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sabato 30 giugno 2012

ALLA LIBRERIA LUIDIG PRESENTATO IL LIBRO 'DAI GRAFFITI A INTERNET' DI LUCIA GANGALE

(Il Quaderno) - Presso la libreria Luidig di Benevento, Lucia Gangale ha presentato il suo libro “Dai graffiti ad internet” Storia e sociologia dei mass-media, Ed. Realtà Sannita. Presenti, oltre all’autrice, Emilia Tartaglia Polcini, dell’Ufficio Scolastico Provinciale e Giovanni Fuccio  Consigliere Nazionale Ordine dei Giornalisti.
Dopo aver riconosciuto il coraggio dimostrato da quanti hanno contribuito alla nascita della libreria Luidig, nel pieno centro storico di Benevento e in uno spazio ormai privo di punti di riferimenti librario e dunque di diffusione della cultura, Fuccio, riferendosi al testo della Gangale, ha tenuto ad evidenziare il tema fondamentale del volume e cioè il problema della comunicazione. Informazione di tipo giornalistico e non, e dunque comunicazione nelle sue varie forme, da quella onesta ed attenta alla notizia documentata, a quella spesso manipolata e superficiale, molto lontana dunque dal corretto stile di una valida comunicazione. Ma poiché quest’ultima è fondamentale nell’assunzione di giuste informazioni, specie quando queste sono dirette ai giovani, è necessario che coloro che la producono siano persone che conoscono i fatti anche nella loro storia e genesi. D’altronde, un libro ha valore se contiene un messaggio e il testo presentato cura la problematica dell’informazione con la particolare attenzione, che sempre si deve avere, in un’opera rivolta ai giovani. La Tartaglia Polcini ricorda che ovviamente la platea si allarga quando le tematiche trattate coinvolgono il tema della quotidianità dell’accesso alla notizia, quando la distrazione sostituisce l’attenzione, quando la ripetitività poco emozionale, uccide il senso profondo della notizia stessa e la necessità di una riflessione su di essa. La comunicazione ha storia antica, l’umanità si contraddistingue, dalla notte dei tempi, per il suo essere soprattutto zoon politikon, portatori del bisogno di una vita associata come esigenza naturale degli uomini; ma lo stare insieme è possibile solo se c’è comunicazione, ma essa ha l’obbligo di essere chiara, onesta, libera ed accurata, rispettosa dei fatti e della loro genesi. Libro breve ed agile, dunque, nel quale, commenta l’autrice, il tema è affrontato con attenzione, dove il senso della comunicazione è offerto ‘in pillole’, ma con cura del particolare, secondo uno stile giornalistico che, parafrasando le parole di Biagio Agnes, non morirà mai, anche nella società di internet.
Ovviamente anche il giornalismo si è evoluto nelle sue forme di approccio informativo, ma quello odierno, secondo l’opinione di Giorgio Bocca, è spesso divertente ed accattivante, ma troppo spesso poco attento al controllo finale su quanto offerto a chi legge.
La società della comunicazione si è dunque evoluta, siamo passati dalle storie raccontate dai nonni, accattivanti e quasi sempre trampolino di fantasia infantile, alla immediatezza quasi asettica e senz’anima dell’informazione via internet, uno strumento veloce, immediato e seducente nelle sue opportunità, diventato il percorso obbligato della conoscenza soprattutto fra i giovani. L’evoluzione ha però cancellato la capacità di ascolto, l’attenzione a ciò che si dice, a chi lo dice e perché lo si dice, dimenticando che se c’è chi parla, chi ascolta deve essere capace di valutare e scegliere di credere oppure no, di condividere o rifiutare ciò che ha sentito.                                                                                                    Eusapia Tarricone 

