lunedì 3 agosto 2026

TRA I COLORI DI LANGHE, LOIRA E SANNIO

 Racconto

Le passioni percorrono strade tortuose. E inaspettate. Come quelle che vanno dalle colline arrotondate di Langa, alle pianure della Loira francese, arrivando all’entroterra sannita, dove la terra, le viti, la vigna, si mescolano con il sangue di riti ancestrali, fatti di penitenza e di devozione.

Io, un quasi ingegnere edile, che ha appeso la laurea al chiodo ed ha deciso di passare all’enogastronomia, sono Luciano e sono un sommelier. Vengo da una zona dell’entroterra campano, fatta di fatica e silenzi, di dignità e speranze. Tante e spesso umili.

Partito nel 2005 alla volta di Castiglione Falletto, lavoravo per un’azienda vinicola, in cui mi occupavo di tutte le cose di cui si occupa un sommelier: guidare i clienti nella scelta degli abbinamenti cibo-vino, gestire la carta dei vini, il servizio al tavolo, il rifornimento della cantina e, soprattutto, degustare vini.

Me ne ero andato carico di rabbia dalla mia terra, nella quale, per dispetto, per avidità, per invidia, avevano incendiato tutti i vigneti di mio padre. Sì, i miei hanno una tenuta e sì, volevano che diventassi ingegnere. Com’è strana la vita. Molto spesso i figli seguono le orme dei padri per puro ripiego, o per pigrizia, o per un comprensibile desiderio di sicurezza. No, non era stato questo il mio caso. A me, lavorare nella vigna ed assaporarne i frutti era sempre piaciuto.

Sono belli i paesi di Langa. Così misteriosi e sognanti avvolti nelle brume del primo mattino e così sfavillanti di luce nei mesi caldi. Con le vigne che cambiano colore ad ogni stagione dell’anno e nei vari momenti della giornata, a seconda della luce del sole. Sanno di sentieri antichi, di fatiche e sudore, di povertà e di “arvangia”, cioè di rivincita, riscatto. Il turismo è venuto molto, ma molto molto dopo.

Langhe da capogiro. Profumi di Freisa e di Moscato. Bottiglie di Barolo e aroma di tartufi. Storie di trifulào e racconti di partigiani. Musei letterari e film d’autore.

Le Langhe mi hanno sempre affascinato. Più di altri territori fatti di viti e di vigne.

Saranno le linee morbide delle colline vitate o i castelli in cima ai cocuzzoli. Oppure quell’atmosfera di terre di malora diventate ricche per un caparbio attaccamento alla terra. O, meglio ancora, il fatto di sentirmi libero in quelle particolari atmosfere di Langa, che non hanno pari al mondo.

Anche se l’Italia la giravo abbastanza per festival e mercati, tra le Langhe mi sentivo felicemente a casa e anche felicemente straniero.

Se non fosse stato per Marta, quel periodo medio lungo della mia vita sarebbe stato piuttosto gradevole e, forse, anche un po' felice.

Invece il dolore mi arrivava sotto forme di sofferenza amorosa, per via di un amore non ricambiato.

Eravamo a Pollenzo e ci trovavamo coinvolti nello stesso incontro di lavoro (oggi si dice “workshop”) e lei era più giovane di me di una ventina d’anni.

Mi piacque quasi subito e cercavo tutte le scuse per parlarle e per agganciarla.

Quella bella piemontesina mi faceva battere il cuore.

Era alta, aveva capelli lunghi e castani e occhi grandi e dolci. Però, per quanto io facessi e con la massima discrezione, non c’era verso di legarla a me.

E sì che ci ho provato. E più mi respingeva e più io mi legavo.

Un errore che non ho fatto mai più, perché il dolore, quando ti attraversa, ti lascia sempre un qualche insegnamento.

E per raggiungere una qualche forma di grazia, il tempo del dolore ti deve attraversare, stordire, annientare, per farti libero, poi, dalle aspettative, dagli sguardi altrui, dalle banalità del quotidiano.

