sabato 11 febbraio 2023

SANDY MARTON: «MI SCOPRI' CECCHETTO A CASA DI DE MITA»

(Fonte: Corriere della Sera)

Sandy Marton: «Mi scoprì Cecchetto a casa di De Mita». Den Harrow: «Non cantavo, ci mettevo solo l’immagine»: parlano i reduci della Disco anni 8o

di Renato Franco

«Milioni di dischi venduti, soldi, donne e poi... la rovina». Ma forse non è finita. Gazebo: «Ho venduto 8 milioni di copie ma il successo è durato poco. Però all’ultimo concerto di quest’anno erano in 38 mila». Johnson Righeira: «Ho sperperato tutto»

Sandy Marton: «Mi scoprì Cecchetto a casa di De Mita». Den Harrow: «Non cantavo, ci mettevo solo l’immagine»: parlano i reduci della Disco anni 8o

Sandy Marton ai tempi dei suoi successi negli Anni Ottanta. Oggi ha 63 anni

Una curiosità legata a Sanremo: Sandy Marton, scoperto come racconta da Claudio Cecchetto, fece la sua prima comparsa in pubblico come ballerino del «Gioca Jouer» nel Festival del 1981. L’anno successivo tornò a Sanremo presentato da Cecchetto come ‘Steve Mustafa’, a capo di un corpo di ballo che accompagnava il suo nuovo singolo «Ska Chou Chou». Arrivò al successo come Sandy Marton nel 1984 con il brano «People from Ibiza».

Sulle ceneri degli Anni di Piombo nasce il cinepanettone: in queste due immagini — da una parte il ragazzo piegato sulle gambe, passamontagna e pistola in pugno; dall’altra gli yuppie che vestono griffato — c’è la sintesi iconografica del passaggio dagli Anni 70 agli Anni 80 con le grandi manifestazioni di piazza che si spostano sempre più frequentemente in discoteca. Fine dell’impegno. Vincono il consumismo, la superficialità, l’edonismo: soldi, carriera, look e aerobica sono i punti cardinali di una nuova epoca. La parabola di Ronald Reagan è esemplare: da attore a presidente degli Stati Uniti. Roberto D’Agostino scriveva: «Oggi, in piena civiltà dell’immagine, si è imposto un nuovo concetto, un nuovo effetto speciale, quello dell’apparire. Ognuno cerca di esibire quel mosaico di informazioni visive chiamato look. Attraverso un look l’uomo può evadere dall’universo ripetitivo della quotidianità dove ognuno assomiglia a chiunque altro, per scacciare l’ossessione più insopportabile di questi Anni 80: essere perdenti, non riscuotere il successo sociale, cadere nel cono d’ombra del banale quotidiano». È la Milano da bere e da ballare. L’italo dance vive una stagione irripetibile, successi clamorosi che in un decennio diventano meteore. Poi come un fiume carsico tutto ritorna a galla, il revival riporta popolarità a gente dimenticata.

SANDY MARTON: «ERO A UNA FESTA DI DE MITA, TUTTE LE DONNE MI VENIVANO INCONTRO. C’ERA CECCHETTO CHE MI CHIESE: “E TU CHI C...O SEI?”. COSÌ È COMINCIATA»

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I fratelli Righeira all’epoca del loro tormentone estivo «Vamos a la play»

I nomi sono esotici: Righeira, Gazebo, Ryan Paris, Sandy Marton, Den Harrow. Sandy Marton oggi ha 63 anni e vive a Ibiza, l’isola che l’ha fatto conoscere in tutto il mondo, chi se non lui poteva essere People from Ibiza ? «Sono arrivato a Milano all’inizio degli Anni 80 per studiare design — racconta in un italiano dalle ascendenze balcaniche (è nato a Zagabria) —, non cercavo di essere una rockstar: è stato tutto una grande sorpresa e una grande figata». La svolta ha il nome di Claudio Cecchetto: «Era Capodanno, ero a una festa a casa di De Mita, c’era un salone enorme e a un certo punto sono entrato nella cabina dove Claudio faceva il dj. Non voglio fare il figo ma tutte le donne si sono girate a guardarmi. Claudio mi osserva e mi fa: e tu chi cazzo sei? Avevo 20 anni, ero sbarbato, avevo i capelli lunghi e da lì è cominciato tutto. Il segreto si chiama culo». Il successo lo travolge per la prima volta in piazza Duomo a Milano: «Ero con un amico croato, ci hanno assaltato un centinaio di ragazze, non capivo nemmeno quello che succedeva, mi sono chiuso in una farmacia per due ore senza poter uscire, lì ho capito che era accaduto qualcosa di incredibile».

