lunedì 17 ottobre 2016

LICEO CLASSICO: NO, IL PROBLEMA NON E' IL LATINO

 di Luca Ricolfi


Quel che vedo è terribile. Ci sono studenti, tantissimi studenti, che non hanno alcun particolare handicap fisico o sociale eppure sono irrimediabilmente non all'altezza dei compiti cognitivi che lo studio universitario ancora richiede in certe materie e in certe aree del Paese. Essi credono di avere delle “lacune”, e quindi di poterle colmare (come si recupera un'informazione mancante cercandola su internet), ma in realtà si sbagliano. Per essi non c'è più (quasi) nulla da fare, perché difettano delle capacità di base, che si acquisiscono lentamente e gradualmente nel tempo: capacità di astrazione e concentrazione, padronanza della lingua e del suo lessico, finezza e sensibilità alle distinzioni, capacità di prendere appunti e organizzare la conoscenza, attitudine a non dimenticare quel che si è appreso. La scuola di oggi, con la sua corsa ad abbassare l'asticella, queste capacità le fornisce sempre più raramente. E, quel che è più grave, questa rinuncia a regalare ai giovani una vera formazione di base non avviene certo in nome di un'istruzione “utile”, ovvero all'insegna di uno sviluppo delle capacità professionali, ad esempio sul modello tedesco dell'alternanza scuola-lavoro. No, il modello verso cui stiamo correndo a fari spenti è quello della liceizzazione totale: la scuola secondaria superiore è oggi un gigantesco liceo che non è più in grado di erogare una preparazione di base decente, e proprio per questo induce l'università a trasformarsi essa stessa in un immenso e tardivo liceo. L'unico baluardo che resta in piedi sono quelle scuole, ma forse sarebbe meglio dire – quegli insegnanti – che non hanno rinunciato a spostare l'asticella sempre più in su, per mettere i loro allievi nelle condizioni di affrontare qualsiasi tipo di studio, umanistico o scientifico che sia. È grazie a queste scuole e a questi insegnanti che all'università, nonostante tutto, arrivano ancora drappelli di studenti in grado di ricevere un'istruzione universitaria, e le materie più complesse non sono ancora state abolite del tutto. Ma si tratta di eccezioni, non di rado provenienti dalla minoranza di studenti (circa il 6%) che ancora scelgono il liceo classico, con la sua aborrita prova di traduzione dal latino e dal greco. La regola, purtroppo, è che chi ha un diploma di maturità non è in grado di frequentare un'università che non abbia drasticamente abbassato gli standard.

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lunedì 3 ottobre 2016

VRENZOLE

La vrenzola è un esemplare di sesso femminile dotato di scarsa raffinatezza ma grande autostima che invade la strade di Napoli.
Esistono due specie di vrenzole:

1. A buatt': corta, chiatta e chien' e nzogna, simile al casatiello

2. A feshon: Di aspetto considerabile anche piacente.. si differenzia dalla prima specie per l' utlizzo eccessivo del leopardato.

La vrenzola, genericamente, non lavora...la sua occupazione è truvà o' nammurato. Per questo motivo cura molto il suo aspetto fisico.

La vrenzola ci tiene molto al colorito del suo viso per questo invece della trousse ha la cardarella e la cucchiara a uso e mast' fravecatore.... Se non è fondotinta so' lampade..

Per apparire di più utilizzano colori sgargianti, partenn' a ri capill'..scagnate! i colori sono tre:

1.nero corvino: per fare la panterona..

2.biondo sciacquato: per fare la barbie...

3.rosso rugine: in principio erano castani poi a furia di fare lo shampoo senza passare l' antiruggine s' hanna arruginite.

La vrenzola cura in particolare il suo look, perchè ha bisogno di apparire.

La vrenzola, inoltre, la si riconosce dal linguaggio, aeeeeeeeeeee! utilizza termini coloriti e soprattutto la sua voce supera la soglia dell' inquinamento acustico.

Le vrenzole iniziano a prepararsi alle due del pomeriggio e mentre si preparano ascoltano canzoni neomelodiche in attesa del principe buzzurro.

Essere vrenzola non è solo un fattore estetico...la vrenzola è un modo di essere! una mentalità! la vrenzola ten' autostima a murì..la vrenzola è quella che se sbatt' sana sana quann' scenn' co pigiam!

venerdì 16 settembre 2016

ADELPERGA, LA PRINCIPESSA CHE CAMBIO' SALERNO

Con Adelperga, sposa del re Arechi, iniziò la svolta. E il centro raggiunse sfarzo e splendore 