Quando la sofferenza tocca il vertice, capisci che ogni singolo giorno non va controllato: va semplicemente abitato, assieme al suo carico di imperfezioni.

Quando mi disse chiaramente di non provare alcun interesse per me e di non volere alcun genere di rapporti con me, le dissi che una persona come lei non mi interessava, che si credeva chissà chi e che doveva imparare ad essere umile.

Come se la qualità dell’umiltà c’entrasse qualcosa con l’amore che sentivo per lei.

Per curarmi le ferite, facevo lunghissime passeggiate tra i paesini, i castelli, le rocche, i musei ed anche i sentieri meno battuti.

Me ne andavo al cinema. E poi cominciai a collaborare alla stesura di un libro sul mondo del vino.

Visto che parlo abbastanza bene il francese, la ditta mi incaricò di occuparmi della distribuzione in Francia, nel regno del vino d’Oltralpe.

E fu così che conobbi la splendida Loira. Con i suoi cieli d’azzurro purissimo, dove le giornate non finiscono mai e dove le piogge, quando cominciano, sono così ostinate da farti credere che non finiranno più.

Occuparmi a tempo pieno di esposizioni e kermesse vinicole, di Sauvignon e Chenin Blanc, mi aiutò a prendere le distanze fra me e l’infelice amore, che ancora mi pungeva, per la bella piemontese. Anche se altre donne passavano nella mia vita e, qualcuna, riempiva le mie giornate.

Non c’è paragone tra i leggeri vini di Loira e quelli fruttati e robusti di Langa. Non capivo tutto l’interesse dei francesi per i formaggi, in particolare per quello di chèvre, che io ho sempre odiato. Mangiano zuppe e formaggi, formaggi e zuppe.

In quel periodo della mia vita, avevo un gruppo di amici enologi e sommelier come me, che provenivano da posti asiatici. Avevo modo di conoscere anche diversi italiani, evidentemente per il genere di lavoro che svolgo.

No, i francesi non ti invitano per un caffè o per una cena. Posso contare le occasioni di convivialità con loro sulle dita di una mano.

Però ne ammiro l’amor patrio ed il culto della propria storia. Mi dedicavo a studiare le forme delle loro viti e mi affascinava il periodo della Renaissance, con le sue storie di cibo, di vino, di lettere.

Nella mia testa giravano storie e sapori di Borgogna, di Champagne e di Bordeaux.

Facevo le videochiamate a casa, per sincerarmi che i miei cari stessero bene e per rassicurarli su di me e sul mio lavoro. Mio padre faticava non poco a riprendersi dal duro colpo dei vigneti devastati di notte dai vigliacchi, ma c’era bisogno di andare avanti, anche per i miei fratelli, che avevano bisogno di aiuto. E mia madre era preziosa nel tenere le redini della famiglia e fare economie in quel brutto momento.

Anche per me, in Francia non era tutto semplice. Gli alloggi sono piccolissimi e cari. Le pratiche per l’assicurazione medica complesse e gli imprevisti di tutti i generi sempre dietro l’angolo.

Il lavoro procedeva. Contatti con i fornitori, serate di degustazione in hotel a tre e quattro stelle, contratti per l’export conclusi più o meno felicemente con catene di alberghi e ristoranti.

Il direttore della mia azienda è venuto qualche volta, insieme a qualche altro collaboratore. Ce ne era uno molto amante delle donne. Trovava ogni scusa per sedurre le francesi che gli capitavano a tiro, grazie anche ai suoi modi eleganti che incontravano il gusto di quelle donne raffinate.

Insomma, quale viveur si è dato molto da fare, e con successo, unendo i piaceri del vino e del cibo a quelli del sesso. Quando si nasce con una camicia…

Per quegli stranissimi incroci della vita o delle imperscrutabili combinazioni planetarie, fui costretto, mio malgrado, a tornare in patria.