Tanta musica, tantissime donne. Quante?
«Tutte quelle che ho potuto. Non tanto le fan, piu che altro mi broccolavo le collaboratrici, le conduttrici...». A un certo punto è sparito, ma la sua parabola è un’eccezione rispetto ad altre meteore di successo di quell’epoca: «Ho fatto tre hit e ogni volta ne chiedevano una nuova, mi sembrava di lavorare in banca. Io sono così, sono fuori di testa, nessuno l’avrebbe fatto di mollare di botto ma io ero annoiato. Sono andato a Parigi dove ho speso tutti i soldi, per questo non ricordo volentieri gli Anni 90...».

La spesa più folle?
«Ho fatto milioni di cazzate... appena arrivato a Parigi ho comprato la Harley-Davidson più cara che c’era». Ibiza l’aveva scoperta in tempi non sospetti: «Un amico pizzaiolo mi diceva sempre: devi andare a Ibiza! Io non sapevo nemmeno dov’era. Avevo 400 mila lire in tasca e sono rimasto lì 6 mesi. Oggi vivo qua e sto da Dio, sono come un “pensionista”, poi faccio serate o ospitate tv. Non mi sono sposato ma ho qualche amica...».

RYAN PARIS: «DISSI A MIA MAMMA “HO FATTO UNA CANZONE CHE VENDERÀ 1 MILIONE DI COPIE”, NE HO VENDUTI 5. FACCIO ANCORA CONCERTI, ALL’ESTERO PERÒ»

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Paul Mazzolini (anche lui 63 anni) tutti lo conoscono come Gazebo e per I Like Chopin 8 milioni di copie vendute. La cantano ancora oggi tutti, da Tokyo a Rio: «Senza nemmeno fare gavetta a 20 anni mi sono ritrovato proiettato al successo, il primo disco subito in vetta. È stato un decennio fantastico, la voglia di scrollarsi di dosso i problemi e cercare di vivere in modo più superficiale, più ludico». Una popolarità imprevista e inaspettata: «Io da piccolo volevo fare il chitarrista in una band, non avevo intenzione di fare il frontman, ma puntualmente ogni gruppo a cui mi proponevo mi bocciava come chitarrista e mi promuoveva come leader. L’ironia della mia vita è che sono un chitarrista fallito e un cantante per caso... Da adolescente ero un rockettaro sovrappeso, capelli lunghi, il classico improbabile per le ragazzine. Poi mi sono ritrovato a interpretare il personaggio dei miei testi, con un’immagine alla Grande Gatsby, circondato da un pubblico di sbarbatine che mi mandavano montagne di lettere».

Il boom e poi il calo: «Io ho smesso di avere quell’enorme successo già dal secondo album, che era molto meno commerciale. Per noi artisti di quell’epoca gli Anni 90 sono stati come l’AntiCristo, tutto quello che veniva da noi era demodé, faceva schifo, la dance soppiantata dalla house, il rock patinato sostituito dal grunge... io avevo uno studio di registrazione e in quegli anni ho fatto la gavetta che non avevo fatto prima». Dopo il buio di nuovo la luce: «Festival e concerti, la risposta del pubblico è tornata grande». A Düsseldorf settimana scorsa c’erano 38 mila a cantare il suo ritornello. Un rimpianto? L’ironia non gli manca... «Se avessi saputo di chiamarmi Gazebo per il resto della mia vita ci avrei pensato due volte...».

