mercoledì 26 ottobre 2016
lunedì 24 ottobre 2016
lunedì 17 ottobre 2016
LICEO CLASSICO: NO, IL PROBLEMA NON E' IL LATINO
di Luca Ricolfi
Quel che vedo è terribile. Ci sono studenti, tantissimi studenti, che
non hanno alcun particolare handicap fisico o sociale eppure sono
irrimediabilmente non all'altezza dei compiti cognitivi che lo studio
universitario ancora richiede in certe materie e in certe aree del
Paese. Essi credono di avere delle “lacune”, e quindi di poterle colmare
(come si recupera un'informazione mancante cercandola su internet), ma
in realtà si sbagliano. Per essi non c'è più (quasi) nulla da fare,
perché difettano delle capacità di base, che si acquisiscono lentamente e
gradualmente nel tempo: capacità di astrazione e concentrazione,
padronanza della lingua e del suo lessico, finezza e sensibilità alle
distinzioni, capacità di prendere appunti e organizzare la conoscenza,
attitudine a non dimenticare quel che si è appreso. La scuola di oggi,
con la sua corsa ad abbassare l'asticella, queste capacità le fornisce
sempre più raramente. E, quel che è più grave, questa rinuncia a
regalare ai giovani una vera formazione di base non avviene certo in
nome di un'istruzione “utile”, ovvero all'insegna di uno sviluppo delle
capacità professionali, ad esempio sul modello tedesco dell'alternanza
scuola-lavoro. No, il modello verso cui stiamo correndo a fari spenti è
quello della liceizzazione totale: la scuola secondaria superiore è oggi
un gigantesco liceo che non è più in grado di erogare una preparazione
di base decente, e proprio per questo induce l'università a trasformarsi
essa stessa in un immenso e tardivo liceo. L'unico baluardo che resta
in piedi sono quelle scuole, ma forse sarebbe meglio dire – quegli
insegnanti – che non hanno rinunciato a spostare l'asticella sempre più
in su, per mettere i loro allievi nelle condizioni di affrontare
qualsiasi tipo di studio, umanistico o scientifico che sia. È grazie a
queste scuole e a questi insegnanti che all'università, nonostante
tutto, arrivano ancora drappelli di studenti in grado di ricevere
un'istruzione universitaria, e le materie più complesse non sono ancora
state abolite del tutto. Ma si tratta di eccezioni, non di rado
provenienti dalla minoranza di studenti (circa il 6%) che ancora
scelgono il liceo classico, con la sua aborrita prova di traduzione dal
latino e dal greco. La regola, purtroppo, è che chi ha un diploma di
maturità non è in grado di frequentare un'università che non abbia
drasticamente abbassato gli standard.
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lunedì 3 ottobre 2016
VRENZOLE
La vrenzola è un esemplare di sesso femminile dotato di scarsa raffinatezza ma grande autostima che invade la strade di Napoli.
Esistono due specie di vrenzole:
1. A buatt': corta, chiatta e chien' e nzogna, simile al casatiello
2. A feshon: Di aspetto considerabile anche piacente.. si differenzia dalla prima specie per l' utlizzo eccessivo del leopardato.
La vrenzola, genericamente, non lavora...la sua occupazione è truvà o' nammurato. Per questo motivo cura molto il suo aspetto fisico.
La vrenzola ci tiene molto al colorito del suo viso per questo invece della trousse ha la cardarella e la cucchiara a uso e mast' fravecatore.... Se non è fondotinta so' lampade..
Per apparire di più utilizzano colori sgargianti, partenn' a ri capill'..scagnate! i colori sono tre:
1.nero corvino: per fare la panterona..
2.biondo sciacquato: per fare la barbie...
3.rosso rugine: in principio erano castani poi a furia di fare lo shampoo senza passare l' antiruggine s' hanna arruginite.
La vrenzola cura in particolare il suo look, perchè ha bisogno di apparire.
La vrenzola, inoltre, la si riconosce dal linguaggio, aeeeeeeeeeee! utilizza termini coloriti e soprattutto la sua voce supera la soglia dell' inquinamento acustico.
Le vrenzole iniziano a prepararsi alle due del pomeriggio e mentre si preparano ascoltano canzoni neomelodiche in attesa del principe buzzurro.
Essere vrenzola non è solo un fattore estetico...la vrenzola è un modo di essere! una mentalità! la vrenzola ten' autostima a murì..la vrenzola è quella che se sbatt' sana sana quann' scenn' co pigiam!
