venerdì 1 marzo 2024

ELOGIO DELLA SPREZZATURA IN BALDASSARRE CASTIGLIONE

Baldesar Castiglione -Il libro del Cortegiano 


XXVI. 


Chi adunque vorrà esser bon discipulo, oltre al far le cose bene, sempre ha da metter ogni diligenzia per assimigliarsi al maestro e, se possibil fosse, transformarsi in lui. E quando già si sente aver fatto profitto, giova molto veder diversi omini di tal professione e, governandosi con quel bon giudicio che sempre gli ha da esser guida, andar scegliendo or da un or da un altro varie cose. E come la pecchia ne' verdi prati sempre tra l'erbe va carpendo i fiori, cosi il nostro cortegiano averà da rubare questa grazia da que' che a lui parerà che la tenghino e da ciascun quella parte che più sarà laudevole; e non far come un amico nostro, che voi tutti conoscete, che si pensava esser molto simileal reFerrando minored'Aragona, né in altro avea posto cura d'imitarlo, che nel spesso alzare il capo, torzendo una parte della bocca, il qual costume il re avea contratto cosi da infirmità. E di questi molti si ritrovano, che pensan far assai, pur che sian simili a un grand'omo in qualche cosa; e spesso si appigliano a quella che in colui è sola viciosa. M a avendo io già più volte pensato meco onde nasca questa grazia, lasciando quelli che dalle stelle l'hanno, trovo una regula universalissima, la qual mi par valer circa questo in tutte le cose umane che si facciano o dicano più che alcuna altra, e ciò è fuggir quanto più si po, e come un asperissimo e pericoloso scoglio, la affettazione; e, per dir forse una nova parola, usar in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l'arte e dimostri ciò che si fa e dice venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi. Da questo credo io che derivi assai la grazia; perché delle cose rare e ben fatte ognun sa la difficultà, onde in esse la facilità genera grandissima maraviglia; e per lo contrario il sforzare e, come si dice, tirar per i capegli dà somma disgrazia e fa estimar poco ogni cosa, per grande 

ch'ella si sia. Però si po dir quella esser vera arte che non pare esser arte; né più in altro si ha da poner studio, che nel nasconderla: perché se è scoperta, leva in tutto il credito e fa l'omo poco estimato. E ricordomi io già aver letto esser stati alcuni antichi oratori eccellentissimi, i quali tra le altre loro industrie sforzavansi di far credere ad ognuno sé non aver notizia alcuna di lettere; e dissimulando il sapere mostravan le loro orazioni esser fatte simplicissimamente, e più tosto secondo che loro porgea la natura e la verità, che 'I studio e l'arte; la qual se fosse stata conosciuta, aria dato dubbio negli animi del populo di non dover esser da quella ingannati. Vedete adunque come il mostrar l'arte ed un cosi intento studio levi la grazia d'ogni cosa. Q ual di voi è che non rida quando 11 nostro messer Pierpaulo danza alla foggia sua, con que' saltetti e gambe stirate in punta di piede, senza mover la testa, come se tutto fosse un legno, con tanta attenzione, che di certo pare che vada numerando i passi? 

Qual occhio è cosi cieco, che non vegga in questo la disgrazia della affettazione? e la grazia in molti omini e donne che sono qui presenti, di quella sprezzata desinvoltura (ché nei movimenti del corpo molti cosi la chiamano), con un parlar o ridere o adattarsi, mostrando non estimar e pensar più ad ogni altra cosa che a quello, per far credere a chi vede quasi di non saper né poter errare? 


sabato 10 febbraio 2024

GLI STUDI DEL GRUPPO "ISTRIA ITALIANA"


(Daniele De Folchi) -  Sabato Febbraio 2024 ,noi del gruppo di ricerca ISTRIA ITALIANA commemoriamo il giorno del ricordo,istituito dal senatore Roberto Menia con Legge n.92 del 30 Marzo 2004.

