sabato 3 agosto 2019

IL FALLIMENTO DELLA SCUOLA VOCATA AL "SUCCESSO FORMATIVO"

Già da diverso tempo acuti osservatori hanno evidenziato la deriva economicistica della scuola odierna, trasformatasi da luogo di formazione a luogo di produzione e scambio. Ne cito, per la cronaca, solo qualcuno: Martha Nussbaum, Maurizio Bettini, Susanna Tamaro, Dacia Maraini, Massimo Recalcati.
Proprio Recalcati (Insegnanti non scendete dalla cattedra, “Repubblica”, 24 luglio 2019) al riguardo scrive:

È il fondamento umanistico irrinunciabile della nostra cultura che oggi rischiamo di dimenticare attratti dalle illusioni scientiste che hanno sospinto di fatto la Scuola verso l’azienda e l’impresa snaturando la sua vocazione autenticamente formativa. L’importazione di lemmi economicistici (debiti, crediti, assessment, ecc.) unita alla colonizzazione della lingua inglese, non sono sintomi marginali ma rivelano la nostra subordinazione ad una “neolingua” che ha smarrito ogni spessore enigmatico. Gli insegnanti dovrebbero invece difendere il carattere epico della parola. 

Più chiaro di così...
Il declino culturale è reale, tristemente diffuso e percepibile.
E' il fallimento di una scuola, non più agenzia educativa, ma commerciale, dove l'inclusione a tutti i costi impedisce di bocciare e fare selezione e nella quale ci si riempie la bocca di "successo formativo" (altro lemma preso dal lessico economico-aziendalistico) per alimentare il narcisismo di presidi e dirigenti vari, trasformatisi in capitani d'azienda e come tali interessati ai numeri ed a mettersi in mostra con l'utenza, mentre la reale formazione dei giovani e l'apprendimento sostanzioso vanno a farsi benedire.
Mala tempora...


lunedì 22 luglio 2019

BAGLIORI DI LUCE A TORINO

   In questa foto di TorinoDigitale, le due Chiese Gemelle a Torino, in Piazza San Carlo. 
   A sinistra la chiesa di Santa Cristina, fatta erigere nel 1639 per volere di Maria Cristina di Francia, moglie di Vittorio Amedeo I di Savoia, principessa di Francia e duchessa di Savoia. Fu progettata da Carlo di Castellamonte e proseguita dopo la morte di quest’ultimo dal figlio, Amedeo. La bellissima facciata, edificata tra il 1715 e il 1718, è invece opera di Filippo Juvarra. Nell'Ottocento era conosciuta come la “chiesa delle Serve”, perché la messa domenicale del pomeriggio era frequentata dalle donne al servizio delle famiglie nobili e ricche del quartiere.
   A destra la chiesa di San Carlo Borromeo, più antica, in quanto costruita nel 1619 per volontà di Carlo Emanuele I di Savoia, il quale, dopo il suo pellegrinaggio a piedi a Torino, per andare a vedere la Sacra Sindone, guidò la lista degli edifici voluti dai Savoia per la trasformazione in stile barocco della città.

sabato 20 luglio 2019

GREGORETTI, CAMILLERI, DE CRESCENZO: ADDIO A TRE GRANDI

Nello spazio di breve tempo l'uno dall'altro sono andati via tre protagonisti della scena culturale italiana: il regista romano Ugo Gregoretti, lo scrittore siciliano Andrea Camilleri e l'ingegnere-scrittore-regista napoletano Luciano De Crescenzo. 
Volti e vite troppo note perché vengano raccontate ancora nell'ambito di questo blog.
Tre protagonisti della cultura italiana a cavallo tra il XX e XXI secolo. Morti tutti novantenni. Vuoi vedere che la cultura allunga la vita?
Con loro se ne vanno tre immense personalità, appartenenti ad una generazione di uomini colti, forti, signorili. Che con passione, lavoro, talento, tanto hanno prodotto e tanto hanno dato all'Italia. Attirandosi, non poche volte, feroci invidie e sospetti. 
E' il destino dei grandi.
Non sapevano cosa fossero i selfie e cosa fossero gli "influencer". Non invadevano la scena televisiva e mediatica in genere con la loro presenza. 
Quando la "società liquida" non aveva ancora prodotto immagini, testi, foto, video e quant'altro, risucchiato nel gorgo mediatico con la stessa febbrile voracità con cui tutte queste cose sono state prodotte, questi uomini appartenenti ad una generazione lontana da quella attuale ha dato vita a parole, libri, trasmissioni, canzoni e film che ormai sono entrati nel patrimonio culturale.
Di tutta questa truppa di influencer e dei loro selfie non sappiamo cosa rimarrà. E' facile prevederlo.
Di tre grandi uomini, tre intellettuali e artisti di razza, resta oggi il loro esempio ed i loro preziosi insegnamenti.


Nella foto di Giovanni De Noia, Luciano De Crescenzo ospite al Circolo Fotografico Sannita

giovedì 4 luglio 2019

MORTO LEE IACOCCA, ICONA DELL'INDUSTRIA AUTOMOBILISTICA

Aveva 94 anni il re dell'automobile, il leggendario Lee Iacocca, originario di San Marco dei Cavoti (BN), figlio di emigrati, l'uomo che alla Ford lanciò la Mustang e che poi ha salvato miracolosamente la Chrysler dalla bancarotta.
La sua autobiografia, stampata da Sperling Paperblack in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria di San Marco dei Cavoti, il 6 e 7 settembre 1997, vendette sette milioni di copie. In essa mister Iacocca scriveva:

Nicola Iacocca, mio padre, giunse in America nel 1902 all’età di 12 anni, povero, solo e impaurito. Mentre la nave entrava nel porto di New York, vide la statua della Libertà, il grande simbolo di milioni di emigranti. Al suo secondo viaggio, quando rivide la statua, era cittadino americano e aveva con sé la madre, una giovane moglie e tanta speranza. Per Nicola e Antonietta
l’America era la terra della libertà, libertà di diventare qualsiasi cosa si fosse voluto.


