martedì 9 giugno 2026

Lillà e ciabot. Racconto albese

 


In questo mercoledì sera che è quasi mezzanotte e l'acciottolato del centro storico profuma della pioggia appena scesa, è bello camminare per il centro storico, mentre la città riposa.

Non c'è il caos dei fine settimana e la città riposa.

Dietro la chiesa di San Domenico la piazzetta profuma di bagnato, di lillà, di giardini che si stagliano dietro i cancelli delle case e dietro quelli dell'asilo adiacente.

E' quasi mezzanotte, e domani mi aspetta un'altra giornata di duro lavoro, ma quell'ispirazione che batte nella testa e che reprimo perché devo andare a dormire perché il lavoro all'indomani mi aspetta, stavolta mi dice: siediti e fai quello per cui sei nata.

Siediti e scrivi queste righe. Questi pensieri, sensazioni, emozioni, che non sai dove ti porteranno. Si sono sedimentati da giorni. Siediti e scrivi.

Scrivo quasi sotto dettatura. Mi capita, quando sono particolarmente ispirata ed il mare si agita in me.

Che differenza tra l'aria calda di via Maestra e del centro e gli spazi aperti e ariosi sopra la collina di Altavilla.

La città è come divisa in due parti, quella urbana e quella naturale, ed anche i ritmi, oltre che i profumi e le luci, sono diverse. Penso che rare città abbiano il privilegio di una commistione così rara e singolare. Prodigio delle piccole città di provincia.

Dopo la passeggiata fenogliana in compagnia di decine di persone e dello scrittore che ci leggeva Una questione privata, che ti parlava del partigiano Milton ossessionato da Fulvia, ho deciso di tornarci da sola. A scattare fotografie ed a raccogliere ciliege.

C'era un bel sole splendente e aria frizzante.

Quanti dolci profumi sul crinale della collina. Quante colline pettinate di vigneti. E quei ciabot così carucci, che mi ispirano storie di amori clandestini consumati nella campagna, in quegli spazi angusti ed accoglienti. Discreti.

Quanto mi piacerebbe possederne uno. Per consumarvi un amore, per leggermi in pace un libro, per depilarmi, per ascoltare musica o solo per mangiarmi un panino.

Oggi ne ho parlato anche in classe. Questi ragazzi non ne sanno niente delle loro origini e del loro territorio. E degli amori consumati dei ciabot. E dei lavori sull'aia, quando le donne spogliavano pannocchie cantando. E dei bambini che giocavano insieme nel cortile.

Pensano a infessire su facebook. Frasi brevi, mal scritte a causa di micidiali abbreviazioni.

Ah... Quanti scrittori veramente scrittori potrà esprimere questa generazione afasica, che è già tanto se ha letto Fenoglio o Pavese?

Piuttosto, oggi sono contenta, perché un mio amico libraio mi ha procurato un introvabile romanzo di Giovanni Arpino, braidese di nascita: La suora giovane.

Praticamente introvabile, perché fuori catalogo. Chissà dov'è andata a pescarla, questa copia del '73. Mah! Sapevo che potevo rivolgermi a lui. Ad Alba è il non plus ultra in fatto di anticaglie e rarità nel campo della produzione libraria. Costo dell'epoca settecento lire. Costo attuale: nove euro. Ragazzi, questa rarità ne vale di più.

La storia del ragioniere quarantenne che si innamora della novizia di vent'anni. L'imprevedibilità dell'amore.

Già, l'amore.

Nel primo pomeriggio ho avuto una conversazione telefonica con uno di quei signori che leggono i manoscritti nelle case editrici. "Con le pubblicazioni bisogna essere fatalisti", mi ha detto.

Già. E anche con gli amori, penso.

Storie che funzionano, altre che fanno soffrire. Amori ricambiati e quelli a senso unico. Amori inaspettati. Amori solo sognati e immaginati.