(Teatrieculture) -  "Dai Graffiti ad Internet. Storia e sociologia dei mass-media" è il nuovo saggio di Lucia Gangale  pubblicato nella Collana Sudi Sociali, edizioni Realtà Sannita, presenatto ieri sera alla libreria Luidig a Palazzo collenea. "E' un libro di cui si avvertiva l'esigenza - ha esordito Giovanni Fuccio nella sua veste di editore - per i tanti cambiamenti che sono in atto nel mondo della comunicazione e che fanno sentiore l'ìesigenza anche di dibattiti ed incontri su questo tema specifico. Chi fa informazione deve sempre essere preparato ed informato e conoscere a fondo le tematiche dell'informazione" (Elide Apice - Continua a leggere)

giovedì 7 giugno 2012

REPORTER DI GUERRA

"Essere un reporter di guerra è la scelta di entrare in una storia estrema, al limite. Non è certo il giornalismo delle e-mail o dei comunicati stampa ricevuti comodamente in qualche ufficio con l’aria condizionata. Il giornalismo di guerra è un’esperienza assoluta. Capace di mostrarti la complessità di quello che c’è dentro. Per me rimane un mestiere stupendo."
MONICA MAGGIONI

mercoledì 28 dicembre 2011

GIORGIO BOCCA, LA CRISI DEL GIORNALISMO ITALIANO

"Per fare i giornalisti bisogna essere modesti".
"La vera ragione che mi ha spinto a fare il giornalista era capire cosa sono gli uomini. E difatti mi sono convinto che sono dei pazzi. La follia degli uomini è inguaribile. Ed è disperante vedere che non miglioreranno mai" (Giorgio Bocca)



(wikipedia.it) - Giorgio Valentino Bocca (Cuneo, 18 agosto 1920 – Milano, 25 dicembre 2011) è stato uno scrittore e giornalista italiano.
I suoi genitori erano insegnanti. Studiò alla facoltà di Giurisprudenza a Torino; si iscrisse al Gruppo Universitario Fascista (Guf), in cui divenne piuttosto noto a livello provinciale, anche per i suoi risultati nelle competizioni sciistiche, per cui ricevette la medaglia d'oro nel 1940 a Roma da Benito Mussolini. Allo scoppio della guerra, ormai ventenne, venne chiamato alle armi come allievo ufficiale nel Regio Esercito nel corpo degli Alpini. Nel giugno del 1940 partecipò alla Battaglia delle Alpi Occidentali insieme allo scrittore Mario Rigoni Stern, all'alpinista e maestro di sci Gigi Panei e alla guida alpina Renato Chabod. Il 4 agosto 1942 firmò un articolo sul settimanale "La Provincia Grande" nel quale imputava il disastro della guerra alla "congiura ebraica". Sotto le armi strinse amicizia con Benedetto Dalmastro, in contatto con Duccio Galimberti; insieme a queste due figure, fonderà dopo l'armistizio le formazioni partigiane di Giustizia e Libertà.

domenica 26 giugno 2011

VOLETE FARE GIORNALISMO? ARRANGIATEVI

(Sanniopress) - Volete praticare il giornalismo? Arrangiatevi. Questa è l’unica risposta seria che si può dare a chi vuole fare – sarebbe meglio dire: essere – giornalista. Se volete la prova di quanto dico potete fare un esperimento. Provate a intervistare dieci giornalisti e ponete loro la seguente domanda: “Come sei diventato giornalista?”. Avrete dieci risposte diverse. Ci sarà chi dirà che tutto è iniziato per caso. Ci sarà quello che dirà che ha iniziato facendo il fattorino. Quello che scriveva per sport di sport. Poi, forse, troverete anche qualcuno che vi dirà che ha frequentato la “scuola di giornalismo”, ma poi ha conquistato il contratto di assunzione pezzo su pezzo, notizia su notizia.

La figura del giornalista è irregolare, da sempre. Volerla sottoporre a delle regole certe non è un’illusione. E’ un’insensatezza. Il caso dell’ennesima “scuola di giornalismo” – la si vorrebbe ad Avellino e sarebbe intitolata alla memoria di Biagio Agnes – ha un merito: non solo mostra l’inflazione delle scuole, ma anche la loro inutilità. Le scuole, come è stato osservato, sfornano disoccupati, ma pretendere che sfornino occupati è anche peggio. Il giornalismo non si impara a scuola. E, per dissipare ogni equivoco, non s’insegna neanche. E’ troppo vicino alla vita. Qualcuno è in grado di insegnarvela? Solo i maestri, ma si sono estinti come i dinosauri.

