domenica 14 giugno 2026

TORNIAMO AD ABITARE LE SOLITUDINI

(VITO TETI) - C’è un legame viscerale, antico e profondamente politico, che unisce il destino dei nostri paesi alla terra che li circonda. La parola “cultura” e la parola “coltura” condividono infatti la stessa radice latina, colere: abitare, coltivare, prendersi cura, onorare. Per secoli, nelle aree interne del nostro Paese, questo nesso è stato una realtà tangibile, un concerto quotidiano di fatiche, sguardi e relazioni tra l’essere umano, l’animale e il paesaggio agrario. Poi è arrivata l’emorragia dell’abbandono che in mezzo secolo ha trasformato i campi in un incolto silenzioso e ridotto i centri storici a gusci fragili. Chi è rimasto ha dovuto fare i conti con un paesaggio ferito, imparando ad abitare la solitudine di un luogo profondamente cambiato. Oggi, quel legame simbiotico e sensoriale tra l’uomo e il territorio sembra minacciato dall’avanzare di una cupa ideologia della fine. L’idea stessa di una chiusura definitiva dei paesi, del loro ineluttabile destino di “paesi fantasmi”, si è profondamente radicata nelle nuove generazioni, orientandole precocemente all’abbandono e alla fuga. È un paradosso doloroso: la convinzione di vivere nel vuoto genera altro vuoto, tramutando la percezione del declino in una profezia che si autoavvera, capace di prosciugare gli ultimi anticorpi morali e le energie fisiche di quanti vorrebbero restare. Una certa tradizione antropologica non è stata immune da questa deriva, alimentando un morboso gusto per le rovine che ha trasformato l’etnologo in un archeologo della memoria. James Clifford leggeva nella nostra disciplina una “scienza del lutto”, un esercizio in cui l’altro è dato per perduto in un tempo che si disintegra. Ma noi non possiamo ridurci a essere le prefiche dell’estinzione. Dobbiamo sottrarci a questo sguardo estinzionista senza, d’altro canto, scivolare nell’errore opposto: quel paesismo retorico, estetizzante e neoromantico che edulcora la complessità dei borghi trasformandoli in paradisi idilliaci per consumatori urbani, riducendo la restanza a un brand da folkmarket o a un gadget nostalgico. Al mito da cartolina occorre contrapporre la carne e la pietra, le storie reali degli uomini, delle case, delle strade, dei paesi. Contro i dispositivi narrativi esterni che compiono, come rilevato da Domenico Cersosimo, una sistematica “ingiustizia discorsiva” verso i margini, è necessaria un’inversione radicale dello sguardo. Guardare il mondo a partire dai margini significa accorgersi che il vuoto dei nostri paesi non è un’assenza assoluta, bensì uno spazio diversamente pieno. Quando gli abitanti dicono che «il paese è vacanti», o che si è drammaticamente «svacantato», non ci si trova mai di fronte a un vuoto assoluto. Certamente, per chi è cresciuto in un paese che contava quattromila abitanti, con le scuole affollate da trenta bambini e le strade animate da bar e botteghe, il confronto con l’attualità si traduce in un paragone impietoso. Eppure, mille abitanti non creano il deserto. Proprio l’esperienza del Covid ha mostrato come la dinamica tra pieno e vuoto stia cambiando: se si impara a guardare il luogo con un altro sguardo, ci si accorge che il vuoto è popolato dalle storie che interrogano, dalle geografie intime e dalla presenza invisibile di chi è partito, da nuovi germogli di speranza che si sono innestati su piante solide ma oramai considerate improduttive.