Sono dietro San Domenico, sull'acciottolato che sa di fresco e con la luce giallina che illumina il campanile e penso: il segreto nella vita è prenderla come viene.

Lascia che le cose vadano come devono andare. E vivrai sereno, direbbero gli stoici.

Chissà perché negli scrittori di qui tutta questa voglia di parlare e di descrivere Alba e le Langhe.

Ho letto già mezzo libro di Nico Orengo, Di viole e liquirizia, e sono ansiosa di sapere dov'è sparito Giulio, il fratello di Amalia, dopo essersi giocata al tavolo la proprietà terriera della Ginotta.

Non lo so ancora, ma lo scoprirò. Leggendo il seguito della storia.

Ad Alba i ragazzi il pomeriggio non si vedono. Sono perennemente connessi tra loro. Non sui muretti davanti al seminario o in qualche quartiere cittadino. No. Attraverso il solito facebook.

Che dicano una cosa interessante non è dato di leggere. Solo facezie e superficialità.

E pensare che la mia generazione, alla loro età, non aveva bisogno né di cellulari né di social network. Il linguaggio analogico o non verbale nella mia epoca ha avuto un peso maggiore di quello verbale. Non che io demonizzi questi mezzi, per carità. Penso solo che tutte le cose vadano utilizzate con cognizione e senza esagerare.

Che mentre dovrebbero prepararsi la maturità e le tesine, molti di questi ragazzi stanno ancora lì, a chiedersi su facebook, come farle queste tesine e di che colore tingersi i capelli.

Chissà dove ci porterà tutto questo profluvio di comunicazione e di parole e frasi mal scritte. E foto da Grande Fratello. Mah!

Ogni epoca ha i suoi paradigmi: il philosophus, l'homo oeconomicus, il cortegiano, lo scienziato, il santo, il poeta, il navigatore.

L'ideale odierno è l'homus connesso. Perennemento in rete con gli altri, per esistere.

Ieri sera sono stata all'H-Zone perché c'erano i saggi degli allievi dell'Istituto Musicale. E parlando con Beppe, amico giornalista, si facevano considerazioni sull'elevata percentuale di giovani artisti che la città di Alba esprime. Dovreste dare una statistica sul giornale, dico. Qui ce n'è almeno uno per famiglia che suona o canta. E Beppe: ma qui stiamo bene, ecco perché i giovani possono dedicarsi alle arti liberali! Là dove c'è difficoltà a mettere insieme il pranzo con la cena è un pò difficile.

Sono stati bravi i ragazzi, meno male che oltre facebook c'è la musica.

La V. ha cantato divinamente una canzone scritta dalla B. Sono entrambe allieve del "Rocca" e non sono voci o visi che scompaiono nella massa dei giovani artisti sedicenti tali.

Quella canzone era una canzone vera, con una vera melodia ed un vero testo, e quella voce e quella interpretazione erano espressione di una personalità veramente artistica, con molto studio e molta stoffa.

Penso che se mi avessere dedicato una canzone così mi sarei innamorata all'istante della persona che me l'avesse dedicata.

Che inspiration. Che grande emozione. Che arte potente e raffinata.

Quanta capacità nel tradurre in poesia le emozioni della giovane cantautrice.

Ripenso ai profumi forti e delicati della campagna albese, ed a quel prato di fiori di camomilla che sovrasta la città. Di sotto puoi vedere il profilo delle torri, che risplendono nel sole del meriggio.

E dopo il profumo della camomilla, quello dei lillà, e poi quello dei giardini, e quello degli alberi. E poi i profumi della città.

Mi fermo qui. Ho buttato fuori le parole che mi rigiravano nella testa.

Chissà perché le sere di pioggia, da sempre, mi ispirano in modo particolare.