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Fabio Roscioli, che oggi ha 69 anni, in una foto di quando era Ryan Paris (Getty)

Il quasi 70enne Fabio Roscioli è Ryan Paris, la sua hit «Dolce Vita»: «Lo sapevo che avrebbe spaccato, la ascoltai, tornai a casa e feci un salto. A mia mamma dissi: canterò una canzone che venderà un milione di copie. Invece ne ha venduti più di cinque... Di quel periodo ricordo le litigate con la fidanzata, una volta la portai in Spagna e mi ritrovò in camerino con 50 donne». Per lui come per tutti i 90 sono la peste: «Sono stati anni duri, un periodo nero economicamente. Poi è ricominciata. Oggi faccio concerti in Spagna, Francia, Germania».

Cosa le manca degli 80?
«Niente. Lavoro più di prima, a parte in Italia dove nessuno è mai profeta. All’estero grazie a Dolce Vita sono considerato una superstar: c’è gente che si è sposata con la mia canzone, coppie che hanno chiamato i figli Ryan come me. È meraviglioso. Ogni volta che la canto volo, ancora adesso».

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I Righeira (da sinistra Johnson e Michael, Stefano Righi e Stefano Rota) giunsero al successo con «Vamos a la playa». Oggi hanno 62 e 61 anni

Stefano Righi e Stefano Rota. Così due sconosciuti, ma famosissimi come Johnson e Michael Righeira, la coppia che con due canzoni — Vamos a la playa L’estate sta finendo — ha vissuto una parabola eterna durata due sole stagioni. Ricorda Johnson Righeira: «Vamos a la playa era sì una canzone da spiaggia ma postatomica, immaginava uno scenario apocalittico fatto di bombe, radiazioni, mare contaminato. I fratelli La Bionda divennero i nostri produttori, ci presero sotto la loro ala e intuirono il potenziale del brano. La mia versione però era molto più dark, new wave, molto cupa, l’idea era il contrasto tra l’andare in spiaggia e le bombe che esplodevano; loro la resero molto più solare, tanto che del testo non si è parlato per molti anni, nessuno ci ha fatto caso, è stato oscurato dalla melodia».

Come ha vissuto quello schiaffo improvviso di popolarità?
«Con estrema incoscienza: sono passato dal non avere una lira a poter prendere aerei e taxi senza pensarci, potevo scegliere gli alberghi più belli, vivevo nei residence. Ho buttato via un sacco di soldi. Non ho la minima idea di quanto ho sperperato, anche perché non so neanche quello che ho guadagnato». Oggi lui continua a fare serate, ma nel frattempo la coppia è scoppiata: «Con Stefano c’è stato un progressivo allontanamento culminato in una lite che ha sancito la separazione. Da tempo non ci sentiamo più».

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Stefano Zandri, oggi 60 anni, fotografato negli Anni 80 quando è diventato Den Harrow: «Quando ballavo intorno a me la gente si metteva in cerchio a guardarmi»

Vuoi mettere l’efficacia british dello pseudonimo Den Harrow rispetto all’autoctono Stefano Zandri (60 anni) da Nova Milanese e cresciuto a Bresso?: «La musica è arrivata per caso. Ero un brutto anatroccolo che da adolescente si è trasformato in un bel ragazzino, frequentavo le discoteche e quando ballavo intorno a me la gente si metteva in cerchio a guardarmi». La sua storia è incredibile perché ha successo con canzoni (Mad Desire, Future Brain, Don’t Break My Heart ...) che non canta lui: «Negli Anni 80 funzionava così, c’erano personaggi che prestavano solo l’immagine. Era la prassi, io avevo 19 anni ed ero facilmente “corruttibile”. A 30 anni mi ritrovai con brani cantati da 7 voci diverse senza che nessuno se ne fosse accorto». A un certo punto decide di dire basta: «Ero frustrato, mi sentivo di prendere per il culo la gente». Finisce che rimane senza soldi e parte per l’America. Poi insieme agli Anni 80 torna in auge pure lui. Da tempo vive a Malaga: «Faccio tantissime serate, ma oggi posso anche permettermi di non lavorare».

