mercoledì 29 aprile 2020

DOMANDE ESISTENZIALI

Vivi nel piccolo paese e non vedi l'ora di lasciarlo perché vedi che in un contesto così piccolo e soffocante non ci sono prospettive e tutti, negli anni, abbandonano quel posto e vanno a scoprire il mondo.
Ti trasferisci in una metropoli qualsiasi o nella Grande Mela e ti accorgi di tutto il male che ti circonda e che divora questa società frenetica, dove non c'è spazio per l'umanità. E ripensi al fatto che anche un piccolissimo paese accoglieva le fragilità e le imperfezioni umane. Però ripensi anche alla piccolezza e alla ferocia di quel posto tanto piccolo e anonimo. E ti chiedi: c'è un posto del mondo in cui l'uomo possa essere veramente libero e felice? Dove possa essere se stesso?

ANALISI DELLA SOCIETA' AMERICANA - ARIANNA FARINELLI, POLITOLOGA ITALIANA RESIDENTE A NEW YORK

La politologa romana Arianna Farinelli, autrice di "Gotico americano", in questa intervista spiega le contraddizioni degli Usa, dell'America e di New York. La povertà diffusa nella città più ricca del mondo, le carceri, il razzismo imperante, il disprezzo per il povero, visto come responsabile della sua situazione di vita (frutto della cultura protestante su cui è stato fondato questo grande Paese).
"Essere poveri in America - dice Farinelli - è visto quasi come una colpa, nel senso: questo Paese ti dà delle grandi opportunità, sta a te coglierle. Se rimani povero è colpa tua. E c'è anche una grossa possibilità: che tu non abbia lavorato abbastanza per elevarti socialmente, quindi non è una responsabilità della società aiutarti. E quindi se ti aiutano, ti aiutano le varie associazioni caritatevoli, ma lo Stato non deve redistribuire per aiutare te, che probabilmente sei molto pigro e non hai voluto lavorare".

domenica 26 aprile 2020

VISTI DA VICINO: L'OLANDA, IL CORONAVIRUS E LA SACRALITA' (?) DELLA VITA

Ci sono alcuni fattori che gli italiani che guardano all'Olanda (e ci si arrabbiano, per via delle politiche spregiudicate anti-lockdown) spesso non considerano, e che sono invece molto evidenti per chi vive qua:
1. I genitori dei bambini delle primarie, che rientreranno in classe l'11 maggio, sono molto ma molto giovani. Molto più giovani dei corrispettivi italiani. Diciamo in media almeno 10 anni di meno.
2. I nonni non fanno da baby sitter (non full-time alla maniera italiana, almeno).
3. La mentalità olandese è radicalmente diversa da quella italiana. Gli olandesi non temono questo virus. Non lo temono. Mi dicevano: aspetta che inizino a morire le persone e vedrai. Le persone stanno morendo a frotte: sono tutti calmi e tranquilli.
4. Gli anziani non credono e non pretendono di essere eterni e spesso guardano alla morte con serenità (anche perché non devono fare da baby sitter, e si godono la vita, mediamente).
5. E secondo me fondamentale: L'idea della sacralità della vita non gli appartiene. Non è un concetto che ho mai sentito menzionare, in 12+ anni di vita in Olanda. Mai.
6. Gli olandesi non hanno nozioni mediche di base, non si curano, non si interessano della propria salute più di tanto. Fanno molto sport e vanno in bicicletta come dei dannati. Se stanno male si fanno curare, e le cure sono di solito buone (quando la malattia è seria). Altrimenti, paracetamolo. Se muori: too bad (vedi punto 5).
In sostanza: quando pensate all'Olanda non dovete misurarla col metro italiano. Dovete pensare a Sparta. Poi provate a riformulare le vostre considerazioni italiane rivolgendole a un cittadino di Sparta.
Eh ma mia madre ha 80 anni e potrebbe morire. Bene, ha vissuto abbastanza, dovrebbe essere contenta di esserci arrivata.
Eh ma mi prendo la polmonite. Bene, ti metti a letto, prendi il paracetamolo, e ti passa. Altrimenti c'è l'ospedale.
Eh ma i bambini devono stare dentro. Male, i bambini devono stare fuori, abituarsi al freddo e al caldo, alle intemperie. Devono forgiare il fisico e andare in bicicletta. Devono imparare a nuotare - tutti - e a pedalare. Anche 20 km sola andata per arrivare a scuola, ogni mattina, sotto la pioggia. Si va.
Eh ma il virus è pericoloso.
Lo sappiamo, e se ti ammali seriamente ci sono abbastanza letti, perché ci siamo preparati.
Eh ma a me questa decisione non piace.
Il governo ha deciso così, così si fa, che ti piaccia o no.
This is Sparta.
Non potete misurare l'acqua col metro. Le categorie italiane, qua, non valgono. Ricordatevelo.

