lunedì 3 agosto 2026

TRA I COLORI DI LANGHE, LOIRA E SANNIO

 Racconto

Le passioni percorrono strade tortuose. E inaspettate. Come quelle che vanno dalle colline arrotondate di Langa, alle pianure della Loira francese, arrivando all’entroterra sannita, dove la terra, le viti, la vigna, si mescolano con il sangue di riti ancestrali, fatti di penitenza e di devozione.

Io, un quasi ingegnere edile, che ha appeso la laurea al chiodo ed ha deciso di passare all’enogastronomia, sono Luciano e sono un sommelier. Vengo da una zona dell’entroterra campano, fatta di fatica e silenzi, di dignità e speranze. Tante e spesso umili.

Partito nel 2005 alla volta di Castiglione Falletto, lavoravo per un’azienda vinicola, in cui mi occupavo di tutte le cose di cui si occupa un sommelier: guidare i clienti nella scelta degli abbinamenti cibo-vino, gestire la carta dei vini, il servizio al tavolo, il rifornimento della cantina e, soprattutto, degustare vini.

Me ne ero andato carico di rabbia dalla mia terra, nella quale, per dispetto, per avidità, per invidia, avevano incendiato tutti i vigneti di mio padre. Sì, i miei hanno una tenuta e sì, volevano che diventassi ingegnere. Com’è strana la vita. Molto spesso i figli seguono le orme dei padri per puro ripiego, o per pigrizia, o per un comprensibile desiderio di sicurezza. No, non era stato questo il mio caso. A me, lavorare nella vigna ed assaporarne i frutti era sempre piaciuto.

Sono belli i paesi di Langa. Così misteriosi e sognanti avvolti nelle brume del primo mattino e così sfavillanti di luce nei mesi caldi. Con le vigne che cambiano colore ad ogni stagione dell’anno e nei vari momenti della giornata, a seconda della luce del sole. Sanno di sentieri antichi, di fatiche e sudore, di povertà e di “arvangia”, cioè di rivincita, riscatto. Il turismo è venuto molto, ma molto molto dopo.

Langhe da capogiro. Profumi di Freisa e di Moscato. Bottiglie di Barolo e aroma di tartufi. Storie di trifulào e racconti di partigiani. Musei letterari e film d’autore.

Le Langhe mi hanno sempre affascinato. Più di altri territori fatti di viti e di vigne.

Saranno le linee morbide delle colline vitate o i castelli in cima ai cocuzzoli. Oppure quell’atmosfera di terre di malora diventate ricche per un caparbio attaccamento alla terra. O, meglio ancora, il fatto di sentirmi libero in quelle particolari atmosfere di Langa, che non hanno pari al mondo.

Anche se l’Italia la giravo abbastanza per festival e mercati, tra le Langhe mi sentivo felicemente a casa e anche felicemente straniero.

Se non fosse stato per Marta, quel periodo medio lungo della mia vita sarebbe stato piuttosto gradevole e, forse, anche un po' felice.

Invece il dolore mi arrivava sotto forme di sofferenza amorosa, per via di un amore non ricambiato.

Eravamo a Pollenzo e ci trovavamo coinvolti nello stesso incontro di lavoro (oggi si dice “workshop”) e lei era più giovane di me di una ventina d’anni.

Mi piacque quasi subito e cercavo tutte le scuse per parlarle e per agganciarla.

Quella bella piemontesina mi faceva battere il cuore.

Era alta, aveva capelli lunghi e castani e occhi grandi e dolci. Però, per quanto io facessi e con la massima discrezione, non c’era verso di legarla a me.

E sì che ci ho provato. E più mi respingeva e più io mi legavo.

Un errore che non ho fatto mai più, perché il dolore, quando ti attraversa, ti lascia sempre un qualche insegnamento.

E per raggiungere una qualche forma di grazia, il tempo del dolore ti deve attraversare, stordire, annientare, per farti libero, poi, dalle aspettative, dagli sguardi altrui, dalle banalità del quotidiano.

Quando la sofferenza tocca il vertice, capisci che ogni singolo giorno non va controllato: va semplicemente abitato, assieme al suo carico di imperfezioni.

Quando mi disse chiaramente di non provare alcun interesse per me e di non volere alcun genere di rapporti con me, le dissi che una persona come lei non mi interessava, che si credeva chissà chi e che doveva imparare ad essere umile.

Come se la qualità dell’umiltà c’entrasse qualcosa con l’amore che sentivo per lei.

Per curarmi le ferite, facevo lunghissime passeggiate tra i paesini, i castelli, le rocche, i musei ed anche i sentieri meno battuti.

Me ne andavo al cinema. E poi cominciai a collaborare alla stesura di un libro sul mondo del vino.

Visto che parlo abbastanza bene il francese, la ditta mi incaricò di occuparmi della distribuzione in Francia, nel regno del vino d’Oltralpe.

E fu così che conobbi la splendida Loira. Con i suoi cieli d’azzurro purissimo, dove le giornate non finiscono mai e dove le piogge, quando cominciano, sono così ostinate da farti credere che non finiranno più.

Occuparmi a tempo pieno di esposizioni e kermesse vinicole, di Sauvignon e Chenin Blanc, mi aiutò a prendere le distanze fra me e l’infelice amore, che ancora mi pungeva, per la bella piemontese. Anche se altre donne passavano nella mia vita e, qualcuna, riempiva le mie giornate.