Con desiderio di brevità, senza un pensiero sentenzioso, e con coscienza di persona e collettività giusta, e tralasciando le passionalità, le faziosi valutazioni, e le polemiche inutili e dannose che in un giorno come questo mancherebbero di rispetto a tutti quelli che subirono il dramma dell'esilio, vogliamo ricordare, sì ricordare.
Ricordare e commemorare a perpetua memoria l'esodo delle genti italiani dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia,che tra il 1943 e il 1948,dovettero subire le angherie, le uccisioni,e gli infoibamenti da parte del tumultuoso giustiazialismo slavo e che, a guerra finita, si videro costretti ad abbandonare la loro terra natia per gli atti coercitivi dei partigiani slavo comunisti.
Tanti perirono dentro le foibe o nei campi di concentramento di Goli Otock o Borovnica,tanti altri abbandonarono la regione istriana, quarnerina, e dalmata risalendo fino a Trieste o imbarcandosi sul traghetto Toscana(visibile anche qui in foto)che da Pola portava a Venezia e Ancona.
Un esilio di 350000 persone che non aveva più nulla. Non aveva più i loro negozi, le loro botteghe, le loro case,i loro terreni, il contatto con la loro terra, e con i proprio affetti.
Arrivati in Italia vennero stipati lungo tutto lo stivale, in caserme, depositi, e luoghi di fortuna.
In questi campi vi rimasero per anni, prima di riuscire a rifarsi una vita,in Italia o altrove.
Una ferita e una lacerazione di un passato che si ripercuote ancora nel presente, di un tempo che trascorre ma che non passa, che solo da qualche anno vede la possibilità di farsi conoscere e di dare giusto merito alle indicibili sofferenze delle genti dell'Istria, Fiume, e Dalmazia.

venerdì 9 febbraio 2024

FAUSTA CIALENTE: L’AVVENTURA DI RADIO CAIRO


A guerra dichiarata, com’era da prevedere, restammo senza notizie, gli uni e gli altri. Potevamo comunicare solo con i messaggi della Croce Rossa o attraverso la Svizzera dove, per fortuna, una sorella di mio marito visse a Losanna durante quegli anni. L’Egitto, occupato dagl’inglesi ch’erano costretti a far la guerra ai fascisti e nazisti in Libia, era effettivamente un paese nemico.

Per quanta indignazione potesse sollevare in noi lo spettacolo d’una seconda guerra mondiale (a poco più di vent’anni dalla fine della prima) che si sarebbe potuta evitare, con tutti gli orrori a cui ci fece assistere, se la chiara lezione che ci aveva dato la guerra in Spagna e il trionfo del franchismo fossero almeno serviti a far intendere agli stati europei, Francia e Gran Bretagna in prima linea, che non bisognava, per l’eterna paura del “bolscevismo”, proteggere i fascismi, non mi sentii sperduta come la prima volta. La grossa esperienza non era stata inutile. Perciò, quando nell’ottobre del ’40, dagli ufficiali inglesi della propaganda mi venne offerto d’iniziare una trasmissione antifascista alla radio del Cairo, accettai subito; non con entusiasmo, perché sarebbe stato difficile averne nelle condizioni in cui mi sarei trovata, già lo sapevo, collaborando con quello che avrebbe dovuto essere il “nemico ufficiale” e del cui sincero antifascismo dubitavo assai; ma lo sentii lo stesso come un preciso dovere. Era un’arma che la sorte mi poneva in mano e con quell’arma, astuzia aiutando, sul fascismo avrei finalmente sparato anch’io.

Dovetti quindi trasferirmi da Alessandria al Cairo e in un primo momento non ritrovai gli entusiasmi che la bellissima città, superbamente adagiata sulle rive del Nilo, aveva sempre suscitato in me col suo paesaggio, i suoi colori e i suoi odori – poiché un paese è fatto anche di questi, sopra tutto in Oriente. Il duro lavoro che avevo accettato, i problemi che dovevo affrontare, mi fecero, durante anni, in apparenza una solerte e precisa funzionaria; in realtà svegliarono una persona che non avrei mai supposto di poter essere, con tutta la malizia, l’arroganza, la capacità d’intrigo e d’aggressione che richiedevano la quotidiana difesa dell’indipendenza e dell’efficienza del nostro lavoro; perché non ero sola, evidentemente, avevo i miei bravi e fedeli collaboratori che per fortuna m’erano stati imposti. Non ero più la “scrittrice”, avevo perfino dimenticato d’esserlo stata, mi sembrava che non avrei più potuto perder tempo a “inventare storielle”, la crudeltà della guerra mi faceva vedere questo come la cosa più inutile del mondo. Avevo torto, ma così è stato.

 

Le quattro ragazze Wieselberger, Club degli Editori, Milano 1976, pp. 222-223.

(Alle pp. 232-233 parla della morte di Renato Cialente)


La scrittrice Dacia Maraini, nella sua consueta recensione per Quante Storie, ci parla dell'avventurosa vita di Fausta Cialente così come ritratta nel romanzo "Radio Cairo" di Maria Serena Palieri.

FAUSTA CIALENTE: EQUIVOCO SU MUSSOLINI


Mia madre pensò subito ad avvertirmi: Mussolini era, secondo lei, il nuovo genio benefico d’Italia e ci stava conducendo verso i più alti destini; mi raccontò pure, ridendone, come una volta, mentre era sua ospite a Gradisca e c’era stata una gran manifestazione per un passaggio del “duce”, l’avesse veduta tutta spòrta dalla finestra, col rischio di precipitare sotto, applaudirlo con entusiasmo fino a “rompersi le mani”, il viso inondato di lagrime.