Se volete una vita lavorativa sicura fate un altro mestiere. Se volete praticare giornalismo – e non è un caso che dica “praticare giornalismo” perché si tratta prima di tutto di un’attività umana e non di un impiego – dovete fare l’unica cosa che vale per un giornale (di qualunque tipo sia): trovare notizie. Ce ne sono di tanti tipi: cronaca, costume, sport, politica, cultura. Il mondo è vario, trovate il vostro posto nel mondo e metteteci dentro interesse, passione, disciplina. E’ vero che il giornalista deve saper scrivere tutto, ma l’idea che debba sapere tutto o non debba sapere nulla è risibile. Un buon giornalista ha quasi sempre una sua specialità: ha fatto studi di giurisprudenza o di lettere o di medicina o di storia. Gli unici studi di cui il giornalista può fare a meno sono gli studi di giornalismo.

Una volta trovata, la notizia va scritta (per me il giornalismo è soprattutto scritto). Per imparare a scrivere ci sono due regole da rispettare: parlare in italiano e leggere chi sa scrivere. Il resto viene da sé. Con la pratica. La pratica genera miglioramento e occasioni. Ogni giornalista ha dietro di sé la gavetta. Il giornalista senza gavetta non esiste o esiste solo nelle scuole di giornalismo, dunque, non esiste. La gavetta dà occasioni. A ognuno è data la propria occasione. Bisogna saperla costruire e afferrarla quando si presenterà.

Sento già la domanda: “Sì, è bello parlare. Ma tu come hai fatto?”. Esattamente come vi ho detto. Ho iniziato cercando notizie. Anche minime, ma notizie. Ho curato un interesse: politica e cultura. Ho fatto la gavetta. Non sono stato mai sfiorato dall’idea di frequentare una scuola. Meglio le redazioni. Anche piccole. Anche scombinate. Ma redazioni. “Già, ma chi ti ha assunto? E perché?”. Mi ha assunto, bontà sua, Vittorio Feltri. Ancora non ho capito bene perché. Erano i primi giorni di vita di Libero. Gli mandai un pezzo. Lo chiamai al telefono e gli dissi: “Ti ho inviato un pezzo. L’hai visto?”. Chiamò la segretaria e se le foce portare. Il giorno dopo lo pubblicò. Era un pezzo sulla scuola e Leo Longanesi. Gliene mandai un altro sull’esilio dei Savoia. Fu poi la volta di un ritratto di Mastella che finì in prima pagina. Mi chiamò Renato Farina e mi disse: “Vieni a Milano che Feltri ti vuole conoscere”. Ci andai. Faceva un gran caldo ma Feltri era vestito alla sua maniera: impeccabile, ma con naturalezza. Parlammo un po’. Sulla scrivania aveva il pezzo che gli avevo mandato qualche giorno prima. Era un articolo su Tonino Di Pietro. Da uomo di mondo qual è mi disse: “Non l’ho messo perché o pubblicavo il mio o il tuo”. Era il 19 agosto 2000. Si meravigliò che non avessi ancora un contratto. Me lo fece lui. Il 1° settembre ero in servizio nella redazione di Roma: piazza Sant’Andrea della Valle. A ognuno è data la sua occasione. Sempre che si lavori per averla.

(L’articolo è finito o ritengo che sia finito e non ho parlato della storia dell’Ordine, di cui è diventato presidente un galantuomo come Enzo Iacopino. Il paradosso è questo: se vuoi fare il giornalista devi essere iscritto all’Ordine ma per iscriverti all’Ordine devi essere giornalista. Non è un problema solo del giornalismo: è l’Italia che è fatta a scatole o corporazioni. Magari, però, ne parliamo un’altra volta).