Dal profilo facebook della 
docente universitaria Roberta D'Alessandro

HANNAH ARENDT, LA NATURA E L'UOMO


Invece la giornalista novantenne Natalia Aspesi, una delle maggiori firme del giornalismo italiano, ha detto: "Io penso che la Terra si era rotta le scatole e ha voluto punirci".

venerdì 24 aprile 2020

"DESIDERATA" DI MAX EHRMAN

Va’ serenamente in mezzo al rumore e alla fretta, e ricorda quanta pace può esserci nel silenzio.
Finché è possibile senza dover soccombere, sii in buoni rapporti con tutte le persone. Dì la tua verità con calma e chiarezza, e ascolta gli altri, anche l’insensibile e l’ignorante, anch’essi hanno la loro storia.
Evita le persone volgari e aggressive, esse sono un tormento per lo spirito. Se ti paragoni agli altri, puoi diventare vanitoso e pungente, perché sempre ci saranno persone più grandi e più piccole di te.
Gioisci delle tue conquiste, così come dei tuoi progetti.
Mantieniti interessato al tuo lavoro, per quanto umile; è una certezza nel futuro mutevole del tempo.
Sii prudente nei tuoi affari, poiché il mondo è pieno d’inganno. Ma non far sì che questo ti impedisca di vedere quanta virtù c’è.
Molte persone lottano per grandi ideali e ovunque la vita è piena d’eroismo.
Sii te stesso. In particolare, non fingere di amare. E non essere cinico riguardo all’amore, perché, a dispetto di ogni aridità e disillusione, esso è perenne come l’erba. Accetta con benevolenza il consiglio degli anni, abbandonando con riconoscenza le cose della giovinezza.
Alimenta la forza d’animo, per difenderti dall’improvvisa sfortuna. Ma non tormentarti con l’immaginazione. Molte paure nascono dalla stanchezza e dalla solitudine.
Al di là di ogni sana disciplina, sii gentile con te stesso.
Tu sei un figlio dell’universo, non meno degli alberi e delle stelle; tu hai diritto di essere qui. E che ti sia chiaro o no, non c’è dubbio che l’universo si stia svelando come dovrebbe.
Perciò sii in pace con Dio, in qualunque modo tu Lo concepisca, e qualunque siano le tue imprese e le tue aspirazioni, nella rumorosa confusione della vita, mantieni la pace con la tua anima.
Nonostante tutta la sua finzione, il lavoro ingrato e i sogni infranti, è ancora un mondo magnifico. Sii allegro. Sforzati di essere felice.