Dopo i castelli della Loira, mi aspettavano quelli del Sannio ed i misteri religiosi di Guardia Sanframondi. Sbarcavo nelle terre stregate di San Lorenzo Maggiore, San Lupo e Castelvenere.

Qui, dove l’odore delle viti e quello del sangue dei riti guardiesi dell’Assunta di mescolano, e dove sembra ancora di vedere aggirarsi le janare tra i vicoli ed i boschi di San Lupo.

Percorro in auto le pendici del Taburno e mi perdo ad osservare i mille colori di quella montagna, così belli in primavera e in autunno. A novembre, da queste parti, il sole è ancora caldo e percorrere le strade che collegano un paese ad un altro è una vera goduria. È l’estate di San Martino.

Alle volte sento ancora gli amici che ho lasciato in Piemonte e in Francia. Ho ancora la possibilità di girare per fiere e mercati, anche se ad un ritmo meno intenso di prima.

Non penso che diventerò mai un ingegnere. Il vino, finora, mi ha dato troppa soddisfazione ed ascoltare i vecchi viticoltori mi incanta. Vedere le loro abili mani che lavorano le vigne mi rilassa.

Il vino è medicina. La vite è magia. Qui il vino ha duemila anni di storia. Come la chiesa cattolica. Anche Nostro Signore amava moltiplicare il vino, come dice il Vangelo.

La vigna ti insegna tante cose. Soprattutto che, tagliati i rami secchi, le foglie ed i grappoli si rigenerano. Finisce un ciclo di vita e ne comincia un altro.

Una specie di eterno ritorno, in cui passano volti nuovi, piogge nuove, guai nuovi, nuove strade, nuove città da visitare. E altre donne. Altre bevute, come quella del Moscato che mi delizia adesso, mentre sono seduto con amici vecchi e nuovi a parlare di cose che abbiamo perso o messo da parte e di quel film visto tempo fa. C’è una festa d’estate in paese e le ballerine fanno prove sul palco. I violini sono tesi. Odori di pietanze squisite si mescolano nell’aria.

La vite ti insegna la pazienza. Ti insegna a non forzare le cose. A lasciarti abitare dal tempo che passa, senza essere troppo preoccupati per quello che verrà o ancorati a ciò che non è più. Ti insegna che dopo ogni perdita c’è un mare di vita che ti coinvolge e bisogna essere molto resilienti. Perché la vite si arrampica e si intreccia al traliccio con rara arte, con quell’equilibrismo che è pratica di vita, è creativa ed è lotta.

La vigna ti insegna che la vita è costante allenamento, cambio di prospettiva, sudore e muscoli tesi. La vite è abbandonarsi con fiducia al futuro, mentre sai che, anche se sei in giro per il mondo, hai le radici da qualche parte. È ciclo ininterrotto della vita. Per questo io la amo.