Dopo una laurea in ingegneria e un master alla Princeton University, Lee, il cui vero nome era Lido Antony, nel 1946 viene assunto alla Ford e ne diventa presidente nel 1970. Nel 1978 viene licenziato in tronco da Henry Ford III, in parte per il fallimento della Pinto e in parte per divergenze caratteriali. Lee non glielo perdona. Si rimbocca le maniche e si mette a capo della Chrysler, la terza industria di Detroit, che è sull'orlo del fallimento. Ne diventa presidente con uno stipendio simbolico di un dollaro all' anno (ma anche tanti bonus legati alla performance di borsa). Riesce in uno dei salvataggi più insperati della storia dell'umanità. Riporta in attivo i conti in rosso dell'azienda. Diventa una celebrità apparendo personalmente negli spot della Chrysler, nei quali sottolinea l'importanza della "qualità, del duro lavoro e dell'impegno: le cose su cui è stata costruita l'America". Si ritira a vita privata nel 1993, dopo 46 anni passati nell'industria dell'automobile, cedendo il suo posto. In questa occasione ebbe a dire: "Nessuno può essere un cow-boy per tutta la vita, neanche io".
Nelle sue memorie rivela di aver tentato il suicidio almeno un paio di volte. E' stato sposato tre volte. 
A San Marco dei Cavoti, paese di origine dei suoi genitori, gli è intitolata una Fondazione che ogni anno eroga tre borse di studio a professionisti e laureandi campani.

San Marco dei Cavoti 

mercoledì 15 maggio 2019

IL CONFORMISMO DI TOLSTOJ E QUELLO DI OGGI

La rivoluzione culturale della modernità e gli slogan sessantottini sulla ‘liberazione’ hanno in realtà liberato ben poco. Alla forza positiva della morale hanno sostituito quella negativa della moda. Il conformismo di oggi è infatti peggiore di quello descritto da Tolstoj: liquido ed effimero, non è in grado di dare alcun punto di riferimento ma solo distrazioni dall’unica certezza. Non sono forse la morte e il suo significato gli unici tabù oggi rimasti? Persino nei sermoni dei preti sono spariti concetti come la dannazione e il senso redentivo del dolore, in favore di una versione annacquata, modernizzata ed eretica di quel che resta del cristianesimo occidentale.

lunedì 25 marzo 2019

UN MAGICO PIANOFORTE AL CASTELLO DI GESUALDO (AV)


ADDIO A RAFI EITAN, L'UOMO CHE CATTURO' ADOLF EICHMANN




Il 23 marzo 2019 all’età di 92 anni si è spento Rafi Eitan, l’artefice della cattura di Adolf Eichmann, l’esponente delle SS responsabile della morte di milioni di Ebrei, il quale, fuggito in Argentina, fu qui catturato nel 1960 e quindi processato e condannato a morte per impiccagione, nel 1962.
La sua cattura fu possibile grazie all’azione dei leggendari servizi segreti israeliani (il Mossad), di cui Eitan era componente, anche se definirlo semplicemente una spia dell’intelligence israelita è piuttosto riduttivo, dal momento che egli fu molto di più. La sua scomparsa è stata salutata con cordoglio e con sentimenti di gratitudine dal popolo d’Israele. Un eroe, anche se non aveva nulla del fascino che l’immaginario collettivo attribuisce agli 007. Rafi Eitan era infatti un uomo minuto dal viso rotondo e dagli occhiali spessi, appena avvizzito dall’età e dall’apparenza finanche fragile. Eitan era la «master spy», la «spia delle spie» con all’attivo centinaia di operazioni portate a termine. La più famosa è stata quella di Eichmann. Lui, però, minimizzava. Diceva infatti: «è stata una delle più semplici. Magari fossero state tutte così: incroci un uomo per strada, gli metti una mano sulla spalla, gli placchi la testa, ed è fatta».
Rafi Eitan era mato a Ein Harold, un kibbutz a nord di Israele, da una famiglia di immigrati russi. Aveva frequentato la scuola agricola e per qualche tempo anche la London School of Economics. Aveva quindi aderito al Palmach, il movimento di Resistenza armata agli inglesi che nel 1948 diventerà l’esercito del neonato stato ebraico. Aveva partecipato ad un’operazione per liberare un gruppo di profughi ebrei sopravvissuti alla Shoah, che il governo inglese aveva fatto rinchiudere nel campo di raccolta di Atlit. Durante la Seconda Guerra Mondiale aveva partecipato ad una serie di operazioni legate all’immigrazione clandestina degli ebrei dall’Europa nella Palestina mandataria. Aveva poi combattuto nella guerra di Indipendenza d’Israele, nel 1947-48, rimanendo ferito.
Soldato, stratega, politico, ministro e consulente governativo, nonché uomo d’affari, Rafi Eitan poteva contare su un’intelligenza fuori dall’ordinario e su un formidabile intuito, sempre guidato, in tutte le sue operazioni, dal dovere morale di mantenere in sicurezza il popolo d’Israele. La cattura di Eichmann, alla fine, non era indispensabile alla sopravvivenza di Israele, ma era un dovere morale compierla, e Rafi Eitan sapeva di esserne capace. Insomma, un uomo eccezionale, mai desideroso della ribalta, che, anzi, ha sempre preferito rimanere nell’ombra di una normalità che era solo apparente.

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