GIANCRISTIANO DESIDERIO

martedì 21 giugno 2011

CONCITA DE GREGORIO LASCIA LA DIREZIONE DE L'UNITA'

(Ticinolibero) - Concita De Gregorio “lascia” la direzione del quotidiano italiano L’Unità, già organo ufficiale prima del PCI, poi dei DS, fondato da Antonio Gramsci. Da giorni i rumors davano la De Gregorio “silurata” dalla direzione del quotidiano, che da qualche anno è di proprietà di Renato Soru, ex Governatore della Sardegna, nonché fondatore della compagnia telefonica Tiscali. Ma proprio ieri, sabato 18 giugno, la De Gregorio, ha pubblicato un editoriale in cui attaccava la “macchina del fango” che alcuni siti internet producevano, dando spazio alle voci che davano imminente un cambiamento di direzione al quotidiano di Antonio Gramsci. Chiaro il riferimento al sito Dagospia, di Roberto D’Agostino, che da giorni “speculava” sul licenziamento della De Gregorio. Ma in serata dello stesso giorno in cui la direttrice dell’Unità attaccava i siti produttori di fango, ecco che si apprende che l’Unità cambia direzione. Alla mattina nel suo editoriale la De Gregorio srive nero su bianco sul suo quotidiano che “il suo contratto non è a scadenza” e in serata si dirama un comunicato che dice che di “comune accordo” la De Gregorio lascia il quotidiano di proprietà di Soru. Che figuraccia! Ora è palese che Soru non è più soddisfatto dell’operato della sua direttrice, tanto che a meno di tre anni dalla sua nomina, ha deciso di cambiare direzione. Come è evidente che Concita De Gregorio, troppo presa a screditare Dagospia, non si è resa conto che stava, proprio lei perdendo la faccia. Per carità, non sempre tutte le notizie presenti sui siti internet sono fondate, è del tutto normale che vi siano molte speculazioni, azzardi, ma non per questo è tutto una macchina del fango! Ma non si può smentire seccamente la mattina le voci di un proprio allontanamento dalla direzione del giornale, prendendosela con i siti internet, e alla sera, come se nulla fosse confermare la propria uscita di scena. In questo caso la tremenda gaffe di Concita non ha fatto altro che sdoganare l’autorevolezza delle speculazioni giornalistiche del sito Dagospia.
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(Fanpage) - “L’editore e il direttore dell’Unità comunicano che dal primo luglio Concita De Gregorio lascerà la guida del giornale a seguito di una decisione condivisa, assunta in autonomia e nel pieno rispetto reciproco riconoscendo l’importante lavoro svolto e i risultati raggiunti”. Comincia con una asettica frase di circostanza il breve comunicato che, dopo giorni di indiscrezioni, voci e finanche insinuazioni di dubbio gusto, sancisce la fine dell’esperienza di Concita De Gregorio come direttore de L’Unità. Una stagione intensa durata tre lunghi anni e che ha portato l’Unità a (ri)tornare ad essere il punto di riferimento di parte della società italiana. Concita, uno dei volti più riconoscibili ed autorevoli dell’intero panorama giornalistico italiano, lascia il giornale fondato da Antonio Gramsci dopo aver contribuito in maniera determinante a risollevarlo dal pantano in cui si trovava fino a qualche anno fa (nonostante l’autorevole guida di un grandissimo giornalista come Antonio Padellaro), scegliendo con grande coraggio la strada del rinnovamento e della sperimentazione, pur in una congiuntura estremamente problematica. Se i primi anni della “reggenza” della giornalista toscana coincidevano con uno dei periodi più bui del fronte progressista italiano, reduce dalla traumatica sconfitta delle politiche del 2008 con la cospicua maggioranza nelle mani del centrodestra e la sinistra “radicale” addirittura fuori dal Parlamento, non va neanche dimenticata la difficile situazione economica in cui si trovava il giornale edito da Renato Soru. Eppure, malgrado tagli e difficoltà di varia natura, quello realizzato da Concita è stato un piccolo capolavoro: rianimare un giornale in difficoltà, rivoluzionandone taglio e grafica, ridandogli smalto e prestigio, anche attraverso scelte editoriali precise e coraggiose.