Un decennio passato e ritornato, che nessuno di loro però sembra rimpiangere. A Sandy Marton la popolarità degli Anni 80 non manca: «Ricordo una sera in discoteca: dal palco al camerino c’erano 30 metri e 6.000 ragazzine: mi hanno strappato tutto in un secondo, sono arrivato completamente nudo in camerino. Va bene qualche anno, ma quella pazzia non mi manca in assoluto. Oggi le mie fan sono le mamme e le nonne...».

7 febbraio 2023 (modifica il 7 febbraio 2023 | 10:43)

mercoledì 8 febbraio 2023

SALI - ANNA OXA

"È una cosa che non si può descrivere, professionalità ai massimi livelli un controllo vocale perfetto solo i più bravi si possono permettere di gestire la voce come ha fatto lei è una canzone molto complessa siamo a livelli veramente stellari anche gli altri molto bravi ma da lei hanno solo da imparare, questa canzone ti porta in un' altra dimensione ti alzi da terra e ti ritrovi in volo, grazie Anna".


"Quest'artista è inarrivabile, irraggiungibile
La sua voce è una dolce melodia che ha la potenza del cielo
Resterà in eterno".


"Stupenda la sua voce, è vibrante ed espressiva, su un brano che è una perla, una preghiera e un monito per l'umanità".


"Assolutamente sì, riascoltata stamattina attentamente, dentro un grido consapevole, verso una società da tempo fuori equilibrio, stordita e vuota, che se vorrà salvarsi dovrà "Salire" davvero, per riemergere da questo inferno... .Lei è stupenda per come usa la voce oggi, nel suo percorso artistico, tutto il resto sono solo noiose chiacchiere da bar..."


"Brano vero, sentito, ascensionale. Un grido dell'anima.
Anna Oxa, diva intramontabile, sei riuscita a inneggiare la verità con una potenza conturbante e penetrante.
Attraverso il tuo abito e il tuo trucco hai espresso pienamente il senso più intimo del tuo brano: esso riflette infatti un mondo in rovina che grida con tutta l'anima al divino, alla sua vera casa, per ritornarvi e anelare alla verità della sua essenza.
Diva, ribadisco, diva vera Anna Oxa. Tu che hai puntato alla trasmissione sincera di un messaggio, piuttosto che alla "vittoria".
La storia ti ringrazierà".


mercoledì 1 febbraio 2023

PROFESSORI IN FUGA DAL MONDO DELLA SCUOLA

 La scuola di oggi invoglia solo a fuggire. Per questo, con sollievo, ho salutato quel mondo

Il Fatto Quotidiano

Il desiderio di insegnare a scuola lo coltivavo fin dagli anni dell’università e quando lo confessavo i futuri colleghi musicologi non esitavano a prendermi quasi in giro: “E che fai con 1.400 euro al mese?”. Questa la prima, non proprio irragionevole, obiezione. Come dargli torto, ma come darlo al tempo stesso a una vocazione quasi genetica? Professori scolastici, prima di me, i genitori, il nonno e i bisnonni: praticamente un predestinato che della scuola aveva avuto però una narrazione ben più rosea e felice dell’ambiente che in prima persona avrebbe sperimentato. Un’idea di scuola mutuata soprattutto dal rispetto che l’ambiente cittadino aveva sempre avuto per il professore Nicola Cerminara, il nonno docente di italiano, latino e greco che, pluripremiato poeta, lungo una vita di onorata carriera scolastica aveva tenuto privatamente a docenza un indescrivibile numero di studenti, talmente tanti da dedicarvi le intere stagioni estive raggiungendo la famiglia, in villeggiatura al mare, i soli fine settimana.

L’idea, dunque, di una scuola nella quale il docente era una figura quasi mitologica, un essere superiore al quale portare un rispetto incondizionato; una scuola nella quale le famiglie, mettendovi raramente piede nei soli giorni comandati, temevano e al contempo rispettavano il giudizio del professore; una scuola in cui era normale e automatico alzarsi in piedi all’ingresso del docente. Andare alla cattedra quando interrogati e temere la reazione dei genitori se rimproverati, impreparati o addirittura rimandati: esercizio inutile immaginarsela nel malaugurato caso in cui si fosse stati bocciati. Nel frattempo, però, oltre la scuola stessa, martoriata da venti e più anni di scellerate schiforme, è radicalmente cambiata la società tutta.