 

 Alba, notte tra il 9 e il 10 giugno 2010

domenica 11 gennaio 2026

FILOSOFARE AL FEMMINILE

 In ricordo di Umberto Eco



“Diotima, Arete, Nicarete, Ipazia, Aspasia, Teodora, Leonzia, Caterina da Siena... Le donne dimenticate dai filosofi, magari dopo essersi appropriati delle loro idee, sono tante”.
Così scriveva Umberto Eco, nato il 5 gennaio 1932, in una Bustina di Minerva, rubrica pubblicata sul settimanale L’Espresso nel 2004, che riporto qui di seguito.
“La vecchia affermazione filosofica per cui l'uomo è capace di pensare l'infinito mentre la donna dà senso al finito, può essere letta in tanti modi: per esempio che siccome l'uomo non sa fare i bambini, si consola coi paradossi di Zenone.
Ma sulla base di affermazioni del genere si è diffusa l'idea che la storia (almeno sino al Ventesimo secolo) ci abbia fatto conoscere grandi poetesse e narratrici grandissime, e scienziate in varie discipline, ma non donne filosofe e donne matematiche.
Su distorsioni del genere si è fondata a lungo la persuasione che le donne non fossero portate alla pittura, tranne le solite Rosalba Carriera o Artemisia Gentileschi.
È naturale che, sino a che la pittura era affresco di chiese, montare su un'impalcatura con la gonna non era cosa decente, né era mestiere da donna dirigere una bottega con 30 apprendisti, ma appena si è potuta fare pittura da cavalletto le donne pittrici sono spuntate fuori. Un poco come dire che gli ebrei sono stati grandi in tante arti ma non nella pittura, sino a che non si è fatto vivo Chagall.
È vero che la loro cultura era eminentemente auditiva e non visiva, e che la divinità non doveva essere rappresentata per immagini, ma c'è una produzione visiva di indubbio interesse in molti manoscritti ebraici.
Il problema è che era difficile, nei secoli in cui le arti figurative erano nelle mani della Chiesa, che un ebreo fosse incoraggiato a dipingere madonne e crocifissioni, e sarebbe come stupirsi che nessun ebreo sia diventato papa.
Le cronache dell'Università di Bologna citano professoresse come Bettisia Gozzadini e Novella d'Andrea, così bella che doveva tenere lezione dietro un velo per non turbare gli studenti, ma non insegnavano filosofia.
Nei manuali di filosofia non incontriamo donne che insegnassero dialettica o teologia. Eloisa, brillantissima e infelice studentessa di Abelardo, aveva dovuto accontentarsi di divenire badessa.
Ma il problema delle badesse non è da prendere sottogamba, e vi ha dedicato molte pagine una donna-filosofo dei nostri tempi come Maria Teresa Fumagalli. Una badessa era un'autorità spirituale, organizzativa e politica e svolgeva funzioni intellettuali importanti nella società medievale.
Un buon manuale di filosofia deve annoverare tra i protagonisti della storia del pensiero grandi mistiche come Caterina da Siena, per non dire di Ildegarda di Bingen che, quanto a visioni metafisiche e a prospettive sull'infinito, ci dà del filo da torcere ancora oggi.
L'obiezione che la mistica non sia filosofia non tiene, perché le storie della filosofia riservano spazio a grandi mistici come Suso, Tauler o Eckhart. E dire che in gran parte la mistica femminile dava maggior risalto al corpo che non alle idee astratte sarebbe come dire che dai manuali di filosofia deve scomparire, che so, Merleau-Ponty.
Le femministe hanno da tempo eletto a loro eroina Ipazia che, ad Alessandria, nel quinto secolo, era maestra di filosofia platonica e di alta matematica. Ipazia è diventata un simbolo, ma purtroppo delle sue opere è rimasta solo la leggenda, perché sono andate perdute, e perduta è andata lei, fatta letteralmente a pezzi da una turba di cristiani inferociti, secondo alcuni storici sobillati dal quel Cirillo di Alessandria che, anche se non per questo, è stato poi fatto santo.
Ma c'era solo Ipazia? Meno di un mese fa è stato pubblicato in Francia (da Arléa) un librettino, 'Histoire des femmes philosophes'. Se ci si chiede chi sia l'autore, Gilles Ménage, si scopre che viveva nel diciassettesimo secolo, era un latinista precettore di Madame de Sévigné e di Madame de Lafayette e il suo libro, apparso nel 1690, s'intitolava 'Mulierum philosopharum historia'.
Altro che la sola Ipazia: anche se dedicato principalmente all'età classica, il libro di Ménage ci presenta una serie di figure appassionanti, Diotima la socratica, Arete la cirenaica, Nicarete la megarica, Iparchia la cinica, Teodora la peripatetica (nel senso filosofico del termine), Leonzia l'epicurea, Temistoclea la pitagorica, e Ménage, sfogliando i testi antichi e le opere dei padri della chiesa, ne aveva trovate citate ben sessantacinque, anche se aveva inteso l'idea di filosofia in senso abbastanza lato.
Se si calcola che nella società greca la donna era confinata tra le mura domestiche, che i filosofi piuttosto che con fanciulle preferivano intrattenersi coi giovinetti, e che per godere di pubblica notorietà la donna doveva essere una cortigiana, si capisce lo sforzo che debbono avere fatto queste pensatrici per potersi affermare.
D'altra parte, come cortigiana, per quanto di qualità, viene ancora ricordata Aspasia, dimenticando che era versata in retorica e filosofia, e che (teste Plutarco) Socrate la frequentava con interesse.
Sono andato a sfogliare almeno tre enciclopedie filosofiche odierne e di questi nomi (tranne Ipazia) non ho trovato traccia. Non è che non siano esistite donne che filosofassero.
È che i filosofi hanno preferito dimenticarle, magari dopo essersi appropriati delle loro idee.”
Grazie Umberto Eco!