I veri paesi fantasma, semmai, sono le metropoli postmoderne o le colate di cemento costiere: agglomerati sovraffollati ad agosto e ridotti d’inverno a barriere spettrali davanti al mare. I nostri centri storici sono «paesi fisarmonica», che si allargano e si restringono seguendo i flussi stagionali e i ritorni della memoria, dinanzi a cui la politica offre spesso risposte distanti.
È in questo solco che la restanza si rivela per ciò che è: non una scelta passiva o pigra, ma un’attitudine generativa. La restanza produce nuove forme culturali e sociali, e da esse trae la linfa per sopravvivere. Non si tratta di imbalsamare un passato ormai tramontato. Come ci ricordava Andrea Zanzotto, il territorio non è un blocco di pietra immobile, ma una complessa costruzione storica capace quasi di «reincarnarsi assumendo diversi aspetti», poiché la sua «fioritura o la sua desolazione rispecchiano sempre quelle delle società umane». Quando la cultura torna a farsi coltura, essa dissoda la solitudine e semina nuove possibilità di cittadinanza. Un esempio luminoso di questa resistenza culturale e sociale è l’esperienza di Alba Donati e della sua libreria “Sopra la Penna”, aperta a Lucignana, tra le montagne della Garfagnana. In una terra apparentemente marginale, minacciata dall’isolamento, questa scommessa dimostra come la letteratura e la parola possano diventare presidi antropologici capaci di riattivare un’intera comunità. Alla radice di questa esperienza, come nelle tante di cui mi giunge notizia da ogni dove del Paese, risiede il senso profondo del legame tra cultura e territorio: i libri, la cultura, il cinema, il teatro, non sono merci di scambio per un mercato distratto, ma strumenti primari di appaesamento, capaci di ricreare un noi comunitario attorno a un luogo di cura e di dimostrare che la cultura, quando è radicata come una coltura, genera un senso di appartenenza che difende il territorio dalla desertificazione sociale.
I grandi scrittori del nostro Novecento hanno sempre saputo che il paese reale è il nucleo generativo della comprensione del mondo. Cesare Pavese, confinato nel 1935 a Brancaleone, annotava nel Mestiere di vivere «sotto le rocce rosse lunari» come ogni nostra creazione sia impossibile senza un nostro tornare al paese. Pavese avvertiva lo scarno turbamento di un paesaggio calabrese che non gli apparteneva biologicamente, sapendo che il sangue della poesia fluisce solo da quel legame larvale e prepoetico con il proprio luogo d’origine, giungendo a scrivere: «quale il mio paese tale io». Al contrario, quella medesima terra si faceva carne e sofferenza organica in Gente d’Aspromonte di Corrado Alvaro: un microcosmo sensoriale pervaso dal rumore assordante delle fiumare, dall’odore del siero fumante delle caldaie, dove il pastore seduto sul poggio suona la sua zampogna «come su un mondo». E Ignazio Silone, in Fontamara, ricordava che il paese natale è un vero e proprio Cosmo, un centro di gravità in cui si riflettono le fatiche universali di tutti coloro che fanno fruttificare la terra. Per decifrare i paesi di oggi, l’antropologo deve compiere un’operazione di sdoppiamento metodologico ed esistenziale. Essere paesani oggi non significa arroccarsi in un nostalgico isolamento. Ci sono due modi speculari di essere provinciali: il primo consiste nel credere che il proprio paese sia il centro del mondo; il secondo, altrettanto miope, sta nel convincersi che nel proprio paese non sia mai accaduto nulla, dimenticando che la grande storia attraversa anche le nostre strade. Finché ci sarà qualcuno che coltiva un orto sul retro di una casa fessurata o qualcuno che custodisce un libro in un paese di montagna, la fine del mondo sarà rimandata. Non siamo gli ultimi testimoni di un passato da rimpiangere, ma gli abitanti di un paesecosmo in cui tutti, diversi e uguali, cerchiamo una nuova strada per stare, insieme, al mondo.

martedì 9 giugno 2026

Lillà e ciabot. Racconto albese

 


In questo mercoledì sera che è quasi mezzanotte e l'acciottolato del centro storico profuma della pioggia appena scesa, è bello camminare per il centro storico, mentre la città riposa.

Non c'è il caos dei fine settimana e la città riposa.

Dietro la chiesa di San Domenico la piazzetta profuma di bagnato, di lillà, di giardini che si stagliano dietro i cancelli delle case e dietro quelli dell'asilo adiacente.

E' quasi mezzanotte, e domani mi aspetta un'altra giornata di duro lavoro, ma quell'ispirazione che batte nella testa e che reprimo perché devo andare a dormire perché il lavoro all'indomani mi aspetta, stavolta mi dice: siediti e fai quello per cui sei nata.

Siediti e scrivi queste righe. Questi pensieri, sensazioni, emozioni, che non sai dove ti porteranno. Si sono sedimentati da giorni. Siediti e scrivi.

Scrivo quasi sotto dettatura. Mi capita, quando sono particolarmente ispirata ed il mare si agita in me.

Che differenza tra l'aria calda di via Maestra e del centro e gli spazi aperti e ariosi sopra la collina di Altavilla.