domenica 19 aprile 2020

FENOMENOLOGIA DI ELISABETTA II


Elisabetta d'Inghilterra ha rinunciato agli spari di cannone in suo onore, che da 68 anni a questa parte sono tradizione nel giorno del compleanno della sovrana. Compleanno che cade il 21 aprile, quando Elisabetta compirà 94 anni.
Il discorso pronunciato dalla regina dello scorso 5 aprile 2020 è già entrato nella storia, così come questo anno nefasto che ha portato il Coronavirus. Ammirato dappertutto nel mondo, il discorso della regina ha già fatto versare fiumi di inchiostro. In 68 anni la regina, vera madre della sua Nazione alla quale ha giurato fedeltà e servizio da quel lontano 21 aprile 1947, è la quarta volta che parla al suo popolo. Il momento è di eccezionale gravità. Il virus in Inghilterra ha fatto oltre 14mila vittime, senza contare le persone ad oggi contagiate dalla pandemia.
E' davvero difficile prevedere cosa sarà del Regno di Inghilterra dopo questa carismatica sovrana, data anche la quantità di personaggi di contorno che non reggono il suo confronto, ma è certo che Elisabetta servirà la sua Nazione fino alla fine. Vestita di verde (il colore della speranza) e con un piglio dignitoso e sobrio, adatto alla personalità di una grande sovrana, sguardo diritto verso la telecamera, con fare pacato ma deciso e forte, a 94 anni, ha invitato il suo grande popolo alla riscossa: "Se resteremo uniti e determinati, vinceremo noi". 
Che dire? Le parole di una regina sono più impattanti sul proprio popolo che quelle di mille politicanti perennemente a bocca spalancata, pronti a postare uno slogan su twitter o un messaggio su facebook. Pronti a darsi battaglia in televisione. 
Dopo un anno di divisioni tra buonismo esagerato, ed altrettante campagne di odio adatte a tenere in tensione in nostro Paese, anche noi guardiamo Elisabetta II e respiriamo. 
Ora è il momento della compattezza e della fermezza. Perché le difficoltà finanziarie che la pandemia ha portato fanno il paio con il carico di sofferenza e di morte che essa sta ancora seminando. Non è più tempo di polemiche e di divisioni. Di passerelle da primedonne alle quali i nostri politici e gli studi televisivi ci hanno abituati.
La regina ringrazia il personale sanitario che sta combattendo in prima linea in questa guerra. Così come ringrazia tutti coloro che asserragliati in casa permettono di arginare il contagio. E aggiunge: 
"Spero che negli anni a venire ognuno sarà in grado di essere orgoglioso per come ha risposto a questa sfida e quelli che verranno dopo di noi potranno dire che i britannici di questa generazione sono stati forti come ogni altra volta. Le doti di autodisciplina, e tranquilla risolutezza condita di buon umore caratterizzano ancora questo Paese".
In quasi 70 anni di regno, capitati nel periodo di pace più lungo della storia europea, Elisabetta ha dovuto gestire conflitti familiari che hanno minato l'immagine della corona inglese: le relazioni extraconiugali di Carlo e Diana e il loro divorzio; la tragica fine della principessa; il divorzio della secondogenita Anna e quello del figlio Andrea da Sarah Ferguson; gli scandali regali, fino al coinvolgimento del principe nell'inchiesta relativa sugli abusi sessuali che ha travolto il miliardario americano Jeffrey Epstein.  E poi, pochi mesi fa, la rinuncia dei duchi del Sussex ai doveri di corte ed il loro trasferimento negli Usa, un affare che ha di molto ridimensionato la stima verso Harry e Meghan, incrementando allo stesso tempo quella nei riguardi della sovrana. E anche se oggi, come dice Vittorio Sabadin, ex inviato a Londra de La Stampa, molti inglesi hanno smesso da tempo di essere monarchici, sono di sicuro fortemente elisabettiani. Sabadin dice: "Quale altro Paese ha potuto contare per quasi 70 anni su una figura così carismatica? Elisabetta della Gran Bretagna nel mondo". Il giornalista è convinto che dopo Elisabetta ci sarà il vuoto e se nessuno degli eredi saprà colmarlo la monarchia andrà incontro all'ostilità, o peggio, all'indifferenza del popolo inglese. "La monarchia inglese, se resisterà, finirà per somigliare a quelle di Svezia o Norvegia, dove re e regine sono persone quasi normali, che vivono in modo comune. Ma a chi interesseranno più se sono come noi?".
Robert Hardman ha scritto sul Daily Mail: "La regina salita al trono con Churcill al suo fianco è ora la Churcill dei nostri tempi. Quattro anni fa, fui ai funerali di Nelson Mandela, Obama rivolgendosi ai capi di Stato individuò in Mandela e in Elisabetta i due giganti della leadership del XX secolo".
In quest'ultimo caso, lei è passata alla storia anche del XXI secolo.