martedì 16 dicembre 2025

AUTODEFINIZIONE

AUTODEFINIZIONE

(María Teresa de las Mercedes Wilms Montt)
Sono Teresa Wilms Montt
e anche se sono nata cento anni prima di te,
la mia vita non è stata tanto diversa dalla tua.
Anche io ho avuto il privilegio d’essere donna.
È difficile essere donne in questo mondo.
Tu lo sai meglio di tutti.
Ho vissuto intensamente ogni respiro e ogni istante della mia vita.
Ho distillato una donna.
Hanno cercato di reprimermi ma non ci sono riusciti con me.
Quando mi hanno voltato le spalle, io ci ho messo la faccia.
Quando mi hanno lasciato sola, ho dato compagnia
Quando hanno voluto uccidermi, ho dato vita.
Quando hanno voluto rinchiudermi, ho cercato la libertà.
Quando mi amavano senza amore, ho dato ancora più amore.
Quando hanno cercato di zittirmi, ho urlato.
Quando mi hanno picchiato, ho risposto.
Sono stata crocefissa, morta e sepolta,
dalla mia famiglia e la società.
Sono nata cento anni prima di te
comunque ti vedo uguale a me.
Sono Teresa Wilms Montt,
e non sono adatta per le signorine.

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(Maledetti Poeti) <<Non ho nulla, non lascio nulla, non chiedo nulla. Nuda come