Un cambiamento, quello a cui l’Italia è andata incontro negli ultimi decenni, che porta la firma del galoppante consumismo, di leggi di mercato e di un intero mondo nel quale, impietosamente, è il valore economico a indicare quello umano: vali quanto guadagni, ne più ne meno. E in una società in cui l’inflazione galoppa e gli stipendi dei docenti restano per interi decenni al palo, gli stessi, con un potere d’acquisto ridotto all’osso, diventano di colpo i proletari dell’intelletto. I poveri cristi su cui scaricare le frustrazioni e i fallimenti di ogni sogno infranto, di ogni sfumata illusione, di una società malata e moralmente compromessa. Pian pianino, senza quasi rendercene conto, i giornali hanno iniziato a riempirsi di titoli e titoloni su vessazioni, abusi e maltrattamenti che docenti di ogni ordine, grado e latitudine subiscono oramai quotidianamente da alunni e genitori.

Clienti, esattamente clienti e nulla più, di quelli che la scuola dell’autonomia, quella voluta da ogni sorta di governo succedutosi negli ultimi 25 anni nutre l’inconfessato terrore di perdere: badare alle iscrizioni, sanno bene i dirigenti, che solo quelle garantiscono la tenuta economica dell’istituto. Ed è così che l’insegnamento da valore si è ridotto a servizio, di quelli che devono innanzitutto rispettare il gradimento dell’utenza. Un’utenza non adeguatamente informata sul fatto che i livelli di apprendimento dei più diretti fruitori, gli alunni, dalle eccellenze di una scuola un tempo invidiabile, modello di caratura internazionale sono drasticamente crollati ai numeri degli annuali rapporti Invalsi: giovani diplomandi troppo spesso incapaci a comprendere un testo, a far di conto, ad affrontare un’interrogazione comodamente seduti al proprio banco, senza un libro o un quaderno spalancato sotto gli occhi.

Intere generazioni a cui lo Stato, le dirigenze e l’intero sistema dell’istruzione ha gradualmente sottratto il diritto all’apprendimento, alla crescita e alla formazione, migliaia e migliaia di giovani riempiti come scatole vuote di progetti, progettini ed educazioni civiche che di civico hanno il solo numero della scuola presso cui vengono erogate, come anche mille altre attività dal solo effetto, o più cinicamente scopo, di impedire una sana azione didattica, di portare a termine il programma annuale, di fornire loro gli adeguati strumenti per non soccombere in una società sempre più complessa, articolata, veloce e spietata.

Una scuola troppo spesso ridotta a parcheggio dell’infanzia, in ambienti e strutture troppo eufemisticamente inadeguate; una scuola in cui c’è una chat per ogni cosa, di classe, di dipartimento, di plesso, d’istituto, di educazione civica, di sostegno, d’esame, chat di ogni tipo per messaggi che, in barba a qualsiasi diritto alla disconnessione, giungono a ogni ora di ogni giorno: inutile opporsi, anche le circolari ormai si veicolano via chat; una scuola che si dimentica di premiare i docenti più culturalmente meritevoli e che baratta il principio meritocratico con logiche d’ordine aziendale, dove il docente meritevole è quello non culturalmente aggiornato, avanzato, progredito, ma quello che prende parte a tutti i corsi di formazione possibili, di quelli che con le materie di studio, con la didattica non c’entrano nulla, ma vanno altresì ad alimentare giri economici e potentati di non poco conto; una scuola che andrebbe rinnovata dalle fondamenta, ma i cui fondi per farlo vengono dirottati verso gli istituti privati; una scuola che invoglia solo a fuggire e che personalmente, trasferendomi a tempo pieno in conservatorio, con sollievo ho salutato a partire dal primo gennaio del 2023. Una sconfitta collettiva di cui prendere sempre più diffusamente atto, senza che venga a ricordarcelo una mamma finlandese o l’ennesimo docente maltrattato.

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