Esistono due specie di vrenzole:
1. A buatt': corta, chiatta e chien' e nzogna, simile al casatiello
2. A feshon: Di aspetto considerabile anche piacente.. si differenzia dalla prima specie per l' utlizzo eccessivo del leopardato.
La vrenzola, genericamente, non lavora...la sua occupazione è truvà o' nammurato. Per questo motivo cura molto il suo aspetto fisico.
La vrenzola ci tiene molto al colorito del suo viso per questo invece della trousse ha la cardarella e la cucchiara a uso e mast' fravecatore.... Se non è fondotinta so' lampade..
Per apparire di più utilizzano colori sgargianti, partenn' a ri capill'..scagnate! i colori sono tre:
1.nero corvino: per fare la panterona..
2.biondo sciacquato: per fare la barbie...
3.rosso rugine: in principio erano castani poi a furia di fare lo shampoo senza passare l' antiruggine s' hanna arruginite.
La vrenzola cura in particolare il suo look, perchè ha bisogno di apparire.
La vrenzola, inoltre, la si riconosce dal linguaggio, aeeeeeeeeeee! utilizza termini coloriti e soprattutto la sua voce supera la soglia dell' inquinamento acustico.
Le vrenzole iniziano a prepararsi alle due del pomeriggio e mentre si preparano ascoltano canzoni neomelodiche in attesa del principe buzzurro.
Essere vrenzola non è solo un fattore estetico...la vrenzola è un modo di essere! una mentalità! la vrenzola ten' autostima a murì..la vrenzola è quella che se sbatt' sana sana quann' scenn' co pigiam!
venerdì 16 settembre 2016
ADELPERGA, LA PRINCIPESSA CHE CAMBIO' SALERNO
Con Adelperga, sposa del re Arechi, iniziò la svolta. E il centro raggiunse sfarzo e splendore
di GIUSEPPE ESPOSITO
(La città di Salerno) - Quanti sono i salernitani, che
attraversato il largo di San Pietro a Corte, imboccata la stretta via
che lambisce l’antico palazzo Fruscione con le sue splendide polifore
intrecciate e sollevato lo sguardo al nome della via, non hanno la
stessa reazione di don Abbondio al nome di Carneade? Quanti si
chiederanno: “Adelperga, chi era costei?” Eppure la principessa
longobarda ha avuto una ruolo fondamentale nella storia della città.
Figlia di Desiderio e quindi sorella della manzoniana Ermengarda, nacque a Pavia dove ricevette una educazione molto sofisticata, sotto la guida di Paolo Diacono, uno dei più importanti intellettuali del tempo. Sposò, in giovane età, Arechi II,
duca di Benevento e pertanto signore di quasi tutta l’Italia
meridionale, Salerno inclusa. Pochi anni dopo, Carlo Magno, divenuto
padrone dell’intero regno dei Franchi, lasciato da suo padre, Pipino il
breve a lui ed al fratello Carlomanno, ripudiò la sorella di Adelperga e sotto la spinta di papa Adriano I mosse contro la Longobardia maior ed il suo sovrano Desiderio.
Lo sconfisse alle Chiuse d’Italia, sembra grazie a un tradimento e ne
espugnò Pavia, capitale del regno. A novembre del 774, Arechi e
Adelperga, onde affermare più fortemente la loro autonomia, decisero di
proclamarsi principi di Benevento, con una grande cerimonia in cui
Arechi indossava uno sfarzoso manto di porpora e oro, mentre Adelperga
ne sfoggiava uno azzurro orlato d’argento. Arechi si dichiarò Princeps
Longobardorum et Dux Sannitorum e aprì le porte per accogliere tutti i
profughi del regno del nord. Contemporaneamente, essendo Benevento
troppo facilmente accessibile, attraverso la via Appia in caso di
attacco dell’esercito franco, decise, d’accordo con Adelperga, di
spostare la capitale a Salerno. Essa stretta tra i monti e il mare era
facilmente difendibile. Appariva bella come una perla in un’ostrica
ruvida e spigolosa. Era un piccolo centro piuttosto squallido, con le
case tutte in legno. La vita era essenzialmente rurale e marittima e si
svolgeva nelle corti delle sue misere case. Si mise mano al restauro
della antica cinta muraria bizantina compresa la turris maior, il
castello che ancora vediamo svettare sul monte Bonadies.
