martedì 28 giugno 2011

IL MONTE FERIE DEGLI ITALIANI CHE SBALORDISCE GLI AMERICANI

(La Stampa, 28 gigugno 2011) - Caro Direttore, i lavoratori italiani usufruiscono in media di 26 giorni di ferie all’anno, contro i 25 dei giapponesi, i 23 degli inglesi, i 21 dei canadesi e i 12 degli statunitensi. Negli Usa uno statale neo assunto ha diritto a 13 giorni di ferie, e 13 di malattia, all’anno; con 10 anni di anzianità i giorni diventano 19. I privati sono ancora più svantaggiati: a causa dell’esasperata concorrenza e del timore di perdere il posto non tutti i giorni di ferie di cui si avrebbe diritto vengono goduti. Per uno straniero le ferie degli italiani devono sembrare qualcosa di veramente esotico: ogni occasione è buona per partire, lo studio dei calendari implica nozioni di scienza delle costruzioni dei ponti, in molte conversazioni l’argomento principale diventa la vacanza, i mezzi di informazione d’estate sembrano non aver altro argomento che le vacanze con relativi esodi e controesodi.
MAURO LUGLIO MONFALCONE

Sono contento di vivere in un Paese in cui le ferie sono considerate una parte importante della vita, perché sono un momento fondamentale per stare con la famiglia, gli amici, per riposarsi, per viaggiare, per imparare e per leggere.
Mi ha sempre spaventato il numero esiguo di vacanze che fanno negli Stati Uniti, anche se c’è da considerare che gli americani hanno molte festività di lunedì che permettono weekend lunghi. Ma è verissimo che ogni volta che parli agli americani di quanti giorni di ferie abbiamo noi in Italia ti guardano sbalorditi.
Il problema non è quanto ci si riposa ma quanto poi si è presenti e appassionati quando si lavora.

MARIO CALABRESI

domenica 26 giugno 2011

FRANCO DEL MORO, UN EDITORE FUORI DAGLI SCHEMI



Franco Del Moro vive a Murazzano (CN), dove ha una cascina nella quale si è ritirato, stanco della frenetica vita milanese. E' titolare delle edizioni Ellin Selae. In questa intervista - da gustare - Del Moro afferma cose di grande attualità.

VOLETE FARE GIORNALISMO? ARRANGIATEVI

(Sanniopress) - Volete praticare il giornalismo? Arrangiatevi. Questa è l’unica risposta seria che si può dare a chi vuole fare – sarebbe meglio dire: essere – giornalista. Se volete la prova di quanto dico potete fare un esperimento. Provate a intervistare dieci giornalisti e ponete loro la seguente domanda: “Come sei diventato giornalista?”. Avrete dieci risposte diverse. Ci sarà chi dirà che tutto è iniziato per caso. Ci sarà quello che dirà che ha iniziato facendo il fattorino. Quello che scriveva per sport di sport. Poi, forse, troverete anche qualcuno che vi dirà che ha frequentato la “scuola di giornalismo”, ma poi ha conquistato il contratto di assunzione pezzo su pezzo, notizia su notizia.

La figura del giornalista è irregolare, da sempre. Volerla sottoporre a delle regole certe non è un’illusione. E’ un’insensatezza. Il caso dell’ennesima “scuola di giornalismo” – la si vorrebbe ad Avellino e sarebbe intitolata alla memoria di Biagio Agnes – ha un merito: non solo mostra l’inflazione delle scuole, ma anche la loro inutilità. Le scuole, come è stato osservato, sfornano disoccupati, ma pretendere che sfornino occupati è anche peggio. Il giornalismo non si impara a scuola. E, per dissipare ogni equivoco, non s’insegna neanche. E’ troppo vicino alla vita. Qualcuno è in grado di insegnarvela? Solo i maestri, ma si sono estinti come i dinosauri.

Se volete una vita lavorativa sicura fate un altro mestiere. Se volete praticare giornalismo – e non è un caso che dica “praticare giornalismo” perché si tratta prima di tutto di un’attività umana e non di un impiego – dovete fare l’unica cosa che vale per un giornale (di qualunque tipo sia): trovare notizie. Ce ne sono di tanti tipi: cronaca, costume, sport, politica, cultura. Il mondo è vario, trovate il vostro posto nel mondo e metteteci dentro interesse, passione, disciplina. E’ vero che il giornalista deve saper scrivere tutto, ma l’idea che debba sapere tutto o non debba sapere nulla è risibile. Un buon giornalista ha quasi sempre una sua specialità: ha fatto studi di giurisprudenza o di lettere o di medicina o di storia. Gli unici studi di cui il giornalista può fare a meno sono gli studi di giornalismo.