domenica 14 giugno 2026

TORNIAMO AD ABITARE LE SOLITUDINI

(VITO TETI) - C’è un legame viscerale, antico e profondamente politico, che unisce il destino dei nostri paesi alla terra che li circonda. La parola “cultura” e la parola “coltura” condividono infatti la stessa radice latina, colere: abitare, coltivare, prendersi cura, onorare. Per secoli, nelle aree interne del nostro Paese, questo nesso è stato una realtà tangibile, un concerto quotidiano di fatiche, sguardi e relazioni tra l’essere umano, l’animale e il paesaggio agrario. Poi è arrivata l’emorragia dell’abbandono che in mezzo secolo ha trasformato i campi in un incolto silenzioso e ridotto i centri storici a gusci fragili. Chi è rimasto ha dovuto fare i conti con un paesaggio ferito, imparando ad abitare la solitudine di un luogo profondamente cambiato. Oggi, quel legame simbiotico e sensoriale tra l’uomo e il territorio sembra minacciato dall’avanzare di una cupa ideologia della fine. L’idea stessa di una chiusura definitiva dei paesi, del loro ineluttabile destino di “paesi fantasmi”, si è profondamente radicata nelle nuove generazioni, orientandole precocemente all’abbandono e alla fuga. È un paradosso doloroso: la convinzione di vivere nel vuoto genera altro vuoto, tramutando la percezione del declino in una profezia che si autoavvera, capace di prosciugare gli ultimi anticorpi morali e le energie fisiche di quanti vorrebbero restare. Una certa tradizione antropologica non è stata immune da questa deriva, alimentando un morboso gusto per le rovine che ha trasformato l’etnologo in un archeologo della memoria. James Clifford leggeva nella nostra disciplina una “scienza del lutto”, un esercizio in cui l’altro è dato per perduto in un tempo che si disintegra. Ma noi non possiamo ridurci a essere le prefiche dell’estinzione. Dobbiamo sottrarci a questo sguardo estinzionista senza, d’altro canto, scivolare nell’errore opposto: quel paesismo retorico, estetizzante e neoromantico che edulcora la complessità dei borghi trasformandoli in paradisi idilliaci per consumatori urbani, riducendo la restanza a un brand da folkmarket o a un gadget nostalgico. Al mito da cartolina occorre contrapporre la carne e la pietra, le storie reali degli uomini, delle case, delle strade, dei paesi. Contro i dispositivi narrativi esterni che compiono, come rilevato da Domenico Cersosimo, una sistematica “ingiustizia discorsiva” verso i margini, è necessaria un’inversione radicale dello sguardo. Guardare il mondo a partire dai margini significa accorgersi che il vuoto dei nostri paesi non è un’assenza assoluta, bensì uno spazio diversamente pieno. Quando gli abitanti dicono che «il paese è vacanti», o che si è drammaticamente «svacantato», non ci si trova mai di fronte a un vuoto assoluto. Certamente, per chi è cresciuto in un paese che contava quattromila abitanti, con le scuole affollate da trenta bambini e le strade animate da bar e botteghe, il confronto con l’attualità si traduce in un paragone impietoso. Eppure, mille abitanti non creano il deserto. Proprio l’esperienza del Covid ha mostrato come la dinamica tra pieno e vuoto stia cambiando: se si impara a guardare il luogo con un altro sguardo, ci si accorge che il vuoto è popolato dalle storie che interrogano, dalle geografie intime e dalla presenza invisibile di chi è partito, da nuovi germogli di speranza che si sono innestati su piante solide ma oramai considerate improduttive.

