobre 2012

SCUOLA1 - VIALE DEL TRAMONTO



"Di fronte alla cattiveria e al grottesco della realtà, l'ironia è un modo di reagire, di farsi del bene" (D. Pennac)
Il vecchio preside, basso di statura (fisica e morale), burbero e dall’animo imbevuto di cattiveria, si trascinava stanco sulle gradinate del teatro, dove si era appena svolta una rappresentazione, seguita da un rinfresco.
Basso, nel suo metro e cinquantadue di statura, era solo come un cane, ma arzillo come sempre, dietro quegli occhialoni e l’aria arcigna, i capelli che sapevano di unto e la camminata claudicante. Fisicamente ripugnava a tutti. E poi era abituato a comandare lui. Ad averla sempre vinta. Sempre. Un fagotto di ossa stupide che voleva spadroneggiare sul mondo.
Era stato fatto fuori tante volte dal consiglio comunale perché gli altri arrampicatori ne avevano capito l’arrivismo e la smania di spadroneggiare su tutto e su tutti. E poi era un fatto noto che gli piacessero i ragazzini, a quel vecchio bavoso. Non ne faceva un gran mistero. Lo sapevano tutti. Una volta gli alunni della sua scuola gli avevano fatto una foto da dietro, mentre lui, nel suo metro e cinquantadue si protendeva romanticamente verso la faccia di un biondo ragazzo adolescente dagli occhi cerulei, e poi l’avevano messa su facebook. E poi l’avevano commentata nelle classi, ridendo e sghignazzando fra loro. Salvo poi fare la parte degli spolverini quando si trattava di mettere in cattiva luce questo o quel prof per via di qualche brutto voto o di una nota sul registro, dettata magari dal giocare a dadi lungo i corridoi o dal bere lattine di coca cola in classe, risucchiandone in contenuto durante le spiegazioni. Allora lui si ergeva a paladino della loro libertà e del loro diritto all’autodeterminazione. In quel caso il professore era un emerito cretino, degno di un processo come il peggiore dei criminali, ed il povero, compunto ragazzo, vittima della prepotenza dell’adulto. «Questa scuola è famosa per il trattamento a cui vengono sottoposti i professori», aveva detto una mamma ad un’insegnante arrivata lì quell’anno ed ignara del pettegolezzo da corridoio e della cattiveria giovanile e genitoriale, diretta a ricamare pure sulla virgola profferita dai poveri docenti, tutti egualmente ricattabili pur di estorcere la promozione dei propri mostruosi figlioli.
Note, richiami, urla, sguardi sprezzanti erano all’ordine del giorno, ed equamente distribuiti soprattutto tra le docenti, sì, proprio tra le donne, colpevoli di essere di quel sesso, e quindi, in un certo modo, anche se molto lontano, assomiglianti alla moglie che la sorte aveva attribuito al vecchio e incattivito preside. Quella specie di uomo che lo comandava a bacchetta sempre e comunque e che gli rendeva necessario uno sfogo di malvagità gratuita su chiunque incontrasse sul suo cammino. Che gli rendeva indispensabile pensare di dovere vincere sempre, e comunque, anche se lui, col suo denaro e con gli appoggi politici di cui godeva, in quarant’anni si era comperata una posizione sociale invidiabile, ma non il rispetto delle persone. Nemmeno di quegli alunni che andavano da lui per presentargli ogni sorta di ciarla di basso profilo, da lui presa come oro colato, purché si gettasse fango su qualsiasi malcapitato.
E poi era egocentrico. Doveva parlare sempre lui, lui doveva interloquire con i giornali cittadini, lui riempirsi la bocca di fandonie sulla scuola in pubbliche conferenze di uomini politici e funzionari venduti ai quali della scuola non gliene fregava nulla, lui a dover sapere, giudicare, mettere il naso nelle faccende di chiunque, fossero stati anche trenta secondi di ritardo per entrare in classe tra una lezione ed un’altra.
Una volta aveva beccato un cancro al sangue. Guarito. Miracolosamente. Neanche quella volta aveva finito di esistere e di togliere il disturbo che arrecava nel mondo.
Peggio il cancro all’anima, il livore e la malvagità che lo rodeva 24 ore su 24. Dev’essere come dice Platone: l’anima è indistruttibile, contrariamente al corpo.
Insomma, la situazione era così da fantascienza che lì, in quella scuola, ognuno faceva solo il suo lavoro, non fiatava ed a fine giornata andava a casa. Senza alcuna soddisfazione personale. Tanto lui, il meschinello, il povero infelice in preda alla smania continua di dimostrare il suo potere (ma, l’aveva mai avuto?), mobbizzava chiunque. Persino la suora. Persino la docente alle soglie della pensione, che diceva di aver ritrovato la fede dopo tutto quello che aveva dovuto patire con questo disgraziato. Eh sì, perché è lì, nei patimenti, che ti dici: dovrà finire una volta. Una si era beccata un bell’esaurimento nervoso da stress legato al mobbing sul luogo di lavoro. In decine, trattati da lui come emeriti imbecilli (chissà perché a certi soggetti non va mai bene nulla, anche se tu ti sforzassi di fare i miracoli per fare sempre meglio), si erano trasferiti in altre scuole nel corso degli anni.
Insomma, una vera e propria piaga. Uno che non ci dormiva la notte per rimuginare come rovinarti.
In questo clima di totale tristezza e demotivazione, il preside, che non era affatto un signore, era andato avanti per vent’anni. Rimediando incarichi qua e là. Portando sua moglie a mangiare ovunque e poi arraffando a fine pasto le pirofile dove ci fosse qualche avanzo di cibo allo scopo di portarle a casa. Prendendo plessi scolastici qua e là e andando a rompere di nuovo le scatole a quelli che, quando la misura della sopportazione era colma, lo avevano abbandonato per altre scuole. Non solo non dava spazio a nessuno, il nostro eroe, ma rendeva la vita impossibile a tutti. E tutti sapevano benissimo che una denuncia, anche di gruppo, sarebbe stata fatale per la salute e per la carriera di chiunque. Allora non restava che abbozzare. O assecondarlo, come si fa coi pazzi. E lui era proprio questo.
Un bel giorno che era inverno al preside arrivò un rinvio a giudizio. L’accusa era di malversazione, cioè di essersi appropriato del denaro di quell’ente di formazione regionale in cui lui faceva parte del consiglio di amministrazione.
Il vecchio bavoso sta per andare in pensione e questa, dopo una vita di scorrettezze non pagate, non se l’aspettava. ‘Dio punisce lentamente’, recita il proverbio.
Forse non andrà in galera, perché la burocrazia vince anche sulla giustizia, ma la sua punizione l’ha già avuta.
E’ già stato dimenticato da tutti.

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