La città è come divisa in due parti, quella urbana e quella naturale, ed anche i ritmi, oltre che i profumi e le luci, sono diverse. Penso che rare città abbiano il privilegio di una commistione così rara e singolare. Prodigio delle piccole città di provincia.

Dopo la passeggiata fenogliana in compagnia di decine di persone e dello scrittore che ci leggeva Una questione privata, che ti parlava del partigiano Milton ossessionato da Fulvia, ho deciso di tornarci da sola. A scattare fotografie ed a raccogliere ciliege.

C'era un bel sole splendente e aria frizzante.

Quanti dolci profumi sul crinale della collina. Quante colline pettinate di vigneti. E quei ciabot così carucci, che mi ispirano storie di amori clandestini consumati nella campagna, in quegli spazi angusti ed accoglienti. Discreti.

Quanto mi piacerebbe possederne uno. Per consumarvi un amore, per leggermi in pace un libro, per depilarmi, per ascoltare musica o solo per mangiarmi un panino.

Oggi ne ho parlato anche in classe. Questi ragazzi non ne sanno niente delle loro origini e del loro territorio. E degli amori consumati dei ciabot. E dei lavori sull'aia, quando le donne spogliavano pannocchie cantando. E dei bambini che giocavano insieme nel cortile.

Pensano a infessire su facebook. Frasi brevi, mal scritte a causa di micidiali abbreviazioni.

Ah... Quanti scrittori veramente scrittori potrà esprimere questa generazione afasica, che è già tanto se ha letto Fenoglio o Pavese?

Piuttosto, oggi sono contenta, perché un mio amico libraio mi ha procurato un introvabile romanzo di Giovanni Arpino, braidese di nascita: La suora giovane.

Praticamente introvabile, perché fuori catalogo. Chissà dov'è andata a pescarla, questa copia del '73. Mah! Sapevo che potevo rivolgermi a lui. Ad Alba è il non plus ultra in fatto di anticaglie e rarità nel campo della produzione libraria. Costo dell'epoca settecento lire. Costo attuale: nove euro. Ragazzi, questa rarità ne vale di più.

La storia del ragioniere quarantenne che si innamora della novizia di vent'anni. L'imprevedibilità dell'amore.

Già, l'amore.

Nel primo pomeriggio ho avuto una conversazione telefonica con uno di quei signori che leggono i manoscritti nelle case editrici. "Con le pubblicazioni bisogna essere fatalisti", mi ha detto.

Già. E anche con gli amori, penso.

Storie che funzionano, altre che fanno soffrire. Amori ricambiati e quelli a senso unico. Amori inaspettati. Amori solo sognati e immaginati.

Sono dietro San Domenico, sull'acciottolato che sa di fresco e con la luce giallina che illumina il campanile e penso: il segreto nella vita è prenderla come viene.

Lascia che le cose vadano come devono andare. E vivrai sereno, direbbero gli stoici.

Chissà perché negli scrittori di qui tutta questa voglia di parlare e di descrivere Alba e le Langhe.

Ho letto già mezzo libro di Nico Orengo, Di viole e liquirizia, e sono ansiosa di sapere dov'è sparito Giulio, il fratello di Amalia, dopo essersi giocata al tavolo la proprietà terriera della Ginotta.

Non lo so ancora, ma lo scoprirò. Leggendo il seguito della storia.

Ad Alba i ragazzi il pomeriggio non si vedono. Sono perennemente connessi tra loro. Non sui muretti davanti al seminario o in qualche quartiere cittadino. No. Attraverso il solito facebook.

Che dicano una cosa interessante non è dato di leggere. Solo facezie e superficialità.

E pensare che la mia generazione, alla loro età, non aveva bisogno né di cellulari né di social network. Il linguaggio analogico o non verbale nella mia epoca ha avuto un peso maggiore di quello verbale. Non che io demonizzi questi mezzi, per carità. Penso solo che tutte le cose vadano utilizzate con cognizione e senza esagerare.

Che mentre dovrebbero prepararsi la maturità e le tesine, molti di questi ragazzi stanno ancora lì, a chiedersi su facebook, come farle queste tesine e di che colore tingersi i capelli.

Chissà dove ci porterà tutto questo profluvio di comunicazione e di parole e frasi mal scritte. E foto da Grande Fratello. Mah!