La città
rifiorì e la principessa, memore dei suoi studi alla corte di Pavia
favorì la nascita del culto della Medicina attraverso le ricerche dei
primi docti viri e delle doctae mulieres. La corte raggiunse uno
splendore e uno sfarzo per cui lo stesso Arechi ebbe ad affermare che la
sua reggia era colma di ricchezze, “di gioielli e metalli preziosi, di
suppellettili tirie, portate dagli Indi, dai Cretesi, dai molli Arabi ed
Etiopi dalla nera pelle e vesti e drappi prodotti dai Seri.” Un alone
di gloria circondò la plaga salernitana.
I principi favorirono
uno scambio intenso anche con la campagna circostante dove sorsero
proprietà laiche e religiose, produttrici delle derrate portate al
mercato. L’accesso al mare permise l’incremento dei traffici marittimi.
Salerno fu abbellita di edifici pubblici civili e religiosi. Oltre al
Palatium sorse la cattedrale dedicata a S. Maria Dei Genitrix ed il
monastero di San Benedetto da cui si diffuse una cultura che ebbe vasta
risonanza in tutta la penisola. Da quei monaci ebbe impulso la nascita
della Scuola medica salernitana. La parabola del Principato sembrava
aver raggiunto il suo culmine, ma nel luglio del 787, moriva Romualdo, il primogenito, mentre il secondogenito Grimoaldo
era ancora ostaggio di Carlo Magno, già dal 780, quando Arechi per
fermare l’aggressione dei Franchi aveva dovuto giurare fedeltà al loro re Carlo.
Arechi non riuscì a sopravvivere al figlio e nell’agosto dello stesso
anno scese anche lui nella tomba. L’onere del governo cadde sulle spalle
di Adelperga. Era prostrata dal dolore, ma con enorme sforzo riuscì a
placare il cuore e a dare impulso alla volontà. Il suo carattere forte,
la nobiltà della nascita e la fama della sua sapienza le permisero di
reggere il Principato in un momento difficilissimo, stretto com’era tra
le forze dei Bizantini dei i Franchi e del Papato. Lottò per più di un
anno, infine ottenne da Carlo la restituzione di Grimoaldo. Si impose
come grande sovrana agli occhi dei suoi sudditi, e a quelli del mondo
intero. Tornato a Salerno nel maggio del 788, Grimoaldo dovette
mantenere un difficile equilibrio tra l’ossequio a Carlo e la propria
autonomia. Adelperga, si concentrò nel dare nuovo impulso allo studio
affinché Salerno raggiungesse una posizione eminente nel campo della
medicina. Arricchì la città di rari testi acquistati a Costantinopoli,
il più importante mercato librario del tempo. Creò nei pressi del
Palatium il convento femminile di San Giorgio con una ricca biblioteca e
l’armarium pigmentorum. Con le monache avevano frequenti
contatti le mulieres salernitanae. Diede nuovo impulso all’Hortus
magnum attraverso i monaci di San Benedetto. Nell’anno 806 morì anche il
figlio Grimoaldo, cui Adelperga non sopravvisse a lungo. Il trono andò
al tesoriere di Grimoaldo detto Storesayz.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
giovedì 15 settembre 2016
PREPARARE I FIGLI ALLA PROPRIA VOCAZIONE
Quello che deve starci a cuore, nell'educazione, è che nei nostri figli non venga mai meno l'amore per la vita, né oppresso dalla paura di vivere, ma semplicemente in stato d'attesa, intento a preparare se stesso alla propria vocazione. E che cos'è la vocazione di un essere umano, se non la più alta espressione del suo amore per la vita?
(Natalia Ginzburg, Le piccole virtù, pubblicato originariamente su "Nuovi Argomenti" nel 1960)
http://www.interruzioni.com/ginzburgscuola.htm
mercoledì 14 settembre 2016
INVITARE LA FORTUNA
Il metodo segreto per invitare la fortuna
La meravigliosa medicina per ogni malanno
Solo per oggi:
Non ti arrabbiare
Non ti preoccupare
Sii riconoscente
Lavora duro (per migliorare te stesso)
Sii gentile con gli altri
La meravigliosa medicina per ogni malanno
Solo per oggi:
Non ti arrabbiare
Non ti preoccupare
Sii riconoscente
Lavora duro (per migliorare te stesso)
Sii gentile con gli altri
(Preghiera Reiki)
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