(La città di Salerno) - Quanti sono i salernitani, che attraversato il largo di San Pietro a Corte, imboccata la stretta via che lambisce l’antico palazzo Fruscione con le sue splendide polifore intrecciate e sollevato lo sguardo al nome della via, non hanno la stessa reazione di don Abbondio al nome di Carneade? Quanti si chiederanno: “Adelperga, chi era costei?” Eppure la principessa longobarda ha avuto una ruolo fondamentale nella storia della città. Figlia di Desiderio e quindi sorella della manzoniana Ermengarda, nacque a Pavia dove ricevette una educazione molto sofisticata, sotto la guida di Paolo Diacono, uno dei più importanti intellettuali del tempo. Sposò, in giovane età, Arechi II, duca di Benevento e pertanto signore di quasi tutta l’Italia meridionale, Salerno inclusa. Pochi anni dopo, Carlo Magno, divenuto padrone dell’intero regno dei Franchi, lasciato da suo padre, Pipino il breve a lui ed al fratello Carlomanno, ripudiò la sorella di Adelperga e sotto la spinta di papa Adriano I mosse contro la Longobardia maior ed il suo sovrano Desiderio. Lo sconfisse alle Chiuse d’Italia, sembra grazie a un tradimento e ne espugnò Pavia, capitale del regno. A novembre del 774, Arechi e Adelperga, onde affermare più fortemente la loro autonomia, decisero di proclamarsi principi di Benevento, con una grande cerimonia in cui Arechi indossava uno sfarzoso manto di porpora e oro, mentre Adelperga ne sfoggiava uno azzurro orlato d’argento. Arechi si dichiarò Princeps Longobardorum et Dux Sannitorum e aprì le porte per accogliere tutti i profughi del regno del nord. Contemporaneamente, essendo Benevento troppo facilmente accessibile, attraverso la via Appia in caso di attacco dell’esercito franco, decise, d’accordo con Adelperga, di spostare la capitale a Salerno. Essa stretta tra i monti e il mare era facilmente difendibile. Appariva bella come una perla in un’ostrica ruvida e spigolosa. Era un piccolo centro piuttosto squallido, con le case tutte in legno. La vita era essenzialmente rurale e marittima e si svolgeva nelle corti delle sue misere case. Si mise mano al restauro della antica cinta muraria bizantina compresa la turris maior, il castello che ancora vediamo svettare sul monte Bonadies.
La città rifiorì e la principessa, memore dei suoi studi alla corte di Pavia favorì la nascita del culto della Medicina attraverso le ricerche dei primi docti viri e delle doctae mulieres. La corte raggiunse uno splendore e uno sfarzo per cui lo stesso Arechi ebbe ad affermare che la sua reggia era colma di ricchezze, “di gioielli e metalli preziosi, di suppellettili tirie, portate dagli Indi, dai Cretesi, dai molli Arabi ed Etiopi dalla nera pelle e vesti e drappi prodotti dai Seri.” Un alone di gloria circondò la plaga salernitana.
I principi favorirono uno scambio intenso anche con la campagna circostante dove sorsero proprietà laiche e religiose, produttrici delle derrate portate al mercato. L’accesso al mare permise l’incremento dei traffici marittimi. Salerno fu abbellita di edifici pubblici civili e religiosi. Oltre al Palatium sorse la cattedrale dedicata a S. Maria Dei Genitrix ed il monastero di San Benedetto da cui si diffuse una cultura che ebbe vasta risonanza in tutta la penisola. Da quei monaci ebbe impulso la nascita della Scuola medica salernitana. La parabola del Principato sembrava aver raggiunto il suo culmine, ma nel luglio del 787, moriva Romualdo, il primogenito, mentre il secondogenito Grimoaldo era ancora ostaggio di Carlo Magno, già dal 780, quando Arechi per fermare l’aggressione dei Franchi aveva dovuto giurare fedeltà al loro re Carlo. Arechi non riuscì a sopravvivere al figlio e nell’agosto dello stesso anno scese anche lui nella tomba. L’onere del governo cadde sulle spalle di Adelperga. Era prostrata dal dolore, ma con enorme sforzo riuscì a placare il cuore e a dare impulso alla volontà. Il suo carattere forte, la nobiltà della nascita e la fama della sua sapienza le permisero di reggere il Principato in un momento difficilissimo, stretto com’era tra le forze dei Bizantini dei i Franchi e del Papato. Lottò per più di un anno, infine ottenne da Carlo la restituzione di Grimoaldo. Si impose come grande sovrana agli occhi dei suoi sudditi, e a quelli del mondo intero. Tornato a Salerno nel maggio del 788, Grimoaldo dovette mantenere un difficile equilibrio tra l’ossequio a Carlo e la propria autonomia. Adelperga, si concentrò nel dare nuovo impulso allo studio affinché Salerno raggiungesse una posizione eminente nel campo della medicina. Arricchì la città di rari testi acquistati a Costantinopoli, il più importante mercato librario del tempo. Creò nei pressi del Palatium il convento femminile di San Giorgio con una ricca biblioteca e l’armarium pigmentorum. Con le monache avevano frequenti
contatti le mulieres salernitanae. Diede nuovo impulso all’Hortus magnum attraverso i monaci di San Benedetto. Nell’anno 806 morì anche il figlio Grimoaldo, cui Adelperga non sopravvisse a lungo. Il trono andò al tesoriere di Grimoaldo detto Storesayz.

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giovedì 15 settembre 2016

PREPARARE I FIGLI ALLA PROPRIA VOCAZIONE

Quello che deve starci a cuore, nell'educazione, è che nei nostri figli non venga mai meno l'amore per la vita, né oppresso dalla paura di vivere, ma semplicemente in stato d'attesa, intento a preparare se stesso alla propria vocazione. E che cos'è la vocazione di un essere umano, se non la più alta espressione del suo amore per la vita?

(Natalia Ginzburg, Le piccole virtù, pubblicato originariamente su "Nuovi Argomenti" nel 1960)


http://www.interruzioni.com/ginzburgscuola.htm


mercoledì 14 settembre 2016

INVITARE LA FORTUNA

Il metodo segreto per invitare la fortuna
La meravigliosa medicina per ogni malanno
Solo per oggi:

Non ti arrabbiare
Non ti preoccupare
Sii riconoscente
Lavora duro (per migliorare te stesso)
Sii gentile con gli altri


(Preghiera Reiki)

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