Una volta trovata, la notizia va scritta (per me il giornalismo è soprattutto scritto). Per imparare a scrivere ci sono due regole da rispettare: parlare in italiano e leggere chi sa scrivere. Il resto viene da sé. Con la pratica. La pratica genera miglioramento e occasioni. Ogni giornalista ha dietro di sé la gavetta. Il giornalista senza gavetta non esiste o esiste solo nelle scuole di giornalismo, dunque, non esiste. La gavetta dà occasioni. A ognuno è data la propria occasione. Bisogna saperla costruire e afferrarla quando si presenterà.

Sento già la domanda: “Sì, è bello parlare. Ma tu come hai fatto?”. Esattamente come vi ho detto. Ho iniziato cercando notizie. Anche minime, ma notizie. Ho curato un interesse: politica e cultura. Ho fatto la gavetta. Non sono stato mai sfiorato dall’idea di frequentare una scuola. Meglio le redazioni. Anche piccole. Anche scombinate. Ma redazioni. “Già, ma chi ti ha assunto? E perché?”. Mi ha assunto, bontà sua, Vittorio Feltri. Ancora non ho capito bene perché. Erano i primi giorni di vita di Libero. Gli mandai un pezzo. Lo chiamai al telefono e gli dissi: “Ti ho inviato un pezzo. L’hai visto?”. Chiamò la segretaria e se le foce portare. Il giorno dopo lo pubblicò. Era un pezzo sulla scuola e Leo Longanesi. Gliene mandai un altro sull’esilio dei Savoia. Fu poi la volta di un ritratto di Mastella che finì in prima pagina. Mi chiamò Renato Farina e mi disse: “Vieni a Milano che Feltri ti vuole conoscere”. Ci andai. Faceva un gran caldo ma Feltri era vestito alla sua maniera: impeccabile, ma con naturalezza. Parlammo un po’. Sulla scrivania aveva il pezzo che gli avevo mandato qualche giorno prima. Era un articolo su Tonino Di Pietro. Da uomo di mondo qual è mi disse: “Non l’ho messo perché o pubblicavo il mio o il tuo”. Era il 19 agosto 2000. Si meravigliò che non avessi ancora un contratto. Me lo fece lui. Il 1° settembre ero in servizio nella redazione di Roma: piazza Sant’Andrea della Valle. A ognuno è data la sua occasione. Sempre che si lavori per averla.

(L’articolo è finito o ritengo che sia finito e non ho parlato della storia dell’Ordine, di cui è diventato presidente un galantuomo come Enzo Iacopino. Il paradosso è questo: se vuoi fare il giornalista devi essere iscritto all’Ordine ma per iscriverti all’Ordine devi essere giornalista. Non è un problema solo del giornalismo: è l’Italia che è fatta a scatole o corporazioni. Magari, però, ne parliamo un’altra volta).

GIANCRISTIANO DESIDERIO

NAPOLI? PER IL MONDO E' L'ITALIA. NON CONVIENE MOSTRARLA COSI'

La situazione di Napoli è talmente complicata che non accetta interpretazioni univoche. È sempre stata affrontata con interventi emergenziali e proclami salvifici (da Berlusconi a De Magistris) che non hanno mai invertito la rotta. Di fronte al naufragio totale di Napoli, tutti gli altri italiani non possono stare a guardare, non conviene a nessuno. Lasciamo pure da parte concetti quali solidarietà e aiuto e concentriamoci solo sulla convenienza: agli occhi del mondo Napoli è Italia e l’Italia è piena di immondizia e non vale una visita turistica. Agli occhi del mondo un Paese che permette questo scempio non è civile e con le nazioni incivili non si fanno affari. La spazzatura è in tutti i telegiornali del Pianeta, conviene a tutti farla sparire in fretta. Poi chiederemo con forza ai napoletani di meritarsi l’aiuto del resto del Paese e alle forze dell’ordine di far rispettare le regole in ogni luogo: se si incendia l’immondizia in strada nel centro di Torino e si prende a sassate un camion si viene arrestati, bisognerebbe cominciare a farlo a ogni latitudine.
MARIO CALABRESI

martedì 21 giugno 2011

CONCITA DE GREGORIO LASCIA LA DIREZIONE DE L'UNITA'