mercoledì 15 aprile 2020

IL PROBLEMA DELLA LIBERTA' IN HANNAH ARENDT

La Arendt è convinta che a differenza della natura, la storia sia piena di eventi e che questa frequenza abbia la sua unica ragione nel fatto che gli eventi storici sono di continuo creati e interrotti dall' iniziativa dell'uomo, che è un initium in quanto agisce.

Leggi l'articolo su Gazzetta Filosofica, con splendide immagini di corredo


E' USCITA "REPORTAGES" 28


Il numero 28 della rivista internazionale di storia, società costume e attualità "Reportages Storia & Società" si può comodamente acquistare online e ricevere a casa, cliccando qui: 
Sulla stessa piattaforma potete acquistare anche gli arretrati.
"Reportages" questa volta ha voluto dedicare la sua copertina all'affascinante attrice francese Adèle Haenel, attuale ed indiscussa protagonista del cinema francese, insieme a Noémie Merlant. All'interno della rivista su di lei.
Nel corso degli anni la rivista si è arricchita di collaborazioni sempre più qualificate, che costituiscono il punto di forza di questo prodotto editoriale, insieme ad una veste grafica sempre elegante e curata nei particolari. Ogni numero è un numero da collezione.
Il sito ufficiale è qui: www.reportagesweb.wordpress.com
A giorni sarà disponibile anche la versione e.book, al prezzo di 2.99 euro.

sabato 11 aprile 2020

CE LO STA SPIEGANDO IL VIRUS, A CARO PREZZO

“Credo che il cosmo abbia il suo modo di riequilibrare le cose e le sue leggi, quando queste vengono stravolte.
Il momento che stiamo vivendo, pieno di anomalie e paradossi, fa pensare...
In una fase in cui il cambiamento climatico causato dai disastri ambientali è arrivato a livelli preoccupanti, la Cina in primis e tanti paesi a seguire, sono costretti al blocco; l'economia collassa, ma l'inquinamento scende in maniera considerevole. L'aria migliora; si usa la mascherina, ma si respira...
In un momento storico in cui certe ideologie e politiche discriminatorie, con forti richiami ad un passato meschino, si stanno riattivando in tutto il mondo, arriva un virus che ci fa sperimentare che, in un attimo, possiamo diventare i discriminati, i segregati, quelli bloccati alla frontiera, quelli che portano le malattie. Anche se non ne abbiamo colpa. Anche se siamo bianchi, occidentali e viaggiamo in business class.
In una società fondata sulla produttività e sul consumo, in cui tutti corriamo 14 ore al giorno dietro a non si sa bene cosa, senza sabati nè domeniche, senza più rossi del calendario, da un momento all'altro, arriva lo stop.
Fermi, a casa, giorni e giorni. A fare i conti con un tempo di cui abbiamo perso il valore, se non è misurabile in compenso, in denaro.
Sappiamo ancora cosa farcene?
In una fase in cui la crescita dei propri figli è, per forza di cose, delegata spesso a figure ed istituzioni altre, il virus chiude le scuole e costringe a trovare soluzioni alternative, a rimettere insieme mamme e papà con i propri bimbi. Ci costringe a rifare famiglia.
In una dimensione in cui le relazioni, la comunicazione, la socialità sono giocate prevalentemente nel "non-spazio" del virtuale, del social network, dandoci l'illusione della vicinanza, il virus ci toglie quella vera di vicinanza, quella reale: che nessuno si tocchi, niente baci, niente abbracci, a distanza, nel freddo del non-contatto.
Quanto abbiamo dato per scontato questi gesti ed il loro significato?
In una fase sociale in cui pensare al proprio orto è diventata la regola, il virus ci manda un messaggio chiaro: l'unico modo per uscirne è la reciprocità, il senso di appartenenza, la comunita, il sentire di essere parte di qualcosa di più grande di cui prendersi cura e che si può prendere cura di noi. La responsabilità condivisa, il sentire che dalle tue azioni dipendono le sorti non solo tue, ma di tutti quelli che ti circondano. E che tu dipendi da loro.
Allora, se smettiamo di fare la caccia alle streghe, di domandarci di chi è la colpa o perché è accaduto tutto questo, ma ci domandiamo cosa possiamo imparare da questo, credo che abbiamo tutti molto su cui riflettere ed impegnarci.
Perchè col cosmo e le sue leggi, evidentemente, siamo in debito spinto.
Ce lo sta spiegando il virus, a caro prezzo."

