martedì 30 gennaio 2024

FAUSTA CIALENTE: CERTA BORGHESIA CI PREPARAVA IL FASCISMO

Verso il 20 ottobre i bollettini cominciarono a dar notizia di qualche movimento che doveva essere straordinario, la gente si eccitò leggendo che il nemico concentrava tutte le sue forze; anche le donne leggevano e mi sembrava che fossimo s’un palcoscenico (come le Wieselberger, nei bei tempi) dove sentivamo di partecipare a qualcosa di molto grosso o molto importante; qualcosa che finalmente soddisfaceva tutti. Forse si va verso la fine, forse era nel giusto chi aveva predetto “il prossimo inverno non più in trincea”. Di nuovo un “Natale tutti a casa”? C’era di che far venire la nausea. Anche i miei compagni erano pieni d’agitazione, la stessa che doveva essere nelle famiglie poiché tutti avevano qualcuno al fronte; ed io tacevo.

La catastrofe fu immediata. Ci sentimmo colpiti come se un’enorme trave ci fosse caduta sulla testa. La cosa peggiore fu l’inaudita rapidità della disfatta; le linee di difesa dalle quali sarebbero dovuti partire i nostri vantati attacchi, in pendenza o meno che fossero, ci sembrarono di biscotto, di marzapane, il nemico se le divorò in pochi giorni. Il 24 ottobre Caporetto era caduta, poi cadde anche il Monte Maggiore (eran nomi che giorno dopo giorno ci scottavano come cera bollente), le vie furono quindi sciaguratamente aperte; prima sentimmo annunciare che gli austro-tedeschi erano giunti a Cividale e i comandi ordinavano alle nostre armate di ritirarsi sul Tagliamento, poi la botta finale, tremenda: il 4 novembre s’erano ancora ritirate e fermate, sì, ma sul Piave! quello che avrebbe così a lungo “mormorato”.

E non era tanto l’idea della disfatta militare che significava, oltre i morti, centinaia di migliaia di prigionieri, tutte le armi cadute in mano al nemico, le vettovaglie perfino, quanto lo spettacolo dei poveri civili in fuga, le case, i campi, gli averi abbandonati, vecchi, donne e bambini gettati in furia allo sbaraglio; non erano certo diventati “profughi di lusso” come i nostri ricchi triestini.

Mio padre fu assai colpito ma rimase stranamente calmo, non ebbe in quei giorni nessuna delle furiose reazioni condite d’abbondanti invettive che ci avevano sempre amareggiato. In silenzio spostava le bandierine. Per il Piave disse: qui forse potranno veramente fermarsi e tenere.

Una specie di patriottismo s’era svegliato anche in me, ed era logico. Per quanto educata fin da bambina a vedere le cose in una luce realistica, e quasi mai dilatata la loro importanza, l’idea del “nostro suolo calpestato dal nemico” mi sconvolgeva, era un prezzo troppo alto che pagavamo all’imprevidenza e insufficienza dei comandi, all’ottusa stupidità dei governi e dei politici. Tuttavia non potevo allora capire, né, con me, i miei giovani amici, che la furibonda reazione di certa borghesia sedicente patriottica ci preparava il fascismo; c’era chi aveva ben calcolato quanto una disfatta poteva generarlo! Lo capimmo più tardi a guerra finita tornarono i combattenti e li vedemmo insoddisfatti, delusi e stomacati da ciò che trovarono nel paese: chi s’era tranquillamente imboscato o spudoratamente arricchito, altri avevano tutto perduto, e ai giovani o quasi giovani reduci la ricompensa che la nazione offriva dopo tanti rischi, rinunce e sacrifici era un avvenire incerto, deludente o misero addirittura; nulla da stupire quindi se tanti di essi, spesso in buona fede, qualche tempo dopo si lasciarono trascinare sulla via sbagliata.

Com’era da prevedere, dopo il clamore della disfatta restammo senza notizie di Fabio. Mia madre scriveva a Milano e pregava le sorelle di farci avere al più presto ciò che la famiglia avrebbe certamente ricevuto prima di noi. Cercavamo di dominare l’angoscia e di ammettere, ragionando, che nella confusione creata da un simile disastro le notizie sarebbero giunte con gran lentezza; tuttavia speravamo. Ch’egli fosse vivo, almeno questo.

Al momento del crollo Fabio era da tempo sull’altipiano di Asiago (nessuno di noi l’aveva mai saputo), il luogo era già stato teatro di furiosi combattimenti tra il maggio e il luglio del 1916; nell’estate del ’17 aveva avuto quella che s’era poi chiamata battaglia dell’Ortigara e là tra la fine di novembre e i primi di dicembre, sempre del ’17, poco più d’un mese dopo Caporetto nell’offensiva che la storia indicò come battaglia delle Molette, il 5 dicembre Fabio era caduto.

Le quattro ragazze Wieselberger, Club degli Editori, Milano 1976, pp. 189-192


FAUSTA CIALENTE: LE "MALE ARTI" DELLE DONNE

Nessuno di noi avrebbe voluto “tanto”, un simile confronto disumano tra eroi e vili, chiusi in un dramma ch’era di tutti, ormai. Una sola cosa volevamo, che finisse, finisse al più presto. Di quel che succedeva in Russia poco si riusciva a sapere, ma che fosse stato eliminato lo zarismo c’era sembrato un fatto positivo. Erano crollati in marzo, quei bravi signori, però la guerra seguitava sulle linee orientali e continuavano ad esservi impegnate le forze austro-tedesche, che non s’erano quindi spostate in massa sul “nostro fronte. Il solo effetto che da noi si poteva cogliere era che gli scioperi nelle fabbriche si facevano più frequenti e più aggressivi, la parola “rivoluzione” circolava da un pezzo – e mio padre corrugava la fronte. Non gli piaceva, quella parola, era chiaro; e nemmeno che le donne, costrette a sostituire gli uomini e a farsi operaie, si agitassero tanto e andassero per le strade urlando a contestare la guerra, a chiedere pane e pace. A me sembrava giusto, invece, una finestra s’era, per esse, fortunatamente spalancata sul mondo e sulla realtà, ma a lui le donne piacevano a casa, era indubbio; ancora meglio nel letto degli uomini, le “male arti” a loro esclusivo servizio, anche se camuffate nel matrimonio.