(Ticinolibero) - Concita De Gregorio “lascia” la direzione del quotidiano italiano L’Unità, già organo ufficiale prima del PCI, poi dei DS, fondato da Antonio Gramsci. Da giorni i rumors davano la De Gregorio “silurata” dalla direzione del quotidiano, che da qualche anno è di proprietà di Renato Soru, ex Governatore della Sardegna, nonché fondatore della compagnia telefonica Tiscali. Ma proprio ieri, sabato 18 giugno, la De Gregorio, ha pubblicato un editoriale in cui attaccava la “macchina del fango” che alcuni siti internet producevano, dando spazio alle voci che davano imminente un cambiamento di direzione al quotidiano di Antonio Gramsci. Chiaro il riferimento al sito Dagospia, di Roberto D’Agostino, che da giorni “speculava” sul licenziamento della De Gregorio. Ma in serata dello stesso giorno in cui la direttrice dell’Unità attaccava i siti produttori di fango, ecco che si apprende che l’Unità cambia direzione. Alla mattina nel suo editoriale la De Gregorio srive nero su bianco sul suo quotidiano che “il suo contratto non è a scadenza” e in serata si dirama un comunicato che dice che di “comune accordo” la De Gregorio lascia il quotidiano di proprietà di Soru. Che figuraccia! Ora è palese che Soru non è più soddisfatto dell’operato della sua direttrice, tanto che a meno di tre anni dalla sua nomina, ha deciso di cambiare direzione. Come è evidente che Concita De Gregorio, troppo presa a screditare Dagospia, non si è resa conto che stava, proprio lei perdendo la faccia. Per carità, non sempre tutte le notizie presenti sui siti internet sono fondate, è del tutto normale che vi siano molte speculazioni, azzardi, ma non per questo è tutto una macchina del fango! Ma non si può smentire seccamente la mattina le voci di un proprio allontanamento dalla direzione del giornale, prendendosela con i siti internet, e alla sera, come se nulla fosse confermare la propria uscita di scena. In questo caso la tremenda gaffe di Concita non ha fatto altro che sdoganare l’autorevolezza delle speculazioni giornalistiche del sito Dagospia.
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(Fanpage) - “L’editore e il direttore dell’Unità comunicano che dal primo luglio Concita De Gregorio lascerà la guida del giornale a seguito di una decisione condivisa, assunta in autonomia e nel pieno rispetto reciproco riconoscendo l’importante lavoro svolto e i risultati raggiunti”. Comincia con una asettica frase di circostanza il breve comunicato che, dopo giorni di indiscrezioni, voci e finanche insinuazioni di dubbio gusto, sancisce la fine dell’esperienza di Concita De Gregorio come direttore de L’Unità. Una stagione intensa durata tre lunghi anni e che ha portato l’Unità a (ri)tornare ad essere il punto di riferimento di parte della società italiana. Concita, uno dei volti più riconoscibili ed autorevoli dell’intero panorama giornalistico italiano, lascia il giornale fondato da Antonio Gramsci dopo aver contribuito in maniera determinante a risollevarlo dal pantano in cui si trovava fino a qualche anno fa (nonostante l’autorevole guida di un grandissimo giornalista come Antonio Padellaro), scegliendo con grande coraggio la strada del rinnovamento e della sperimentazione, pur in una congiuntura estremamente problematica. Se i primi anni della “reggenza” della giornalista toscana coincidevano con uno dei periodi più bui del fronte progressista italiano, reduce dalla traumatica sconfitta delle politiche del 2008 con la cospicua maggioranza nelle mani del centrodestra e la sinistra “radicale” addirittura fuori dal Parlamento, non va neanche dimenticata la difficile situazione economica in cui si trovava il giornale edito da Renato Soru. Eppure, malgrado tagli e difficoltà di varia natura, quello realizzato da Concita è stato un piccolo capolavoro: rianimare un giornale in difficoltà, rivoluzionandone taglio e grafica, ridandogli smalto e prestigio, anche attraverso scelte editoriali precise e coraggiose.

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