(VITO TETI) - C’è un legame viscerale, antico e profondamente politico, che unisce il destino dei nostri paesi alla terra che li circonda. La parola “cultura” e la parola “coltura” condividono infatti la stessa radice latina, colere: abitare, coltivare, prendersi cura, onorare. Per secoli, nelle aree interne del nostro Paese, questo nesso è stato una realtà tangibile, un concerto quotidiano di fatiche, sguardi e relazioni tra l’essere umano, l’animale e il paesaggio agrario. Poi è arrivata l’emorragia dell’abbandono che in mezzo secolo ha trasformato i campi in un incolto silenzioso e ridotto i centri storici a gusci fragili. Chi è rimasto ha dovuto fare i conti con un paesaggio ferito, imparando ad abitare la solitudine di un luogo profondamente cambiato. Oggi, quel legame simbiotico e sensoriale tra l’uomo e il territorio sembra minacciato dall’avanzare di una cupa ideologia della fine. L’idea stessa di una chiusura definitiva dei paesi, del loro ineluttabile destino di “paesi fantasmi”, si è profondamente radicata nelle nuove generazioni, orientandole precocemente all’abbandono e alla fuga. È un paradosso doloroso: la convinzione di vivere nel vuoto genera altro vuoto, tramutando la percezione del declino in una profezia che si autoavvera, capace di prosciugare gli ultimi anticorpi morali e le energie fisiche di quanti vorrebbero restare. Una certa tradizione antropologica non è stata immune da questa deriva, alimentando un morboso gusto per le rovine che ha trasformato l’etnologo in un archeologo della memoria. James Clifford leggeva nella nostra disciplina una “scienza del lutto”, un esercizio in cui l’altro è dato per perduto in un tempo che si disintegra. Ma noi non possiamo ridurci a essere le prefiche dell’estinzione. Dobbiamo sottrarci a questo sguardo estinzionista senza, d’altro canto, scivolare nell’errore opposto: quel paesismo retorico, estetizzante e neoromantico che edulcora la complessità dei borghi trasformandoli in paradisi idilliaci per consumatori urbani, riducendo la restanza a un brand da folkmarket o a un gadget nostalgico. Al mito da cartolina occorre contrapporre la carne e la pietra, le storie reali degli uomini, delle case, delle strade, dei paesi. Contro i dispositivi narrativi esterni che compiono, come rilevato da Domenico Cersosimo, una sistematica “ingiustizia discorsiva” verso i margini, è necessaria un’inversione radicale dello sguardo. Guardare il mondo a partire dai margini significa accorgersi che il vuoto dei nostri paesi non è un’assenza assoluta, bensì uno spazio diversamente pieno. Quando gli abitanti dicono che «il paese è vacanti», o che si è drammaticamente «svacantato», non ci si trova mai di fronte a un vuoto assoluto. Certamente, per chi è cresciuto in un paese che contava quattromila abitanti, con le scuole affollate da trenta bambini e le strade animate da bar e botteghe, il confronto con l’attualità si traduce in un paragone impietoso. Eppure, mille abitanti non creano il deserto. Proprio l’esperienza del Covid ha mostrato come la dinamica tra pieno e vuoto stia cambiando: se si impara a guardare il luogo con un altro sguardo, ci si accorge che il vuoto è popolato dalle storie che interrogano, dalle geografie intime e dalla presenza invisibile di chi è partito, da nuovi germogli di speranza che si sono innestati su piante solide ma oramai considerate improduttive.
domenica 14 giugno 2026
TORNIAMO AD ABITARE LE SOLITUDINI
martedì 9 giugno 2026
Lillà e ciabot. Racconto albese
In questo mercoledì sera che è quasi mezzanotte e l'acciottolato del centro storico profuma della pioggia appena scesa, è bello camminare per il centro storico, mentre la città riposa.
Non c'è il
caos dei fine settimana e la città riposa.