I veri paesi fantasma, semmai, sono le metropoli postmoderne o le colate di cemento costiere: agglomerati sovraffollati ad agosto e ridotti d’inverno a barriere spettrali davanti al mare. I nostri centri storici sono «paesi fisarmonica», che si allargano e si restringono seguendo i flussi stagionali e i ritorni della memoria, dinanzi a cui la politica offre spesso risposte distanti.
È in questo solco che la restanza si rivela per ciò che è: non una scelta passiva o pigra, ma un’attitudine generativa. La restanza produce nuove forme culturali e sociali, e da esse trae la linfa per sopravvivere. Non si tratta di imbalsamare un passato ormai tramontato. Come ci ricordava Andrea Zanzotto, il territorio non è un blocco di pietra immobile, ma una complessa costruzione storica capace quasi di «reincarnarsi assumendo diversi aspetti», poiché la sua «fioritura o la sua desolazione rispecchiano sempre quelle delle società umane». Quando la cultura torna a farsi coltura, essa dissoda la solitudine e semina nuove possibilità di cittadinanza. Un esempio luminoso di questa resistenza culturale e sociale è l’esperienza di Alba Donati e della sua libreria “Sopra la Penna”, aperta a Lucignana, tra le montagne della Garfagnana. In una terra apparentemente marginale, minacciata dall’isolamento, questa scommessa dimostra come la letteratura e la parola possano diventare presidi antropologici capaci di riattivare un’intera comunità. Alla radice di questa esperienza, come nelle tante di cui mi giunge notizia da ogni dove del Paese, risiede il senso profondo del legame tra cultura e territorio: i libri, la cultura, il cinema, il teatro, non sono merci di scambio per un mercato distratto, ma strumenti primari di appaesamento, capaci di ricreare un noi comunitario attorno a un luogo di cura e di dimostrare che la cultura, quando è radicata come una coltura, genera un senso di appartenenza che difende il territorio dalla desertificazione sociale.
I grandi scrittori del nostro Novecento hanno sempre saputo che il paese reale è il nucleo generativo della comprensione del mondo. Cesare Pavese, confinato nel 1935 a Brancaleone, annotava nel Mestiere di vivere «sotto le rocce rosse lunari» come ogni nostra creazione sia impossibile senza un nostro tornare al paese. Pavese avvertiva lo scarno turbamento di un paesaggio calabrese che non gli apparteneva biologicamente, sapendo che il sangue della poesia fluisce solo da quel legame larvale e prepoetico con il proprio luogo d’origine, giungendo a scrivere: «quale il mio paese tale io». Al contrario, quella medesima terra si faceva carne e sofferenza organica in Gente d’Aspromonte di Corrado Alvaro: un microcosmo sensoriale pervaso dal rumore assordante delle fiumare, dall’odore del siero fumante delle caldaie, dove il pastore seduto sul poggio suona la sua zampogna «come su un mondo». E Ignazio Silone, in Fontamara, ricordava che il paese natale è un vero e proprio Cosmo, un centro di gravità in cui si riflettono le fatiche universali di tutti coloro che fanno fruttificare la terra. Per decifrare i paesi di oggi, l’antropologo deve compiere un’operazione di sdoppiamento metodologico ed esistenziale. Essere paesani oggi non significa arroccarsi in un nostalgico isolamento. Ci sono due modi speculari di essere provinciali: il primo consiste nel credere che il proprio paese sia il centro del mondo; il secondo, altrettanto miope, sta nel convincersi che nel proprio paese non sia mai accaduto nulla, dimenticando che la grande storia attraversa anche le nostre strade. Finché ci sarà qualcuno che coltiva un orto sul retro di una casa fessurata o qualcuno che custodisce un libro in un paese di montagna, la fine del mondo sarà rimandata. Non siamo gli ultimi testimoni di un passato da rimpiangere, ma gli abitanti di un paesecosmo in cui tutti, diversi e uguali, cerchiamo una nuova strada per stare, insieme, al mondo.

martedì 9 giugno 2026

Lillà e ciabot. Racconto albese

 


In questo mercoledì sera che è quasi mezzanotte e l'acciottolato del centro storico profuma della pioggia appena scesa, è bello camminare per il centro storico, mentre la città riposa.

Non c'è il caos dei fine settimana e la città riposa.

Dietro la chiesa di San Domenico la piazzetta profuma di bagnato, di lillà, di giardini che si stagliano dietro i cancelli delle case e dietro quelli dell'asilo adiacente.

E' quasi mezzanotte, e domani mi aspetta un'altra giornata di duro lavoro, ma quell'ispirazione che batte nella testa e che reprimo perché devo andare a dormire perché il lavoro all'indomani mi aspetta, stavolta mi dice: siediti e fai quello per cui sei nata.

Siediti e scrivi queste righe. Questi pensieri, sensazioni, emozioni, che non sai dove ti porteranno. Si sono sedimentati da giorni. Siediti e scrivi.

Scrivo quasi sotto dettatura. Mi capita, quando sono particolarmente ispirata ed il mare si agita in me.

Che differenza tra l'aria calda di via Maestra e del centro e gli spazi aperti e ariosi sopra la collina di Altavilla.

La città è come divisa in due parti, quella urbana e quella naturale, ed anche i ritmi, oltre che i profumi e le luci, sono diverse. Penso che rare città abbiano il privilegio di una commistione così rara e singolare. Prodigio delle piccole città di provincia.

Dopo la passeggiata fenogliana in compagnia di decine di persone e dello scrittore che ci leggeva Una questione privata, che ti parlava del partigiano Milton ossessionato da Fulvia, ho deciso di tornarci da sola. A scattare fotografie ed a raccogliere ciliege.