Ogni epoca ha i suoi paradigmi: il philosophus, l'homo oeconomicus, il cortegiano, lo scienziato, il santo, il poeta, il navigatore.

L'ideale odierno è l'homus connesso. Perennemento in rete con gli altri, per esistere.

Ieri sera sono stata all'H-Zone perché c'erano i saggi degli allievi dell'Istituto Musicale. E parlando con Beppe, amico giornalista, si facevano considerazioni sull'elevata percentuale di giovani artisti che la città di Alba esprime. Dovreste dare una statistica sul giornale, dico. Qui ce n'è almeno uno per famiglia che suona o canta. E Beppe: ma qui stiamo bene, ecco perché i giovani possono dedicarsi alle arti liberali! Là dove c'è difficoltà a mettere insieme il pranzo con la cena è un pò difficile.

Sono stati bravi i ragazzi, meno male che oltre facebook c'è la musica.

La V. ha cantato divinamente una canzone scritta dalla B. Sono entrambe allieve del "Rocca" e non sono voci o visi che scompaiono nella massa dei giovani artisti sedicenti tali.

Quella canzone era una canzone vera, con una vera melodia ed un vero testo, e quella voce e quella interpretazione erano espressione di una personalità veramente artistica, con molto studio e molta stoffa.

Penso che se mi avessere dedicato una canzone così mi sarei innamorata all'istante della persona che me l'avesse dedicata.

Che inspiration. Che grande emozione. Che arte potente e raffinata.

Quanta capacità nel tradurre in poesia le emozioni della giovane cantautrice.

Ripenso ai profumi forti e delicati della campagna albese, ed a quel prato di fiori di camomilla che sovrasta la città. Di sotto puoi vedere il profilo delle torri, che risplendono nel sole del meriggio.

E dopo il profumo della camomilla, quello dei lillà, e poi quello dei giardini, e quello degli alberi. E poi i profumi della città.

Mi fermo qui. Ho buttato fuori le parole che mi rigiravano nella testa.

Chissà perché le sere di pioggia, da sempre, mi ispirano in modo particolare.

 