FRANCESCA MORELLI

QUANDO L'EPIDEMIA FINIRA'

Quando l'epidemia finirà, non è da escludere che ci sia chi non vorrà tornare alla sua vita precedente.
La presa di coscienza della fragilità e della caducità della vita spronerà uomini e donne a fissare nuove priorità.
A distinguere meglio tra ciò che è importante e ciò che è futile.
A capire che il tempo - e non il denaro - è la risorsa più preziosa.
Chi, potendo, lascerà un posto di lavoro che per anni lo ha soffocato e oppresso.
Chi deciderà di abbandonare la famiglia, di dire addio al coniuge, o al partner.
Di mettere al mondo un figlio, o di non volere figli. Di fare coming out.
Ci sarà chi comincerà a credere in Dio e chi smetterà di credere in lui.
Ci sarà chi, per la prima volta, si interrogherà sulle scelte fatte, sulle rinunce, sui compromessi.
Sugli amori che non ha osato amare.
Sulla vita che non ha osato vivere.

[David Grossman]

mercoledì 1 aprile 2020

PENSIERI DEGLI STUDENTI AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

AVERE LE FAMIGLIE VICINE NON L’ANSIA DI UN COMPITO DA CONSEGNARE

Continuiamo a ripetere che “la scuola non si ferma”, eppure le persone sono stressate, confuse e mi dispiace dirlo ma molto probabilmente ci sarà un notevole aumento di casi di depressione. Noi studenti, ma anche gli insegnanti e i genitori, vediamo ogni giorno aumentare il numero dei decessi, veniamo a sapere di un parente, amico o semplicemente conoscente risultato positivo, e abbiamo paura. Tutti noi facciamo fatica a concentrarci in questi giorni di lutto, nel bel pezzo di una pandemia, la più grande che la nostra e la vostra generazione abbia vissuto. Molti di noi hanno spesso problemi ad internet, la voce del docente si interrompe per la connessione, l’audio non funziona o non si arriva a comprendere al meglio la lezione. Certo, ci saranno sempre gli appunti sulla piattaforma di Argo, ma dovremo fare tutto da soli e non tutti ci riescono. È un momento difficile e tenebroso per tutti. La scuola deve senz’altro esserci perché l’istruzione è un nostro diritto, ma quando si inizia ad avere paura, perché è inevitabile, vorremo avere le nostre famiglie vicine, non l’ansia di un compito da consegnare, o una lezione da preparare. In più penso che per quanto efficienti siano, le video lezioni non saranno mai come vere e proprie lezioni "umane".
AV (Da un Liceo Classico di Palermo)