C'era un bel sole splendente e aria frizzante.

Quanti dolci profumi sul crinale della collina. Quante colline pettinate di vigneti. E quei ciabot così carucci, che mi ispirano storie di amori clandestini consumati nella campagna, in quegli spazi angusti ed accoglienti. Discreti.

Quanto mi piacerebbe possederne uno. Per consumarvi un amore, per leggermi in pace un libro, per depilarmi, per ascoltare musica o solo per mangiarmi un panino.

Oggi ne ho parlato anche in classe. Questi ragazzi non ne sanno niente delle loro origini e del loro territorio. E degli amori consumati dei ciabot. E dei lavori sull'aia, quando le donne spogliavano pannocchie cantando. E dei bambini che giocavano insieme nel cortile.

Pensano a infessire su facebook. Frasi brevi, mal scritte a causa di micidiali abbreviazioni.

Ah... Quanti scrittori veramente scrittori potrà esprimere questa generazione afasica, che è già tanto se ha letto Fenoglio o Pavese?

Piuttosto, oggi sono contenta, perché un mio amico libraio mi ha procurato un introvabile romanzo di Giovanni Arpino, braidese di nascita: La suora giovane.

Praticamente introvabile, perché fuori catalogo. Chissà dov'è andata a pescarla, questa copia del '73. Mah! Sapevo che potevo rivolgermi a lui. Ad Alba è il non plus ultra in fatto di anticaglie e rarità nel campo della produzione libraria. Costo dell'epoca settecento lire. Costo attuale: nove euro. Ragazzi, questa rarità ne vale di più.

La storia del ragioniere quarantenne che si innamora della novizia di vent'anni. L'imprevedibilità dell'amore.

Già, l'amore.

Nel primo pomeriggio ho avuto una conversazione telefonica con uno di quei signori che leggono i manoscritti nelle case editrici. "Con le pubblicazioni bisogna essere fatalisti", mi ha detto.

Già. E anche con gli amori, penso.

Storie che funzionano, altre che fanno soffrire. Amori ricambiati e quelli a senso unico. Amori inaspettati. Amori solo sognati e immaginati.

Sono dietro San Domenico, sull'acciottolato che sa di fresco e con la luce giallina che illumina il campanile e penso: il segreto nella vita è prenderla come viene.

Lascia che le cose vadano come devono andare. E vivrai sereno, direbbero gli stoici.

Chissà perché negli scrittori di qui tutta questa voglia di parlare e di descrivere Alba e le Langhe.

Ho letto già mezzo libro di Nico Orengo, Di viole e liquirizia, e sono ansiosa di sapere dov'è sparito Giulio, il fratello di Amalia, dopo essersi giocata al tavolo la proprietà terriera della Ginotta.

Non lo so ancora, ma lo scoprirò. Leggendo il seguito della storia.

Ad Alba i ragazzi il pomeriggio non si vedono. Sono perennemente connessi tra loro. Non sui muretti davanti al seminario o in qualche quartiere cittadino. No. Attraverso il solito facebook.

Che dicano una cosa interessante non è dato di leggere. Solo facezie e superficialità.

E pensare che la mia generazione, alla loro età, non aveva bisogno né di cellulari né di social network. Il linguaggio analogico o non verbale nella mia epoca ha avuto un peso maggiore di quello verbale. Non che io demonizzi questi mezzi, per carità. Penso solo che tutte le cose vadano utilizzate con cognizione e senza esagerare.

Che mentre dovrebbero prepararsi la maturità e le tesine, molti di questi ragazzi stanno ancora lì, a chiedersi su facebook, come farle queste tesine e di che colore tingersi i capelli.

Chissà dove ci porterà tutto questo profluvio di comunicazione e di parole e frasi mal scritte. E foto da Grande Fratello. Mah!

