Racconto
Io,
un quasi ingegnere edile, che ha appeso la laurea al chiodo ed ha deciso di
passare all’enogastronomia, sono Luciano e sono un sommelier. Vengo da una zona
dell’entroterra campano, fatta di fatica e silenzi, di dignità e speranze.
Tante e spesso umili.
Partito
nel 2005 alla volta di Castiglione Falletto, lavoravo per un’azienda vinicola,
in cui mi occupavo di tutte le cose di cui si occupa un sommelier: guidare i
clienti nella scelta degli abbinamenti cibo-vino, gestire la carta dei vini, il
servizio al tavolo, il rifornimento della cantina e, soprattutto, degustare
vini.
Me
ne ero andato carico di rabbia dalla mia terra, nella quale, per dispetto, per
avidità, per invidia, avevano incendiato tutti i vigneti di mio padre. Sì, i
miei hanno una tenuta e sì, volevano che diventassi ingegnere. Com’è strana la
vita. Molto spesso i figli seguono le orme dei padri per puro ripiego, o per
pigrizia, o per un comprensibile desiderio di sicurezza. No, non era stato
questo il mio caso. A me, lavorare nella vigna ed assaporarne i frutti era
sempre piaciuto.
Sono
belli i paesi di Langa. Così misteriosi e sognanti avvolti nelle brume del
primo mattino e così sfavillanti di luce nei mesi caldi. Con le vigne che
cambiano colore ad ogni stagione dell’anno e nei vari momenti della giornata, a
seconda della luce del sole. Sanno di sentieri antichi, di fatiche e sudore, di
povertà e di “arvangia”, cioè di rivincita, riscatto. Il turismo è venuto
molto, ma molto molto dopo.
Langhe
da capogiro. Profumi di Freisa e di Moscato. Bottiglie di Barolo e aroma di
tartufi. Storie di trifulào e racconti di partigiani. Musei letterari e film
d’autore.
Le
Langhe mi hanno sempre affascinato. Più di altri territori fatti di viti e di
vigne.
Saranno
le linee morbide delle colline vitate o i castelli in cima ai cocuzzoli. Oppure
quell’atmosfera di terre di malora diventate ricche per un caparbio
attaccamento alla terra. O, meglio ancora, il fatto di sentirmi libero in
quelle particolari atmosfere di Langa, che non hanno pari al mondo.
Anche
se l’Italia la giravo abbastanza per festival e mercati, tra le Langhe mi
sentivo felicemente a casa e anche felicemente straniero.
Se
non fosse stato per Marta, quel periodo medio lungo della mia vita sarebbe
stato piuttosto gradevole e, forse, anche un po' felice.
Invece
il dolore mi arrivava sotto forme di sofferenza amorosa, per via di un amore
non ricambiato.
Eravamo
a Pollenzo e ci trovavamo coinvolti nello stesso incontro di lavoro (oggi si
dice “workshop”) e lei era più giovane di me di una ventina d’anni.
Mi
piacque quasi subito e cercavo tutte le scuse per parlarle e per agganciarla.
Quella
bella piemontesina mi faceva battere il cuore.
Era
alta, aveva capelli lunghi e castani e occhi grandi e dolci. Però, per quanto
io facessi e con la massima discrezione, non c’era verso di legarla a me.
E
sì che ci ho provato. E più mi respingeva e più io mi legavo.
Un
errore che non ho fatto mai più, perché il dolore, quando ti attraversa, ti
lascia sempre un qualche insegnamento.
E
per raggiungere una qualche forma di grazia, il tempo del dolore ti deve
attraversare, stordire, annientare, per farti libero, poi, dalle aspettative,
dagli sguardi altrui, dalle banalità del quotidiano.
Quando
la sofferenza tocca il vertice, capisci che ogni singolo giorno non va
controllato: va semplicemente abitato, assieme al suo carico di imperfezioni.
Quando
mi disse chiaramente di non provare alcun interesse per me e di non volere
alcun genere di rapporti con me, le dissi che una persona come lei non mi
interessava, che si credeva chissà chi e che doveva imparare ad essere umile.
Come
se la qualità dell’umiltà c’entrasse qualcosa con l’amore che sentivo per lei.
Per
curarmi le ferite, facevo lunghissime passeggiate tra i paesini, i castelli, le
rocche, i musei ed anche i sentieri meno battuti.
Me
ne andavo al cinema. E poi cominciai a collaborare alla stesura di un libro sul
mondo del vino.
Visto
che parlo abbastanza bene il francese, la ditta mi incaricò di occuparmi della
distribuzione in Francia, nel regno del vino d’Oltralpe.
E
fu così che conobbi la splendida Loira. Con i suoi cieli d’azzurro purissimo,
dove le giornate non finiscono mai e dove le piogge, quando cominciano, sono
così ostinate da farti credere che non finiranno più.
Occuparmi
a tempo pieno di esposizioni e kermesse vinicole, di Sauvignon e Chenin Blanc,
mi aiutò a prendere le distanze fra me e l’infelice amore, che ancora mi
pungeva, per la bella piemontese. Anche se altre donne passavano nella mia vita
e, qualcuna, riempiva le mie giornate.