giovedì 2 giugno 2011

MARIA LUISA BUSI: "IL FILM CHE TUTTI I GIORNI PASSA IN TELEVISIONE"

"A L'Aquila ci gridavano "vergogna!". Non era mai successo ad un giornalista del servizio pubblico". Maria Luisa Busi a Collisioni, il festival di Novello (Cn) parla della verità nascosta su L'Aquila. (Riprese di Emanuele Caruso).

domenica 10 aprile 2011

martedì 1 febbraio 2011

GIORNALISMO: LA MOLTIPLICAZIONE DELLE SCUOLE CREA SOLO ILLUSIONI

MARIO CALABRESI

Ho fatto la scuola di giornalismo di Milano e sono convinto che le scuole siano il luogo migliore dove formare le nuove leve del mestiere, ma soprattutto che siano uno strumento di democrazia, perché garantiscono opportunità a tutti e parità di accesso senza raccomandazioni e in base al merito. Resto però dell’idea che la moltiplicazione delle scuole (passate da 6 a 20 in meno di dieci anni e in tempi in cui già si sentiva la crisi) sia stata un’operazione demenziale, molto spesso guidata da criteri molto discutibili.
Mi fa piacere che l’Ordine si sia attivato e abbia sfoltito le scuole e i corsi di laurea,
soprattutto in quei luoghi dove poi nessun accesso al lavoro è possibile. Ma se quattro anni fa c’erano più di 600 studenti in uscita e in cerca di lavoro e negli ultimi due bienni se ne sono aggiunti altri 800, allora – visto che negli ultimi tre anni i giornali hanno quasi soltanto ridotto gli organici – la mia sensazione che ci siano in giro circa 1500 giovani giornalisti in cerca di un posto e stanchi della precarietà non è poi tanto sbagliata. Lo si vede dal numero dei curriculum inviati e da quanti fanno richiesta di uno stage: quando arrivai io all’Ansa a Montecitorio eravamo solo in due a fare il tirocinio estivo prima di tornare a scuola, negli ultimi anni nei grandi quotidiani ci sono stati momenti in cui gli stagisti sono arrivati a essere anche venti per testata. Penso sia necessario dire con chiarezza tutto ciò per evitare di creare illusioni e delusioni e per chiedere agli adulti di essere responsabili e onesti con i più giovani quando gli indicano percorsi di studio.

http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/editoriali/hrubrica.asp?ID_blog=273

sabato 11 dicembre 2010

BOCCA, "VESPA SERVO DEL REGIME"


Giorgio Bocca a "Le invasioni barbariche" su La7: «Questi famosi giornalisti della televisione, dove sono? Non ci sono. Bruno Vespa non lo considero un giornalista, lo considero un servo del regime».

Guarda il video

domenica 14 novembre 2010

LA PALESTRA DE "LA ZANZARA"


"Infine, arrivarono i nove numeri all'anno del giornale, fatto molto bene anche professionalmente, con i cliché delle foto che ci venivano regalati da importanti testate milanesi. Ciò era possibile anche grazie alla pubblicità, raccolta con un sistema un pò... ricattatorio, anche se amichevole: i genitori dei ricchi (Pesenti, Pirelli, Bassetti, eccetera) per mezza pagina di pubblicità pagavano una quota simile a quella addirittura richiesta dal Corriere della Sera e così ci si poteva permettere le varie attività, compresa la festa di fine anno, con ballo e orchestra - sempre nell'aula mgna del liceo.
La tiratura del giornale corrispondeva rigorosamente al numero degli iscritti al nostro liceo, cioè era di 940 copie.
Quello della Zanzara era un lavoro complesso: usciva un numero di 36 pagine al mese e bisognava idearlo, scriverlo, farlo comporre, correggere le bozze, impaginarlo a piombo, scegliere foto, diascalie e titoli.
Era piuttosto interessante la selezione dei redattori, fatta per cooptazione...
La cooptazione avvenva da parte dei compagni dell'ultimo anno, i più bravi, che dirigevano il gornale e che sceglievano nuovi adepti tra quelli di qinta ginnasio (di solito i migliori) e li tiravano dentro; per un anno restavano in prova e poi - se non andavano bene - venivano espulsi (con la durezza tipica dei ragazzi nei confronti dei propri simili) e solo i più meritevoli potevano restare." - Testimonianza di Marco Sassano