IL MIO ULTIMO GIORNO DI SCUOLA SENZA SAPERLO

Ho diciassette anni e frequento un liceo scientifico di Palermo. Quest’anno, io, come tutti i miei coetanei, avrei dovuto concludere la mia splendida esperienza scolastica. Invece, mi è stata bruscamente strappata ogni cosa. Immagino che a ciascuno di noi, giovani e adulti, sia stato strappato qualcosa che non potremo recuperare. Non ricorderò il mio ultimo periodo scolastico, non ricorderò il mio viaggio d’istruzione, non so se ricorderò la mia maturità. Probabilmente ho vissuto il mio ultimo giorno di scuola senza saperlo, senza stappare lo spumante con i miei compagni. I miei ricordi saranno piuttosto dolorosi: quelli di una pandemia, di una scuola snaturata. Saranno ricordi che, forse, ci consentiranno di comprendere il valore delle piccole cose, la cui presenza abbiamo sempre dato per scontata.
La scuola che viviamo oggi è fredda. Passiamo le nostre giornate a fissare uno schermo con cui possiamo interagire ben poco. I nostri docenti si sforzano di mascherare il loro sconforto e si adoperano per garantirci di proseguire i nostri studi. Le difficoltà di concentrazione sono notevoli.
Io che ho sempre amato lo studio, adesso non riesco ad amarlo. Ho scelto di vivere la mia esperienza scolastica in modo appassionato, affezionandomi a chi mi circondava. Difatti, l’insegnamento cui sono stata abituata è ricco di affetto, di calore umano, di scambi stimolanti.
Adesso dov’è il confronto? Dove sono i rapporti interpersonali con compagni e con docenti? Anche se consapevoli che l’apprendimento a distanza è l’unica alternativa possibile, possiamo affidare la conclusione del nostro percorso scolastico a un computer? La scuola che attualmente frequentiamo non è quella che voglio ricordare: voglio ricordare una scuola in cui il contatto è diretto, una scuola senza distanze.
Per di più noi studenti del quinto anno stiamo affrontando un periodo di estrema incertezza. Non sappiamo se e come si svolgerà il nostro esame di maturità. Rimanendo costantemente aggiornati sulle notizie più recenti, siamo venuti a conoscenza che in alcune nazioni il diploma è stato concesso senza alcuna verifica. Nessuno può ancora prevedere se questo accadrà anche a noi che, quasi certamente, a scuola non torneremo.
L’incertezza più grande resta, però, quella delle famiglie, degli affetti più cari. Proviamoun’angoscia cieca: il terrore di poter aver contratto il virus, pur essendoci muniti di mascherina e guanti, e di aver contagiato i nostri genitori, di aver abbandonato nella più totale solitudine i nostri nonni, di non poter incontrare mai più le persone cui vogliamo bene, perché il virus potrebbe sottrarcele.
Il solo effetto positivo della reclusione e dell’emergenza, se si può osare sostenere che essa ne abbia uno, è l’esperienza dell’unione e della solidarietà. Ho percepito una coesione inesistente in “tempi di pace” tra i miei compagni, tra i miei amici. Ognuno tenta con tutti i mezzi a sua disposizione di confortare chi gli sta intorno. Allo stesso modo, tra noi alunni e i nostri docenti, che ancor di più oggi si preoccupano di noi prima come persone che come studenti. Ho riscoperto l’ambiente familiare, il sapore dolce di una giornata serena trascorsa con chi si ama. Ho conosciuto i miei dirimpettai. I primi giorni mi sono commossa osservando la gente che si affacciava alla finestra per scambiarsi gesti di saluto, che condivideva le parole di una canzone, eleggendole a simbolo di fratellanza. Ogni sera il prete della chiesa vicino casa mia sale sulla terrazza e invita tutti alla preghiera. Ogni sera anche io vado al balcone e non per pregare: è straordinario osservare tutte le luci che lampeggiano di fronte a me. Mi fa comprendere che non solo sola, che non siamo soli a fronteggiare la tragedia del 2020.
Intanto, mentre alcuni di noi si curano della didattica a distanza, degli esami di maturità, di non poter vedere i propri amici o i propri parenti c’è chi perde qualcuno per sempre, senza neppure potergli dire addio, poiché l’isolamento a cui sono obbligati gli infetti da COVID-19 non consente visite. C’è chi non può restare con i propri genitori, impiegati di una struttura sanitaria, e da lontano li osserva rischiare il bene più caro che possiedono, la vita. Il mio pensiero va ai compagni del Nord, che attualmente combattono una battaglia più dura della nostra, che sono in lutto per le numerose perdite. A loro cosa può interessare dell’apprendimento a distanza? Cosa importa loro di terminare il programma quando i loro nonni o i loro genitori sono scomparsi? A loro non serve arrivare a studiare Montale o Freud, a loro serve la vicinanza di altri essere umani, il calore e l’empatia: in questo risiede la reale funzione della didattica a distanza.
AD (Da un Liceo Scientifico di Palermo)