Quella che io avevo creduto intelligenza non era stata altro. Dunque, se non una buona cultura musicale e letteraria. Incapace oggi ancora di farle intendere come la sua città stesse già soccombendo a tutti i punti di vista da quando aveva la “fortuna” di appartenere al regno d’Italia. Naturalmente, non sollevai nessun problema del genere, nemmeno quello, vergognoso, del razzismo fascista contro gli sloveni, tanto non avrebbe capito, o, peggio ancora, non mi avrebbe creduta; e il mio soggiorno a Malborghetto fu piacevole, il clima di mezza montagna mi aveva presto guarita e con me la zia era gentile e affettuosa.

 

Le quattro ragazze Wieselberger, Club degli Editori, Milano 1976, pp. 219-220.

domenica 4 febbraio 2024

FAUSTA CIALENTE: LA RICCA CULTURA LEVANTINA

Straniera, o distaccata, mi sentivo anche in Egitto, e non poteva essere altrimenti benché il paese e la vita che facevo mi piacessero. Avevo buoni rapporti con la mia nuova famiglia israelita nonostante avessero quasi tutti aderito sentimentalmente al fascismo, fin quando la persecuzione contro gli ebrei, con la sua rude scossa li costrinse ad aprire gli occhi e il cervello. A mia suocera, finché era vissuta, avevo voluto molto bene; era una donna incolta ma gran signora, intelligente e generosa, che tendeva però a comandare energicamente sui figli e sulle figlie, e a tutti mi preferiva perché la rispettavo e le obbedivo; con grande tenerezza mi occupavo della mia bambina er ero felice quando mia madre veniva a trascorrere qualche mese nelle ville che abitavamo nei quartieri residenziali lungo il mare, circondate da giardini verdi e fioriti in tutte le stagioni. Ricordo il suo stupore nel vedere come la vita intellettuale fosse in quegli anni vivace e diffusa in Levante. Il teatro francese e inglese veniva regolarmente, e così le grandi orchestre e i grandi solisti; ogni stagione ci recava qualcosa di nuovo o di attraente, la Palestina ci mandava il famoso complesso teatrale dell’”Habima” col Dibbuk, il Golem, il Re David, l’Uriel Acosta, e benché non conoscessi affatto l’ebraico non perdevo nessuna di quelle straordinarie rappresentazioni; e lo stesso mi accadeva col teatro greco e i suoi prestigiosi attori.

 

Le quattro ragazze Wieselberger, Club degli Editori, Milano 1976, pp. 211-212

FAUSTA CIALENTE: LA MARCIA SU ROMA. LE COLPE DELLA BORGHESIA

Mi ero sposata qualche anno dopo la fine della guerra e avevo lasciato l’Italia mentre il fascismo, che s’era apertamente messo al servizio d’una miope politica di conservazione, andava facendosi le ossa. La borghesia, fossero gl’industriali del nord o gli agrari del sud, aveva più che mai l’aria di volersi finalmente vendicare sulla massa di tutte le paure sofferte dopo Caporetto – le rivolte, gli scioperi, le settimane rosse – e si proponeva senza ulteriori indugi ad agguantare il potere. Il caso volle che al mio primo viaggio di ritorno dall’Egitto, mio marito ed io assistessimo a Milano alla partenza della “Marcia su Roma”. Una sparuta e scarsa marmaglia in camicia nera e nappe ballonzolanti era radunata in Piazza del Duomo, nel semibuio d’una sera d’ottobre; pochissima gente intorno e dalla Galleria, dove noi eravamo, partirono qualche fischio e qualche applauso, ma nulla di più. Già si sapeva che quei bravi sarebbero comodamente andati in treno e difatti, scendendo poi l’Italia per imbarcarci a Brindisi, li avremmo ritrovati a Firenze, dove per l’ultima volta avrei incontrato la sorridente e affettuosa Myrrhine. Ma, prima di partire, andammo a salutare mio padre e mia madre che abitavano di nuovo a Milano (non si erano ancora separati, come avvenne in seguito), e raccontammo quel che i giornali del mattino avevano annunciato. Mio padre posò il sigaro sul posacenere e guardandoci in viso disse freddamente: «Lo so… ed ora ne avremo per trent’anni».

(Sbagliò di dieci). Io lo guardai esterrefatta, non avevo capito dal suo tono gelido se assistevamo a qualcosa che, secondo lui, si doveva o no accettare, ma, riprendendo il sigaro e dopo averlo riacceso aveva aggiunto con impassibile disprezzo: «Siamo un gran popolo di cialtroni».

 

Le quattro ragazze Wieselberger, Club degli Editori, Milano 1976, pp. 207-208

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