domenica 19 settembre 2010

GIORNALISTI DI PROVINCIA


Sogno un'informazione giornalistica nuova, che porti una ventata di novità nelle case degli italiani.
Non voglio parlare dei tiggì nazionali, ma dell'informazione provinciale.
Per l'ennesima volta su una web tv o una tv di provincia ho sentito parlare della "sagra della caciotta". Non è mica la prima volta che si spacciano notizie culinarie. Sentite un po' qua: "Pizze e patate al forno". "Sagra dei cecatielli". "Festa della salsiccia".
C'è poi il solito scribacchino di paese che si atteggia a fotoreporter ad una messa tra vecchiette di paese, non avendo neppure il physique du rôle del fotoreporter ed al contempo spacciandosi per professore plurilaureato, benché faccia a pugni con la lingua italiana... Vabbè che poi gli danno 5 euro ad articolo e lui è contento lo stesso.
E basta... Non se ne può più.
Mai un'inchiesta sulle infrastrutture, sull'innovazione, sui disservizi, sulla vita nella scuola, nella sanità, sulla pubblica amministrazione, sui talenti locali, sulla musica, sull'arte, sulla società.
Ma cosa ce ne frega di questa roba? Il cibo è argomento nobile, ma bisogna saper informare veramente la gente e farla riflettere sulle realtà dei propri territori.
Date più ampio respiro e più dignità alla vostra professione. E ddai!

venerdì 10 settembre 2010

COSA SCRIVEREBBE "LA ZANZARA" OGGI?

Parlare di sesso nel 1945 era pericoloso e poteva offendere il pudore di bigotti e benpensanti.
Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti ed è quindi interessante ripercorrere le vicende che portarono tre studenti del Liceo Classico "Parini" di Milano che vennero incriminati per oltraggio al pudore, alla sensibilità ed al costume morale comune.
I tre rei confessi, autori di un'inchiesta sulla sessualità tra i giovani, si chiamavano Marco De Poli, Claudia Beltramo Ceppi, Marco Sassano. La protesta contro di loro si levò dall'associazione Cattolica Studentesca ispirata da don Luigi Giussani. I tre vennero accompagnati in questura ed applicando una legge del 1934 furono obbligati a spogliarsi per verificare l'eventuale presenza di tare fisiche e psicologiche. I maschi acconsentirono, mentre Claudia Beltramo si rifiutò.
La storia rimbalzò sui giornali nazionali e divise in due il Paese: DC e MSI costituirono il fronte della colpevolezza, invece la Sinistra ed i progressisti intervennero in difesa degli studenti.
Fu celebrato un processo, conclusosi il 2 aprile 1966 con l'assoluzione dei tre giovani. Ad esso parteciparono centinaia di giornalisti, anche dall'estero.
L'episodio fu sintomatico di un cambiamento di mentalità e di costumi ed anche come un segno del malessere giovanile che avrebbe di lì a poco coinvolto l'intera società, sfociando nelle proteste del '68.
Chissà cosa devono inventarsi oggi i giovani per scuotere questa società in crisi e questo Paese sull'orlo del fallimento economico?
Sbaglio, o di preti pedofili e di festini gay tra prelati, di ragazzini abusati morti suicidi o che hanno fatto una vitaccia infame ne abbiamo già sentito parlare, come anche di precari della scuola affamati che vanno alla Caritas?
Hai visto mai che a sconvolgere questo mondo di ladri sarebbero degli articoli sui buoni sentimenti?...

giovedì 26 agosto 2010

RICORDI DI UNA GIORNALISTA


Anni fa, quando ero una giovane squattrinata in cerca di impiego e con un’insana passione per il giornalismo, ebbi l’idea di presentarmi per un colloquio ad una redazione di provincia, sede distaccata di un prestigioso quotidiano nazionale.