Dietro la
chiesa di San Domenico la piazzetta profuma di bagnato, di lillà, di giardini
che si stagliano dietro i cancelli delle case e dietro quelli dell'asilo
adiacente.
E' quasi
mezzanotte, e domani mi aspetta un'altra giornata di duro lavoro, ma
quell'ispirazione che batte nella testa e che reprimo perché devo andare a
dormire perché il lavoro all'indomani mi aspetta, stavolta mi dice: siediti e
fai quello per cui sei nata.
Siediti e
scrivi queste righe. Questi pensieri, sensazioni, emozioni, che non sai dove ti
porteranno. Si sono sedimentati da giorni. Siediti e scrivi.
Scrivo quasi
sotto dettatura. Mi capita, quando sono particolarmente ispirata ed il mare si
agita in me.
Che
differenza tra l'aria calda di via Maestra e del centro e gli spazi aperti e
ariosi sopra la collina di Altavilla.
La città è
come divisa in due parti, quella urbana e quella naturale, ed anche i ritmi,
oltre che i profumi e le luci, sono diverse. Penso che rare città abbiano il
privilegio di una commistione così rara e singolare. Prodigio delle piccole
città di provincia.
Dopo la
passeggiata fenogliana in compagnia di decine di persone e dello scrittore che
ci leggeva Una questione privata, che ti parlava del partigiano Milton
ossessionato da Fulvia, ho deciso di tornarci da sola. A scattare fotografie ed
a raccogliere ciliege.
C'era un bel
sole splendente e aria frizzante.
Quanti dolci
profumi sul crinale della collina. Quante colline pettinate di vigneti. E quei
ciabot così carucci, che mi ispirano storie di amori clandestini consumati
nella campagna, in quegli spazi angusti ed accoglienti. Discreti.
Quanto mi
piacerebbe possederne uno. Per consumarvi un amore, per leggermi in pace un
libro, per depilarmi, per ascoltare musica o solo per mangiarmi un panino.
Oggi ne ho
parlato anche in classe. Questi ragazzi non ne sanno niente delle loro origini
e del loro territorio. E degli amori consumati dei ciabot. E dei lavori
sull'aia, quando le donne spogliavano pannocchie cantando. E dei bambini che
giocavano insieme nel cortile.
Pensano a
infessire su facebook. Frasi brevi, mal scritte a causa di micidiali
abbreviazioni.
Ah... Quanti
scrittori veramente scrittori potrà esprimere questa generazione afasica, che è
già tanto se ha letto Fenoglio o Pavese?
Piuttosto,
oggi sono contenta, perché un mio amico libraio mi ha procurato un introvabile
romanzo di Giovanni Arpino, braidese di nascita: La suora giovane.
Praticamente
introvabile, perché fuori catalogo. Chissà dov'è andata a pescarla, questa
copia del '73. Mah! Sapevo che potevo rivolgermi a lui. Ad Alba è il non plus
ultra in fatto di anticaglie e rarità nel campo della produzione libraria.
Costo dell'epoca settecento lire. Costo attuale: nove euro. Ragazzi, questa
rarità ne vale di più.
La storia del
ragioniere quarantenne che si innamora della novizia di vent'anni.
L'imprevedibilità dell'amore.
Già, l'amore.
Nel primo
pomeriggio ho avuto una conversazione telefonica con uno di quei signori che
leggono i manoscritti nelle case editrici. "Con le pubblicazioni bisogna
essere fatalisti", mi ha detto.
Già. E anche
con gli amori, penso.
Storie che
funzionano, altre che fanno soffrire. Amori ricambiati e quelli a senso unico.
Amori inaspettati. Amori solo sognati e immaginati.
Sono dietro
San Domenico, sull'acciottolato che sa di fresco e con la luce giallina che
illumina il campanile e penso: il segreto nella vita è prenderla come viene.
Lascia che le
cose vadano come devono andare. E vivrai sereno, direbbero gli stoici.
Chissà perché
negli scrittori di qui tutta questa voglia di parlare e di descrivere Alba e le
Langhe.