 Alba, notte tra il 9 e il 10 giugno 2010

domenica 11 gennaio 2026

FILOSOFARE AL FEMMINILE

 In ricordo di Umberto Eco



“Diotima, Arete, Nicarete, Ipazia, Aspasia, Teodora, Leonzia, Caterina da Siena... Le donne dimenticate dai filosofi, magari dopo essersi appropriati delle loro idee, sono tante”.
Così scriveva Umberto Eco, nato il 5 gennaio 1932, in una Bustina di Minerva, rubrica pubblicata sul settimanale L’Espresso nel 2004, che riporto qui di seguito.
“La vecchia affermazione filosofica per cui l'uomo è capace di pensare l'infinito mentre la donna dà senso al finito, può essere letta in tanti modi: per esempio che siccome l'uomo non sa fare i bambini, si consola coi paradossi di Zenone.
Ma sulla base di affermazioni del genere si è diffusa l'idea che la storia (almeno sino al Ventesimo secolo) ci abbia fatto conoscere grandi poetesse e narratrici grandissime, e scienziate in varie discipline, ma non donne filosofe e donne matematiche.
Su distorsioni del genere si è fondata a lungo la persuasione che le donne non fossero portate alla pittura, tranne le solite Rosalba Carriera o Artemisia Gentileschi.
È naturale che, sino a che la pittura era affresco di chiese, montare su un'impalcatura con la gonna non era cosa decente, né era mestiere da donna dirigere una bottega con 30 apprendisti, ma appena si è potuta fare pittura da cavalletto le donne pittrici sono spuntate fuori. Un poco come dire che gli ebrei sono stati grandi in tante arti ma non nella pittura, sino a che non si è fatto vivo Chagall.
È vero che la loro cultura era eminentemente auditiva e non visiva, e che la divinità non doveva essere rappresentata per immagini, ma c'è una produzione visiva di indubbio interesse in molti manoscritti ebraici.
Il problema è che era difficile, nei secoli in cui le arti figurative erano nelle mani della Chiesa, che un ebreo fosse incoraggiato a dipingere madonne e crocifissioni, e sarebbe come stupirsi che nessun ebreo sia diventato papa.
Le cronache dell'Università di Bologna citano professoresse come Bettisia Gozzadini e Novella d'Andrea, così bella che doveva tenere lezione dietro un velo per non turbare gli studenti, ma non insegnavano filosofia.
Nei manuali di filosofia non incontriamo donne che insegnassero dialettica o teologia. Eloisa, brillantissima e infelice studentessa di Abelardo, aveva dovuto accontentarsi di divenire badessa.
Ma il problema delle badesse non è da prendere sottogamba, e vi ha dedicato molte pagine una donna-filosofo dei nostri tempi come Maria Teresa Fumagalli. Una badessa era un'autorità spirituale, organizzativa e politica e svolgeva funzioni intellettuali importanti nella società medievale.
Un buon manuale di filosofia deve annoverare tra i protagonisti della storia del pensiero grandi mistiche come Caterina da Siena, per non dire di Ildegarda di Bingen che, quanto a visioni metafisiche e a prospettive sull'infinito, ci dà del filo da torcere ancora oggi.
L'obiezione che la mistica non sia filosofia non tiene, perché le storie della filosofia riservano spazio a grandi mistici come Suso, Tauler o Eckhart. E dire che in gran parte la mistica femminile dava maggior risalto al corpo che non alle idee astratte sarebbe come dire che dai manuali di filosofia deve scomparire, che so, Merleau-Ponty.
Le femministe hanno da tempo eletto a loro eroina Ipazia che, ad Alessandria, nel quinto secolo, era maestra di filosofia platonica e di alta matematica. Ipazia è diventata un simbolo, ma purtroppo delle sue opere è rimasta solo la leggenda, perché sono andate perdute, e perduta è andata lei, fatta letteralmente a pezzi da una turba di cristiani inferociti, secondo alcuni storici sobillati dal quel Cirillo di Alessandria che, anche se non per questo, è stato poi fatto santo.
Ma c'era solo Ipazia? Meno di un mese fa è stato pubblicato in Francia (da Arléa) un librettino, 'Histoire des femmes philosophes'. Se ci si chiede chi sia l'autore, Gilles Ménage, si scopre che viveva nel diciassettesimo secolo, era un latinista precettore di Madame de Sévigné e di Madame de Lafayette e il suo libro, apparso nel 1690, s'intitolava 'Mulierum philosopharum historia'.
Altro che la sola Ipazia: anche se dedicato principalmente all'età classica, il libro di Ménage ci presenta una serie di figure appassionanti, Diotima la socratica, Arete la cirenaica, Nicarete la megarica, Iparchia la cinica, Teodora la peripatetica (nel senso filosofico del termine), Leonzia l'epicurea, Temistoclea la pitagorica, e Ménage, sfogliando i testi antichi e le opere dei padri della chiesa, ne aveva trovate citate ben sessantacinque, anche se aveva inteso l'idea di filosofia in senso abbastanza lato.
Se si calcola che nella società greca la donna era confinata tra le mura domestiche, che i filosofi piuttosto che con fanciulle preferivano intrattenersi coi giovinetti, e che per godere di pubblica notorietà la donna doveva essere una cortigiana, si capisce lo sforzo che debbono avere fatto queste pensatrici per potersi affermare.
D'altra parte, come cortigiana, per quanto di qualità, viene ancora ricordata Aspasia, dimenticando che era versata in retorica e filosofia, e che (teste Plutarco) Socrate la frequentava con interesse.
Sono andato a sfogliare almeno tre enciclopedie filosofiche odierne e di questi nomi (tranne Ipazia) non ho trovato traccia. Non è che non siano esistite donne che filosofassero.
È che i filosofi hanno preferito dimenticarle, magari dopo essersi appropriati delle loro idee.”
Grazie Umberto Eco!

martedì 16 dicembre 2025

AUTODEFINIZIONE

AUTODEFINIZIONE

(María Teresa de las Mercedes Wilms Montt)
Sono Teresa Wilms Montt
e anche se sono nata cento anni prima di te,
la mia vita non è stata tanto diversa dalla tua.
Anche io ho avuto il privilegio d’essere donna.
È difficile essere donne in questo mondo.
Tu lo sai meglio di tutti.
Ho vissuto intensamente ogni respiro e ogni istante della mia vita.
Ho distillato una donna.
Hanno cercato di reprimermi ma non ci sono riusciti con me.
Quando mi hanno voltato le spalle, io ci ho messo la faccia.
Quando mi hanno lasciato sola, ho dato compagnia
Quando hanno voluto uccidermi, ho dato vita.
Quando hanno voluto rinchiudermi, ho cercato la libertà.
Quando mi amavano senza amore, ho dato ancora più amore.
Quando hanno cercato di zittirmi, ho urlato.
Quando mi hanno picchiato, ho risposto.
Sono stata crocefissa, morta e sepolta,
dalla mia famiglia e la società.
Sono nata cento anni prima di te
comunque ti vedo uguale a me.
Sono Teresa Wilms Montt,
e non sono adatta per le signorine.

