Coup d’Etat planétaire présenté par des sites tiers.
2 settimane fa
Note di costume e società. Web diary of social cognizer.
(Repubblica) - Oggi la si chiama «resilienza», una volta la si chiamava «forza d'
animo», Platone la nominava «tymoidés» e indicava la sua sede nel
cuore. Il cuore è l' espressione metaforica del «sentimento», una
parola dove ancora risuona la platonica «tymoidés». Il sentimento non è
languore, non è malcelata malinconia, non è struggimento dell' anima,
non è sconsolato abbandono. Il sentimento è forza. Quella forza che
riconosciamo al fondo di ogni decisione quando, dopo aver analizzato
tutti i pro e i contro che le argomentazioni razionali dispiegano, si
decide, perché in una scelta piuttosto che in un' altra ci si sente a
casa. E guai a imboccare, per convenienza o per debolezza, una scelta
che non è la nostra, guai a essere stranieri nella propria vita. La
forza d' animo, che è poi la forza del sentimento, ci difende da
questa estraneità, ci fa sentire a casa, presso di noi. Qui è la
salute. Una sorta di coincidenza di noi con noi stessi, che ci evita
tutti quegli «altrove» della vita che non ci appartengono e che spesso
imbocchiamo perché altri, da cui pensiamo dipenda la nostra vita,
semplicemente ce lo chiedono, e noi non sappiamo dire di no. Il bisogno
di essere accettati e il desiderio di essere amati ci fanno percorrere
strade che il nostro sentimento ci fa avvertire come non nostre, e
così l' animo si indebolisce si ripiega su se stesso nell' inutile
fatica di compiacere agli altri. Alla fine l' anima si ammala, perché
la malattia, lo sappiamo tutti, è una metafora, la metafora della
devianza dal sentiero della nostra vita. Bisogna essere se stessi,
assolutamente se stessi. Questa è la forza d' animo. Ma per essere se
stessi occorre accogliere a braccia aperte la nostra ombra. Che è poi
ciò che di noi stessi rifiutiamo. Quella parte oscura che, quando
qualcuno ce la sfiora, ci sentiamo «punti nel vivo». Perché l' ombra è
viva e vuole essere accolta. Anche un quadro senza ombra non ci dà le
sue figure. Accolta, l' ombra cede la sua forza. Cessa la guerra tra
noi e noi stessi. Siamo in grado di dire a noi stessi: «Ebbene sì, sono
anche questo». Ed è la pace così raggiunta a darci la forza d' animo e
la capacità di guardare in faccia il dolore senza illusorie vie di
fuga. «Tutto quello che non mi fa morire, mi rende più forte», scrive
Nietzsche. Ma allora bisogna attraversare e non evitare le terre
seminate di dolore. Quello proprio, quello altrui. Perché il dolore
appartiene alla vita allo stesso titolo della felicità. Non il dolore
come caparra della vita eterna, ma il dolore come inevitabile
contrappunto della vita, come fatica del quotidiano, come oscurità
dello sguardo che non vede via d' uscita. Eppure la cerca, perché sa
che il buio della notte non è l' unico colore del cielo. Di forza d'
animo abbiamo bisogno soprattutto oggi perché non siamo più sostenuti
da una tradizione, perché si sono rotte le tavole dove erano incise le
leggi della morale, perché si è smarrito il senso dell' esistenza e
incerta s' è fatta la sua direzione. La storia non racconta più la vita
dei nostri padri, e la parola che rivolgiamo ai figli è insicura e
incerta. Gli sguardi si incontrano solo per evitarsi. Siamo persino
riconoscenti al ritmo del lavoro settimanale che giustifica l' abituale
lontananza dalla nostra vita. E a quel lavoro ci attacchiamo come
naufraghi che attendono qualcosa o qualcuno che li traghetti, perché il
mare è minaccioso, anche quando il suo aspetto è trasognato. Passiamo
così il tempo della nostra vita, senza sentimento, senza nobiltà,
confusi tra i piccoli uomini a cui basta, secondo Nietzsche: «Una
vogliuzza per il giorno, una vogliuzza per la notte, fermo restando la
salute». Perché ormai della vita abbiamo solo una concezione
quantitativa. Vivere a lungo è diventato il nostro ideale. Il «come»
non ci riguarda più, perché il contatto con noi stessi s' è perso nel
rumore del mondo. Passioncelle generiche sfiorano le nostre anime
assopite. Ma non le risvegliano. Non hanno forza. Sono state acquietate
da quell' ideale di vita che viene spacciato per equilibrio, buona
educazione. E invece è sonno, dimenticanza di sé. Nulla del coraggio
del navigante che, lasciata la terra che era solo terra di protezione,
non si lascia prendere dalla nostalgia, ma incoraggia il suo cuore. Il
cuore non come languido contraltare della ragione, ma come sua forza,
sua animazione, affinché le idee divengano attive e facciano storia.