Ho letto già
mezzo libro di Nico Orengo, Di viole e liquirizia, e sono ansiosa di sapere
dov'è sparito Giulio, il fratello di Amalia, dopo essersi giocata al tavolo la
proprietà terriera della Ginotta.
Non lo so
ancora, ma lo scoprirò. Leggendo il seguito della storia.
Ad Alba i
ragazzi il pomeriggio non si vedono. Sono perennemente connessi tra loro. Non
sui muretti davanti al seminario o in qualche quartiere cittadino. No.
Attraverso il solito facebook.
Che dicano
una cosa interessante non è dato di leggere. Solo facezie e superficialità.
E pensare che
la mia generazione, alla loro età, non aveva bisogno né di cellulari né di
social network. Il linguaggio analogico o non verbale nella mia epoca ha avuto
un peso maggiore di quello verbale. Non che io demonizzi questi mezzi, per
carità. Penso solo che tutte le cose vadano utilizzate con cognizione e senza
esagerare.
Che mentre
dovrebbero prepararsi la maturità e le tesine, molti di questi ragazzi stanno
ancora lì, a chiedersi su facebook, come farle queste tesine e di che colore
tingersi i capelli.
Chissà dove
ci porterà tutto questo profluvio di comunicazione e di parole e frasi mal
scritte. E foto da Grande Fratello. Mah!
Ogni epoca ha
i suoi paradigmi: il philosophus, l'homo oeconomicus, il cortegiano, lo
scienziato, il santo, il poeta, il navigatore.
L'ideale
odierno è l'homus connesso. Perennemento in rete con gli altri, per esistere.
Ieri sera
sono stata all'H-Zone perché c'erano i saggi degli allievi dell'Istituto
Musicale. E parlando con Beppe, amico giornalista, si facevano considerazioni
sull'elevata percentuale di giovani artisti che la città di Alba esprime.
Dovreste dare una statistica sul giornale, dico. Qui ce n'è almeno uno per
famiglia che suona o canta. E Beppe: ma qui stiamo bene, ecco perché i giovani
possono dedicarsi alle arti liberali! Là dove c'è difficoltà a mettere insieme
il pranzo con la cena è un pò difficile.
Sono stati
bravi i ragazzi, meno male che oltre facebook c'è la musica.
La V. ha
cantato divinamente una canzone scritta dalla B. Sono entrambe allieve del
"Rocca" e non sono voci o visi che scompaiono nella massa dei giovani
artisti sedicenti tali.
Quella
canzone era una canzone vera, con una vera melodia ed un vero testo, e quella
voce e quella interpretazione erano espressione di una personalità veramente
artistica, con molto studio e molta stoffa.
Penso che se
mi avessere dedicato una canzone così mi sarei innamorata all'istante della
persona che me l'avesse dedicata.
Che
inspiration. Che grande emozione. Che arte potente e raffinata.
Quanta
capacità nel tradurre in poesia le emozioni della giovane cantautrice.
Ripenso ai
profumi forti e delicati della campagna albese, ed a quel prato di fiori di
camomilla che sovrasta la città. Di sotto puoi vedere il profilo delle torri,
che risplendono nel sole del meriggio.
E dopo il
profumo della camomilla, quello dei lillà, e poi quello dei giardini, e quello
degli alberi. E poi i profumi della città.
Mi fermo qui.
Ho buttato fuori le parole che mi rigiravano nella testa.
Chissà perché
le sere di pioggia, da sempre, mi ispirano in modo particolare.
lunedì 6 aprile 2026
giovedì 26 febbraio 2026
domenica 11 gennaio 2026
FILOSOFARE AL FEMMINILE
In ricordo di Umberto Eco
mercoledì 7 gennaio 2026
martedì 16 dicembre 2025
AUTODEFINIZIONE
AUTODEFINIZIONE
sono nata me ne vado, ignorante di ciò che il mondo aveva. Ho sofferto ed è l'unico bagaglio che ammette la barca che porta all'oblio.>>