sono nata me ne vado, ignorante di ciò che il mondo aveva. Ho sofferto ed è l'unico bagaglio che ammette la barca che porta all'oblio.>>
*Ultime parole scritte sul suo diario dalla poetessa cilena Teresa Wilms Montt (Viña del Mar, 1893 - Parigi, 1921) poco prima di tentare il suicidio assumendo una dose eccessiva di acido barbiturico. L'overdose di sedativo l'avrebbe portata alla morte due giorni dopo nell'ospedale Leannec della capitale francese, alla vigilia del Natale del suo ventottesimo anno di vita.
Erede di una famiglia aristocratica di origine europea, madre catalana e padre discendente della dinastia reale prussiana degli Hohenzollern, l'inquieta autrice sudamericana si ribellò ai genitori a soli 17 anni sposando contro la loro volontà un funzionario statale senza risorse, Gustavo Balmaceda Valdés.
Accusata di adulterio, fu rinchiusa in un convento, da cui fuggì nel 1916 alla volta di Buenos Aires prima e di Parigi dopo, con l'aiuto dell'amico poeta Vicente Huidobro. In Francia visse da bohémien, frequentando i maggiori intellettuali ed artisti dell'epoca ed affermandosi nei salotti mondani grazie alla sua avvenenza ed alle sue qualità di poetessa e narratrice.
La bellezza e la fama di donna dissoluta, dedita all'alcool ed alle droghe, ne oscurarono dopo la tragica morte i reali meriti letterari, che furono portati alla luce solo in occasione del centenario della sua nascita. Nel 1993, infatti, la critica Ruth González Vergara pubblicherà con l'editore spagnolo Grijalbo la biografia dal titolo 'Teresa Wilms Montt: un canto de libertad', a cui farà seguito due anni dopo un volume che contiene l'opera completa della scrittrice, curato dalla stessa Vergara, e, nel 2009, il film 'Teresa, crocifissa per amare'.
Venne così riabilitata e ricondotta nella giusta prospettiva la figura romanzesca dell'anticonformista nobile cilena, come sottolinea la traduttrice di lingua italiana Barbara Herzog: "La scrittura di Teresa Wilms Montt è insieme sublime e semplice. Raccoglie in sé il prorompente senso di meraviglia della gioventù quanto la visione amplificata di una maturità travolgente. Donna appassionata e ribelle, cerca di allontanarsi dalla grettezza e brutalità e viene punita con la clausura forzata e la privazione delle proprie figliolette. Irrequieta, viaggiatrice e sinceramente stimata nei circoli di artisti e intellettuali di altri paesi, riesce a trasformare in versi di struggente bellezza l’agonia dell’assenza, come la sublimazione dell’amore dall’erotico, al compianto, al celestiale."
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LA LUCE DELLA LAMPADA
La luce della lampada, resa tenue dal paralume viola, sviene sopra il tavolo.
Gli oggetti assumono una tinta sonnambula da sogno malaticcio;
si direbbe che una mano tisica abbia accarezzato l’ambiente, lasciandovi il suo languore aristocratico.
Una campana impietosa ripete l’ora e mi fa capire che vivo, e mi ricorda, anche, che soffro.
Soffro di uno strano malessere che ferisce narcotizzando; mal di amori, di incomprese grandezze, di infiniti ideali.
Malessere che mi incita a vivere in un altro cuore, per riposare dall’arduo compito di vivere dentro me stessa.
Come gli assetati desiderano l’acqua, così io bramo che il mio orecchio senta una voce che mi prometta dolcezze estasianti;
bramo che la manina di una bambina si posi sopra le mie palpebre stanche di vegliare e rassereni la mia anima ribelle, avventuriera.
Così vorrei morire, come la luce della lampada sopra le cose, sparsa in ombre delicate e tremolanti.

martedì 4 novembre 2025

MARIA ZAMBRANO, "UNA PARABOLA ARABA"


(Aggirando la scorciatoia - 
Dando vueltas al atajo) - L'interpretazione della parabola di Zambrano eleva lo sguardo a veicolo che favorisce il successo educativo. A seconda di come ci posizioniamo, otterremo una prospettiva più ampia o più ristretta (richiamando Ortega). L'educazione non dovrebbe essere altro che saper guardare, imparare a posizionare il nostro sguardo per raggiungere la prospettiva che ci permette di vedere l'orizzonte più ampio. Lo specchio purifica perché ingrandisce, perché lucida la realtà osservata. Allo stesso modo, il nostro sguardo ci permette di focalizzare l'attenzione su ciò che vediamo. Più ampio è il nostro campo visivo, più cose dobbiamo focalizzare. Più spesso focalizziamo la nostra attenzione su un campo più ampio, maggiori sono le nostre possibilità di fare quelle scoperte cruciali discusse nel suo articolo; più esperienze faremo, più pienamente vivremo. E questa è una delle funzioni che Zambrano attribuisce all'educazione: vivere pienamente, evolversi costantemente e scoprire se stessi vivendo. Non prestare attenzione significa non vivere perché non usiamo il nostro sguardo, non lo applichiamo alla realtà circostante e interiore, ostacolando così lo sviluppo personale.