UN RAGAZZO FINGE DI ASCOLTARE

Un garrito.
A volte può bastare anche un solo garrito a farci perdere nel meccanismo complesso della nostra mente.
La sera, al balcone, mentre tento di far volare via i brutti pensieri, ascolto i gabbiani: il loro verso si espande nel cielo spento, quasi a ricordare che questa fine sia solo una pausa, che la luce si sia solo allontanata per qualche minuto.
Quindi mi interrogo: “vogliono rammentarci che le nostre vite ci stanno aspettando? O forse stanno solamente gioendo, perché si sono riappropriati del cielo?”
Sicuramente avvertono che qualcosa sia cambiato.
Tuttavia, potrebbero mai immaginare che sia stato un bacio a spegnere la luce? Che sia stato un abbraccio ad uccidere una persona?
Neanche io ci rifletto spesso.
Ascolto numeri, statistiche, discussioni, dimenticando che siano riferiti a contagiati, guariti, morti.
La mattina accendo il computer, interagisco con i professori, prendo appunti, mi convinco che sia normale: io posso farlo.
Un altro ragazzo nel frattempo finge di ascoltare, perché la sua mente gli ricorda ogni secondo che quella video-lezione e la morte del nonno, dello zio o del padre abbiano causa comune.
Quindi ripensa all’ultima volta che ha abbracciato il suo caro, dimenticandosi che sia morto per un gesto simile: uno scambio di parole, una stretta di mano, un bacio di sfuggita.
È questo il motivo per cui a 18 mi rifiuto di credere che questo faccia parte di un disegno, che sia stato progettato.
Ascolto di persone che attribuiscono le colpe a Dio e sorrido amaramente all’idea che la causa stessa della vita possa anche solo avere intenzione di spingerci verso la morte.
Rispetto il pensiero di chi lo accusa, o di chi al contrario lo supplica di porre fine a tutto questo, perché l’istinto ci porta sempre ad individuare un segmento all’interno di una retta: trascorriamo ogni attimo della nostra esistenza all’insegna dei “perché” e dei “quindi”.
Tuttavia, non riesco ad accettare che al di là ci sia un arbitro universale, che sceglie chi merita la vita e chi no.
Trovo maggiore pace nel pensare che Dio, Allah, l’ordine delle cose (o qualsiasi nome gli si voglia attribuire) non decida, perché ogni avvenimento si sviluppa per caso, con meno razionalità.
Tutti noi infatti, superata la mezzanotte di questo triste giorno, per prima cosa torneremo a baciarci e ad abbracciarci. Ciò perché il contatto diventa più importante del ragionare, non a caso esso distingue l’essere umano dagli altri animali.
Fino a poche settimane fa infatti mai avrei pensato di dover seguire le lezioni attraverso uno schermo o di poter parlare solo tramite una chiamata.
E mentre mi impegno a rendere tutto ciò la normalità, ecco che i gabbiani tornano e mi ricordano che qualche giorno fa i rumori della città coprivano il loro garrito.
Quindi cade una lacrima al pensiero di tutte le persone che si spengono e ai loro cari che soffrono, e mi chiedo perché un gesto d’amore possa portare tanto dolore.
È un attimo, perché poi mi accorgo che non ci sia niente di cui stupirsi: d’altronde, anche la Bibbia spiega che Giuda tradì Gesù con un bacio.
(Da un Liceo Scientifico di Palermo)

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