Era inverno. Il redattore capo mi disse che potevo andare, capii che mi avrebbe fatto un rapido colloquio e così presi l’automobile, mezz’oretta di viaggio e arrivai.

Le strade erano piene di neve, avevo proceduto adagio ma tutto, avrei fatto tutto pur di realizzare il mio sogno.

Di lì a poco mi ritrovai davanti il redattore capo, con alle sue spalle un’altra eccelsa “penna” della provincia in aspetto dimesso e servile, sguardo basso sulla scrivania, nessuna intromissione nel discorso.

Il redattore capo, che tra l’altro era fratello di un collega che insegnava diritto nella mia scuola, il quale sistematicamente a colazione si faceva comprare il Duplo dagli studenti che confessavano di non poterne più di questa riverenza, evidentemente mancava di signorilità per un fatto di famiglia. Oltre a non farmi accomodare da nessuna parte, oltre ad avermi fatto andare con tutta quella neve per nulla, oltre ad usare un tono sgraziato tutto il tempo, mi tenne lì questi cinque minuti per dire che la redazione non aveva bisogno di altri collaboratori o corrispondenti, che loro “erano arrivati”, che lì si timbrava il cartellino, bla bla bla, così tolsi le tende e me ne andai.

Le vie del Signore sono infinite, e così, di lì a poco, mi ritrovai per il mio lavoro di docente a girarmi i posti più belli e turistici d’Italia, cosa che il redattore capo ed i suoi servili collaboratori non hanno visto in trent’anni di carriera e da uomini “arrivati”.

Non mi ci volle quindi molto per archiviare l’episodio, ma oggi, essendomi capitato di rivedere dall’esterno quella redazione, mi viene da pensare: poverini… Hanno passato la vita a fare gli scribacchini di provincia senza nessuna soddisfazione se non quella di leccare culi ai politici locali.

Non avrei voluto fare la loro vita, neanche se mi avessero pagato a peso d’oro.


RICORDI DI UNA GIORNALISTA 2

Tra i tanti episodi della mia lunga gavetta professionale, e ne avrei da raccontare, mi è venuto in mente anche quello del noto politico irpino al quale mi rivolsi per una raccomandazione. Capita ai migliori, che volete fare. Da questi errori di gioventù si imparano però tante di quelle cose che nemmeno immaginate.

Con l’allegra famiglia – si fa per dire, perché ero dannatamente in cerca di un impiego che non si trovava – ci recammo nella villa bunker del nostro, tra le distese verdi della terra irpina.

Portammo anche una bottiglia di Chevas Regal, che fu subito carpita dal personaggio, ed iniziò il colloquio. “Ma vostra figlia è professionista o pubblicista? No, perché se era professionista…”.

Mio padre disse: “Onoré, di solito si bussa alla chiesa grossa”. L’uomo politico rispose: “La chiesa grossa è chiusa”. Mia madre ne ebbe così un nervoso che lì per lì non disse niente, ma poi a casa si sfogò: “Gli stavo dicendo: allora manco i santi ci stanno più!”.

Aggiungo che durante tutto il tempo della conversazione nel suo salottino, sul tavolino davanti a noi c’era un enorme vassoio strapieno di grossi cioccolatini avvolti nella carta rossa. Il grande politico mica si degnò di dirci: “Prendete pure”. Manco per sogno…

Quella fu la prima e l’unica volta che ci parlai. E’ stato un piacere non rivederlo.

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