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Il racconto è questo:

Un giorno un sultano volle decorare in modo particolarmente bello una sala del suo palazzo. Per questo fece venire due gruppi di pittori da luoghi molto lontani tra loro: Bisanzio e la Cina. Ogni gruppo avrebbe dipinto l'affresco in una delle due grandi pareti parallele del salone, senza poter sapere ciò che avrebbe dipinto l'altro. Assegnò a ciascun gruppo una parete senza permettere che entrassero in comunicazione; nel mezzo della sala una tenda debitamente collocata impediva qualsiasi tipo di comunicazione tra i pittori ai due lati. Quando l'opera fu terminata il sultano si diresse prima a ispezionare l'affresco dipinto dai cinesi. In verità era di una bellezza meravigliosa. "Nulla può essere più bello di questo" disse il Sultano e, con questa convinzione, fece scorrere la tenda perché apparisse la parete dipinta dai greci di Bisanzio. Ma in quella parete non era dipinto nulla, i greci l'avevano soltanto pulita e ripulita fino a mutarla in uno specchio di un biancore misterioso che rifletteva come in un mezzo più puro le forme sulla parete cinese. Le forme e i colori acquistavano una bellezza inimmaginabile che non sembrava più appartenere a questo mondo: una nuova dimensione, per gli occhi e per lo sguardo umano.

La lezione che si impara da questa storia è simile a quella delle parabole, degli apologhi, dei miti e di tutto ciò che ha un senso simbolico, multiplo. Per iniziare a comprenderne un po' di lezione, tutta non è possibile, pensiamo a cosa sarebbe accaduto se i cinesi, con la stessa finezza dei greci, avessero fatto la stessa cosa: questo era il massimo rischio come lo è in ogni sottigliezza estrema, cioè che l'altro sia fine allo stesso modo. In questo caso, la sala sarebbe rimasta come un luogo privilegiato perché la luce vi si raccogliesse, perché viaggiasse da una parete all'altra e mostrasse ciò che ha di simile alle creature alate: una colomba che sorge dalla luce quando le si dà l'occasione di farlo.

Se l'affresco dipinto dagli artisti cinesi fosse stato mediocre, allora la sua opacità nel riflettersi nello specchio dalla bianchezza incandescente sarebbe stata riscattata, come accade alle immagini riflesse sull'acqua. La lezione, a nostro parere, è questa: nulla è brutto se si guarda attraverso un altro mezzo più puro e più intellegibile. Ma portando alle estreme conseguenze questo caso, si potrebbe dire che lo sguardo sarebbe capace di riscattare ogni bruttura, ogni mediocrità, purché sia lo sguardo di chi sappia, guardando, creare un mezzo purificato e lavato come la parete bizantina.

E si potrebbe continuare, si potrebbe supporre che, prima di fare qualcosa, prima di percepire un'immagine, e prima di pensare, si renda necessario pulire e ripulire lo sguardo, l'anima, la mente fino a che gli assomigli, quanto più umanamente possibile, alla bianchezza che è pura vibrazione, velocissima vibrazione che unisce tutte le vibrazioni che generano il colore, mostrandosi apparentemente come quiete e passività. Ogni lettore può continuare per suo conto la serie delle interpretazioni, poiché ogni capolavoro dello spirito - grande o piccolo che sia - è un racconto senza fine.

Ottobre 1964

Maria Zambrano, Per l'amore e per la libertà, Marietti 1820, 2008, pp. 138-140

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