Ogni epoca ha i suoi paradigmi: il philosophus, l'homo oeconomicus, il cortegiano, lo scienziato, il santo, il poeta, il navigatore.

L'ideale odierno è l'homus connesso. Perennemento in rete con gli altri, per esistere.

Ieri sera sono stata all'H-Zone perché c'erano i saggi degli allievi dell'Istituto Musicale. E parlando con Beppe, amico giornalista, si facevano considerazioni sull'elevata percentuale di giovani artisti che la città di Alba esprime. Dovreste dare una statistica sul giornale, dico. Qui ce n'è almeno uno per famiglia che suona o canta. E Beppe: ma qui stiamo bene, ecco perché i giovani possono dedicarsi alle arti liberali! Là dove c'è difficoltà a mettere insieme il pranzo con la cena è un pò difficile.

Sono stati bravi i ragazzi, meno male che oltre facebook c'è la musica.

La V. ha cantato divinamente una canzone scritta dalla B. Sono entrambe allieve del "Rocca" e non sono voci o visi che scompaiono nella massa dei giovani artisti sedicenti tali.

Quella canzone era una canzone vera, con una vera melodia ed un vero testo, e quella voce e quella interpretazione erano espressione di una personalità veramente artistica, con molto studio e molta stoffa.

Penso che se mi avessere dedicato una canzone così mi sarei innamorata all'istante della persona che me l'avesse dedicata.

Che inspiration. Che grande emozione. Che arte potente e raffinata.

Quanta capacità nel tradurre in poesia le emozioni della giovane cantautrice.

Ripenso ai profumi forti e delicati della campagna albese, ed a quel prato di fiori di camomilla che sovrasta la città. Di sotto puoi vedere il profilo delle torri, che risplendono nel sole del meriggio.

E dopo il profumo della camomilla, quello dei lillà, e poi quello dei giardini, e quello degli alberi. E poi i profumi della città.

Mi fermo qui. Ho buttato fuori le parole che mi rigiravano nella testa.

Chissà perché le sere di pioggia, da sempre, mi ispirano in modo particolare.

 