Una storia più soddisfacente.
(Gianni Raviele) - E’ morto a Parigi a 90 anni Jacques Le Goff, uno dei più grandi
medievalisti di tutti i tempi, direttore, per lunga durata, degli
Annales, la celebre rivista francese che ha rivoluzionato l’indagine
storica e sociologica. Il contributo di Le Goff alla cultura non solo
europea è stato inestimabile. Lo storico francese non solo ha fondato
una scuola di pensiero, ma è stato anche un maestro di vita e di
cultura. La sua concezione del Medioevo è rivoluzionaria. Egli non
considera questa epoca ristretta al solo Duecento – Trecento, ma la vede
dilatata su un arco temporale vastissimo che va dalla civiltà dei
“secoli bui” sino alla rivoluzione francese. Il Medioevo ha avuto alti e
bassi: il Romanticismo lo ha esaltato, il Razionalismo degli
illuministi lo ha criticato e devastato. In ogni caso l’Età di mezzo
suscita sempre interesse e attenzione e lo storico d’Oltralpe ne è stato
il cantore erudito e appassionato. Questa breve nota serve anche a
sottolineare il grado di incultura della informazione televisiva. Il
Tg1, nella sua edizione principale, si è limitato a dare una notizia di
due righe: nessuna immagine, nessun servizio filmato, nessuna intervista
a storici italiani, nessuna corrispondenza da Parigi. Una vera vergogna
che attribuisco all’ignoranza del direttore e del capo redattore della
sezione culturale. Il silenzio su Le Goff è la riprova che il Tg uno e
la Rai sono caduti proprio in basso.
Umbra, alta, snella, capelli nerissimi e denti regolari, bianchissimi. Un amore tormentato, un matrimonio segreto, la lotta per difendere la Repubblica Romana del 1849, vestita da bersagliere. Una vita breve ed intensa (muore a soli 23 anni), piena di ideali e di amor di patria. Un'eroina romantica. Questa è Colomba Antonietti, figura del Risorgimento italiano dimenticata dai libri di storia, ma conosciutissima in Umbria. Ne conosco la figura durante una cena longobarda. Al mio tavolo due spoletini, due napoletani trapiantati a Cassino, una bresciana. L'Italia a tavola, che se ne infischia delle divisioni politiche e partitiche e che si arricchisce del reciproco scambio. Belle le diversità di culture, di cadenze nel parlato, di impegno nel sociale. Frutto della lunga storia italiana, del suo secolare mosaico di Stati e staterelli poi diventati Nazione.
Riflessioni che fanno riflettere. La crisi. Non attesa, non voluta, non prevista ed ora esaminata ed indagata nelle sue svariate cause. Tra le varie spiegazioni me ne ha colpita una: quella che riguarda la nostra mancanza di allenamento a superare la difficoltà della vita. Il rimbambimento è stato tale che, senza volerlo, senza saperlo, nella maniera più soft, siamo sprofondati nella crisi planetaria.