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(Maledetti Poeti) <<Non ho nulla, non lascio nulla, non chiedo nulla. Nuda come

sono nata me ne vado, ignorante di ciò che il mondo aveva. Ho sofferto ed è l'unico bagaglio che ammette la barca che porta all'oblio.>>
*Ultime parole scritte sul suo diario dalla poetessa cilena Teresa Wilms Montt (Viña del Mar, 1893 - Parigi, 1921) poco prima di tentare il suicidio assumendo una dose eccessiva di acido barbiturico. L'overdose di sedativo l'avrebbe portata alla morte due giorni dopo nell'ospedale Leannec della capitale francese, alla vigilia del Natale del suo ventottesimo anno di vita.
Erede di una famiglia aristocratica di origine europea, madre catalana e padre discendente della dinastia reale prussiana degli Hohenzollern, l'inquieta autrice sudamericana si ribellò ai genitori a soli 17 anni sposando contro la loro volontà un funzionario statale senza risorse, Gustavo Balmaceda Valdés.
Accusata di adulterio, fu rinchiusa in un convento, da cui fuggì nel 1916 alla volta di Buenos Aires prima e di Parigi dopo, con l'aiuto dell'amico poeta Vicente Huidobro. In Francia visse da bohémien, frequentando i maggiori intellettuali ed artisti dell'epoca ed affermandosi nei salotti mondani grazie alla sua avvenenza ed alle sue qualità di poetessa e narratrice.
La bellezza e la fama di donna dissoluta, dedita all'alcool ed alle droghe, ne oscurarono dopo la tragica morte i reali meriti letterari, che furono portati alla luce solo in occasione del centenario della sua nascita. Nel 1993, infatti, la critica Ruth González Vergara pubblicherà con l'editore spagnolo Grijalbo la biografia dal titolo 'Teresa Wilms Montt: un canto de libertad', a cui farà seguito due anni dopo un volume che contiene l'opera completa della scrittrice, curato dalla stessa Vergara, e, nel 2009, il film 'Teresa, crocifissa per amare'.
Venne così riabilitata e ricondotta nella giusta prospettiva la figura romanzesca dell'anticonformista nobile cilena, come sottolinea la traduttrice di lingua italiana Barbara Herzog: "La scrittura di Teresa Wilms Montt è insieme sublime e semplice. Raccoglie in sé il prorompente senso di meraviglia della gioventù quanto la visione amplificata di una maturità travolgente. Donna appassionata e ribelle, cerca di allontanarsi dalla grettezza e brutalità e viene punita con la clausura forzata e la privazione delle proprie figliolette. Irrequieta, viaggiatrice e sinceramente stimata nei circoli di artisti e intellettuali di altri paesi, riesce a trasformare in versi di struggente bellezza l’agonia dell’assenza, come la sublimazione dell’amore dall’erotico, al compianto, al celestiale."
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LA LUCE DELLA LAMPADA
La luce della lampada, resa tenue dal paralume viola, sviene sopra il tavolo.
Gli oggetti assumono una tinta sonnambula da sogno malaticcio;
si direbbe che una mano tisica abbia accarezzato l’ambiente, lasciandovi il suo languore aristocratico.
Una campana impietosa ripete l’ora e mi fa capire che vivo, e mi ricorda, anche, che soffro.
Soffro di uno strano malessere che ferisce narcotizzando; mal di amori, di incomprese grandezze, di infiniti ideali.
Malessere che mi incita a vivere in un altro cuore, per riposare dall’arduo compito di vivere dentro me stessa.
Come gli assetati desiderano l’acqua, così io bramo che il mio orecchio senta una voce che mi prometta dolcezze estasianti;
bramo che la manina di una bambina si posi sopra le mie palpebre stanche di vegliare e rassereni la mia anima ribelle, avventuriera.
Così vorrei morire, come la luce della lampada sopra le cose, sparsa in ombre delicate e tremolanti.

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