 Alba, notte tra il 9 e il 10 giugno 2010

domenica 11 gennaio 2026

FILOSOFARE AL FEMMINILE

 In ricordo di Umberto Eco



“Diotima, Arete, Nicarete, Ipazia, Aspasia, Teodora, Leonzia, Caterina da Siena... Le donne dimenticate dai filosofi, magari dopo essersi appropriati delle loro idee, sono tante”.
Così scriveva Umberto Eco, nato il 5 gennaio 1932, in una Bustina di Minerva, rubrica pubblicata sul settimanale L’Espresso nel 2004, che riporto qui di seguito.
“La vecchia affermazione filosofica per cui l'uomo è capace di pensare l'infinito mentre la donna dà senso al finito, può essere letta in tanti modi: per esempio che siccome l'uomo non sa fare i bambini, si consola coi paradossi di Zenone.
Ma sulla base di affermazioni del genere si è diffusa l'idea che la storia (almeno sino al Ventesimo secolo) ci abbia fatto conoscere grandi poetesse e narratrici grandissime, e scienziate in varie discipline, ma non donne filosofe e donne matematiche.
Su distorsioni del genere si è fondata a lungo la persuasione che le donne non fossero portate alla pittura, tranne le solite Rosalba Carriera o Artemisia Gentileschi.
È naturale che, sino a che la pittura era affresco di chiese, montare su un'impalcatura con la gonna non era cosa decente, né era mestiere da donna dirigere una bottega con 30 apprendisti, ma appena si è potuta fare pittura da cavalletto le donne pittrici sono spuntate fuori. Un poco come dire che gli ebrei sono stati grandi in tante arti ma non nella pittura, sino a che non si è fatto vivo Chagall.
È vero che la loro cultura era eminentemente auditiva e non visiva, e che la divinità non doveva essere rappresentata per immagini, ma c'è una produzione visiva di indubbio interesse in molti manoscritti ebraici.
Il problema è che era difficile, nei secoli in cui le arti figurative erano nelle mani della Chiesa, che un ebreo fosse incoraggiato a dipingere madonne e crocifissioni, e sarebbe come stupirsi che nessun ebreo sia diventato papa.
Le cronache dell'Università di Bologna citano professoresse come Bettisia Gozzadini e Novella d'Andrea, così bella che doveva tenere lezione dietro un velo per non turbare gli studenti, ma non insegnavano filosofia.
Nei manuali di filosofia non incontriamo donne che insegnassero dialettica o teologia. Eloisa, brillantissima e infelice studentessa di Abelardo, aveva dovuto accontentarsi di divenire badessa.
Ma il problema delle badesse non è da prendere sottogamba, e vi ha dedicato molte pagine una donna-filosofo dei nostri tempi come Maria Teresa Fumagalli. Una badessa era un'autorità spirituale, organizzativa e politica e svolgeva funzioni intellettuali importanti nella società medievale.
Un buon manuale di filosofia deve annoverare tra i protagonisti della storia del pensiero grandi mistiche come Caterina da Siena, per non dire di Ildegarda di Bingen che, quanto a visioni metafisiche e a prospettive sull'infinito, ci dà del filo da torcere ancora oggi.
L'obiezione che la mistica non sia filosofia non tiene, perché le storie della filosofia riservano spazio a grandi mistici come Suso, Tauler o Eckhart. E dire che in gran parte la mistica femminile dava maggior risalto al corpo che non alle idee astratte sarebbe come dire che dai manuali di filosofia deve scomparire, che so, Merleau-Ponty.
Le femministe hanno da tempo eletto a loro eroina Ipazia che, ad Alessandria, nel quinto secolo, era maestra di filosofia platonica e di alta matematica. Ipazia è diventata un simbolo, ma purtroppo delle sue opere è rimasta solo la leggenda, perché sono andate perdute, e perduta è andata lei, fatta letteralmente a pezzi da una turba di cristiani inferociti, secondo alcuni storici sobillati dal quel Cirillo di Alessandria che, anche se non per questo, è stato poi fatto santo.
Ma c'era solo Ipazia? Meno di un mese fa è stato pubblicato in Francia (da Arléa) un librettino, 'Histoire des femmes philosophes'. Se ci si chiede chi sia l'autore, Gilles Ménage, si scopre che viveva nel diciassettesimo secolo, era un latinista precettore di Madame de Sévigné e di Madame de Lafayette e il suo libro, apparso nel 1690, s'intitolava 'Mulierum philosopharum historia'.
Altro che la sola Ipazia: anche se dedicato principalmente all'età classica, il libro di Ménage ci presenta una serie di figure appassionanti, Diotima la socratica, Arete la cirenaica, Nicarete la megarica, Iparchia la cinica, Teodora la peripatetica (nel senso filosofico del termine), Leonzia l'epicurea, Temistoclea la pitagorica, e Ménage, sfogliando i testi antichi e le opere dei padri della chiesa, ne aveva trovate citate ben sessantacinque, anche se aveva inteso l'idea di filosofia in senso abbastanza lato.
Se si calcola che nella società greca la donna era confinata tra le mura domestiche, che i filosofi piuttosto che con fanciulle preferivano intrattenersi coi giovinetti, e che per godere di pubblica notorietà la donna doveva essere una cortigiana, si capisce lo sforzo che debbono avere fatto queste pensatrici per potersi affermare.
D'altra parte, come cortigiana, per quanto di qualità, viene ancora ricordata Aspasia, dimenticando che era versata in retorica e filosofia, e che (teste Plutarco) Socrate la frequentava con interesse.
Sono andato a sfogliare almeno tre enciclopedie filosofiche odierne e di questi nomi (tranne Ipazia) non ho trovato traccia. Non è che non siano esistite donne che filosofassero.
È che i filosofi hanno preferito dimenticarle, magari dopo essersi appropriati delle loro idee.”
Grazie Umberto Eco!

Lettori fissi