Non
c’è paragone tra i leggeri vini di Loira e quelli fruttati e robusti di Langa. Non
capivo tutto l’interesse dei francesi per i formaggi, in particolare per quello
di chèvre, che io ho sempre odiato. Mangiano zuppe e formaggi, formaggi e
zuppe.
In
quel periodo della mia vita, avevo un gruppo di amici enologi e sommelier come
me, che provenivano da posti asiatici. Avevo modo di conoscere anche diversi
italiani, evidentemente per il genere di lavoro che svolgo.
No,
i francesi non ti invitano per un caffè o per una cena. Posso contare le
occasioni di convivialità con loro sulle dita di una mano.
Però
ne ammiro l’amor patrio ed il culto della propria storia. Mi dedicavo a
studiare le forme delle loro viti e mi affascinava il periodo della Renaissance,
con le sue storie di cibo, di vino, di lettere.
Nella
mia testa giravano storie e sapori di Borgogna, di Champagne e di Bordeaux.
Facevo
le videochiamate a casa, per sincerarmi che i miei cari stessero bene e per
rassicurarli su di me e sul mio lavoro. Mio padre faticava non poco a
riprendersi dal duro colpo dei vigneti devastati di notte dai vigliacchi, ma
c’era bisogno di andare avanti, anche per i miei fratelli, che avevano bisogno
di aiuto. E mia madre era preziosa nel tenere le redini della famiglia e fare
economie in quel brutto momento.
Anche
per me, in Francia non era tutto semplice. Gli alloggi sono piccolissimi e
cari. Le pratiche per l’assicurazione medica complesse e gli imprevisti di
tutti i generi sempre dietro l’angolo.
Il
lavoro procedeva. Contatti con i fornitori, serate di degustazione in hotel a
tre e quattro stelle, contratti per l’export conclusi più o meno felicemente
con catene di alberghi e ristoranti.
Il
direttore della mia azienda è venuto qualche volta, insieme a qualche altro
collaboratore. Ce ne era uno molto amante delle donne. Trovava ogni scusa per
sedurre le francesi che gli capitavano a tiro, grazie anche ai suoi modi
eleganti che incontravano il gusto di quelle donne raffinate.
Insomma,
quale viveur si è dato molto da fare, e con successo, unendo i piaceri del vino
e del cibo a quelli del sesso. Quando si nasce con una camicia…
Per
quegli stranissimi incroci della vita o delle imperscrutabili combinazioni
planetarie, fui costretto, mio malgrado, a tornare in patria.
Dopo
i castelli della Loira, mi aspettavano quelli del Sannio ed i misteri religiosi
di Guardia Sanframondi. Sbarcavo nelle terre stregate di San Lorenzo Maggiore,
San Lupo e Castelvenere.
Qui,
dove l’odore delle viti e quello del sangue dei riti guardiesi dell’Assunta di
mescolano, e dove sembra ancora di vedere aggirarsi le janare tra i vicoli ed i
boschi di San Lupo.
Percorro
in auto le pendici del Taburno e mi perdo ad osservare i mille colori di quella
montagna, così belli in primavera e in autunno. A novembre, da queste parti, il
sole è ancora caldo e percorrere le strade che collegano un paese ad un altro è
una vera goduria. È l’estate di San Martino.
Alle
volte sento ancora gli amici che ho lasciato in Piemonte e in Francia. Ho
ancora la possibilità di girare per fiere e mercati, anche se ad un ritmo meno
intenso di prima.
Non
penso che diventerò mai un ingegnere. Il vino, finora, mi ha dato troppa
soddisfazione ed ascoltare i vecchi viticoltori mi incanta. Vedere le loro
abili mani che lavorano le vigne mi rilassa.
Il
vino è medicina. La vite è magia. Qui il vino ha duemila anni di storia. Come
la chiesa cattolica. Anche Nostro Signore amava moltiplicare il vino, come dice
il Vangelo.
La
vigna ti insegna tante cose. Soprattutto che, tagliati i rami secchi, le foglie
ed i grappoli si rigenerano. Finisce un ciclo di vita e ne comincia un altro.
Una
specie di eterno ritorno, in cui passano volti nuovi, piogge nuove, guai nuovi,
nuove strade, nuove città da visitare. E altre donne. Altre bevute, come quella
del Moscato che mi delizia adesso, mentre sono seduto con amici vecchi e nuovi
a parlare di cose che abbiamo perso o messo da parte e di quel film visto tempo
fa. C’è una festa d’estate in paese e le ballerine fanno prove sul palco. I
violini sono tesi. Odori di pietanze squisite si mescolano nell’aria.
La
vite ti insegna la pazienza. Ti insegna a non forzare le cose. A lasciarti
abitare dal tempo che passa, senza essere troppo preoccupati per quello che
verrà o ancorati a ciò che non è più. Ti insegna che dopo ogni perdita c’è un
mare di vita che ti coinvolge e bisogna essere molto resilienti. Perché la vite
si arrampica e si intreccia al traliccio con rara arte, con quell’equilibrismo che
è pratica di vita, è creativa ed è lotta.
La
vigna ti insegna che la vita è costante allenamento, cambio di prospettiva,
sudore e muscoli tesi. La vite è abbandonarsi con fiducia al futuro, mentre sai
che, anche se sei in giro per il mondo, hai le radici da qualche parte. È ciclo
ininterrotto della vita. Per questo io la amo.