Non c’è paragone tra i leggeri vini di Loira e quelli fruttati e robusti di Langa. Non capivo tutto l’interesse dei francesi per i formaggi, in particolare per quello di chèvre, che io ho sempre odiato. Mangiano zuppe e formaggi, formaggi e zuppe.

In quel periodo della mia vita, avevo un gruppo di amici enologi e sommelier come me, che provenivano da posti asiatici. Avevo modo di conoscere anche diversi italiani, evidentemente per il genere di lavoro che svolgo.

No, i francesi non ti invitano per un caffè o per una cena. Posso contare le occasioni di convivialità con loro sulle dita di una mano.

Però ne ammiro l’amor patrio ed il culto della propria storia. Mi dedicavo a studiare le forme delle loro viti e mi affascinava il periodo della Renaissance, con le sue storie di cibo, di vino, di lettere.

Nella mia testa giravano storie e sapori di Borgogna, di Champagne e di Bordeaux.

Facevo le videochiamate a casa, per sincerarmi che i miei cari stessero bene e per rassicurarli su di me e sul mio lavoro. Mio padre faticava non poco a riprendersi dal duro colpo dei vigneti devastati di notte dai vigliacchi, ma c’era bisogno di andare avanti, anche per i miei fratelli, che avevano bisogno di aiuto. E mia madre era preziosa nel tenere le redini della famiglia e fare economie in quel brutto momento.

Anche per me, in Francia non era tutto semplice. Gli alloggi sono piccolissimi e cari. Le pratiche per l’assicurazione medica complesse e gli imprevisti di tutti i generi sempre dietro l’angolo.

Il lavoro procedeva. Contatti con i fornitori, serate di degustazione in hotel a tre e quattro stelle, contratti per l’export conclusi più o meno felicemente con catene di alberghi e ristoranti.

Il direttore della mia azienda è venuto qualche volta, insieme a qualche altro collaboratore. Ce ne era uno molto amante delle donne. Trovava ogni scusa per sedurre le francesi che gli capitavano a tiro, grazie anche ai suoi modi eleganti che incontravano il gusto di quelle donne raffinate.

Insomma, quale viveur si è dato molto da fare, e con successo, unendo i piaceri del vino e del cibo a quelli del sesso. Quando si nasce con una camicia…

Per quegli stranissimi incroci della vita o delle imperscrutabili combinazioni planetarie, fui costretto, mio malgrado, a tornare in patria.

Dopo i castelli della Loira, mi aspettavano quelli del Sannio ed i misteri religiosi di Guardia Sanframondi. Sbarcavo nelle terre stregate di San Lorenzo Maggiore, San Lupo e Castelvenere.

Qui, dove l’odore delle viti e quello del sangue dei riti guardiesi dell’Assunta di mescolano, e dove sembra ancora di vedere aggirarsi le janare tra i vicoli ed i boschi di San Lupo.

Percorro in auto le pendici del Taburno e mi perdo ad osservare i mille colori di quella montagna, così belli in primavera e in autunno. A novembre, da queste parti, il sole è ancora caldo e percorrere le strade che collegano un paese ad un altro è una vera goduria. È l’estate di San Martino.

Alle volte sento ancora gli amici che ho lasciato in Piemonte e in Francia. Ho ancora la possibilità di girare per fiere e mercati, anche se ad un ritmo meno intenso di prima.

Non penso che diventerò mai un ingegnere. Il vino, finora, mi ha dato troppa soddisfazione ed ascoltare i vecchi viticoltori mi incanta. Vedere le loro abili mani che lavorano le vigne mi rilassa.

Il vino è medicina. La vite è magia. Qui il vino ha duemila anni di storia. Come la chiesa cattolica. Anche Nostro Signore amava moltiplicare il vino, come dice il Vangelo.

La vigna ti insegna tante cose. Soprattutto che, tagliati i rami secchi, le foglie ed i grappoli si rigenerano. Finisce un ciclo di vita e ne comincia un altro.

Una specie di eterno ritorno, in cui passano volti nuovi, piogge nuove, guai nuovi, nuove strade, nuove città da visitare. E altre donne. Altre bevute, come quella del Moscato che mi delizia adesso, mentre sono seduto con amici vecchi e nuovi a parlare di cose che abbiamo perso o messo da parte e di quel film visto tempo fa. C’è una festa d’estate in paese e le ballerine fanno prove sul palco. I violini sono tesi. Odori di pietanze squisite si mescolano nell’aria.

La vite ti insegna la pazienza. Ti insegna a non forzare le cose. A lasciarti abitare dal tempo che passa, senza essere troppo preoccupati per quello che verrà o ancorati a ciò che non è più. Ti insegna che dopo ogni perdita c’è un mare di vita che ti coinvolge e bisogna essere molto resilienti. Perché la vite si arrampica e si intreccia al traliccio con rara arte, con quell’equilibrismo che è pratica di vita, è creativa ed è lotta.

La vigna ti insegna che la vita è costante allenamento, cambio di prospettiva, sudore e muscoli tesi. La vite è abbandonarsi con fiducia al futuro, mentre sai che, anche se sei in giro per il mondo, hai le radici da qualche parte. È ciclo ininterrotto della vita. Per questo io la amo.

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