Le quattro ragazze Wieselberger, Club degli Editori, Milano 1976, pp. 184-185

domenica 28 gennaio 2024

FAUSTA CIALENTE: MEGLIO LA GUERRA CHE IL SOCIALISMO

Continuava a bollire e a fumare la pozzanghera della guerra ch’esalava l’odore soffocante del sangue, un ininterrotto fiume di sangue giacché erano in tanti a morire; e per quanto la
propaganda ufficiale seguitasse a presentarci la sua quotidiana mistificazione degli avvenimenti bellici e mentisse spudoratamente sulla psicologia del fronte e dell’interno, cioè dei combattenti e della popolazione, la verità si faceva strada, se non altro attraverso le lettere che giungevano dalle trincee alle famiglie. Non so in che modo riuscissero a gabellare l’arcigna censura giacché erano piene di rabbiosa amarezza e denunciavamo lungo il corso di quell’atroce 1916 l’inutilità e il grottesco d’una guerra che non era affatto per una “nobile causa”, scrivevano, e che serviva sopra tutto ad arricchire i pescicani, a saziare la loro ingordigia e a tener quieta una borghesia che ipocritamente li trattava da eroi e li colmava di lodi, ma era ben contenta, sotto sotto, che fossero occupati a scannarsi con gli austriaci e non liberi, invece, di sviluppare il temuto socialismo da cui si era sentita minacciata; ma essi, al fronte, pagavano con la vita quell’ignobile commedia, e le famiglie, all’interno, la pagavano con privazioni e stenti sempre maggiori. Poi si cominciò a dire di diserzioni e fucilazioni, probabilmente queste erano notizie che nessuno osava scrivere, le portavano dal fronte i soldati in licenza, ma poi non restavano sospese come nebbia nel chiuso delle famiglie, insidiosamente le parole circolavano, circolavano, erano come un orlo di fango che arrivava dappertutto.


Le quattro ragazze Wieselberger, Club degli Editori, Milano 1976, pp. 179-180

sabato 27 gennaio 2024

FAUSTA CIALENTE: IRREDENTISMO E DINTORNI

Gli sloveni, poi, ardentemente cattolici e clericali, sospettavano gl’irredentisti d’essere in gran parte massoni, quindi nemici della chiesa, colpevoli ad ogni modo d’aver commesso il sacrilegio, all’unità d’Italia, d’aver spodestato il Papa. Ma nemmeno i più obiettivi degli osservatori stranieri avrebbero potuto, a quei tempi, prevedere l’immane tragedia alla quale andavano tutti incontro. Ai nipoti regnicoli, cioè italiani, che sarebbero entrati in scena ben più tardi, sarebbe toccato l’amaro destino di assistere al crollo di tanta potenza e tante illusioni, e non perché avessero amato quella potenza e accolto per buone quelle illusioni, ma perché a conti fati la catastrofe della prima guerra mondiale venne a costare all’Europa dieci milioni d’inutili morti.

Ciò che più avrebbe colpito chi avesse voluto esaminare da un punto di vista strettamente economico e sociale la questione irredentista intorno agli anni di quelle liete vendemmie e quei balli alla Filarmonica, avrebbe senza dubbio scoperto, o almeno imparato, come per salvarsi dalla secolare oppressione di Venezia, Trieste aveva dovuto concedersi ai duchi d’Austria pochi secoli dopo il mille; e per molto tempo aveva vivacchiato sfruttando un hinterland che le era completamente straniero, anche per il linguaggio, ma era il solo retroterra di cui poteva disporre. Era quindi curioso, ma soprattutto indicativo d’un certo carattere che una comunità tra il 1500 e il 1600 era calata da dodicimila a cinquemila abitanti, avesse nondimeno continuato a parlare in città e lungo tutto il litorale il suo dialetto veneto; e proprio questo linguaggio avessero astutamente imparato, storpiandolo, i carniolini, i carinziani, gli stiriani. I triestini, imperterriti, non imparavano nulla e ostentavano già allora l’intenzione di condurre traffici e commerci adoperando unicamente il loro dialetto. Ma se intanto non decadeva, Trieste, non era per il buon volere o la generosità degli Asburgo ai quali s’era data in braccio, ma per l’inarrestabile decadenza di Venezia; e se ciò la rendeva sempre più libera di sviluppare i suoi commerci in terra e in mare, fatalmente la incorporava sempre di più nel nascente impero austriaco e andava diventando la porta occidentale d’un immenso retroterra orientale, un destino al quale sembrava naturalmente, geograficamente legata; e la lingua tedesca, quella almeno, avrebbe dovuto parlarla. Una storia così lontana nel tempo che i triestini destinati all’irredentismo adriatico, anche se non l’ignoravano, preferivano fingere d’averla dimenticata, o tutt’al più con l’avvicinarsi dei tempi moderni si accontentavano di vantare, come immancabilmente faceva il padre, il pittoresco cosmopolitismo della città, passato e recente, e quel “mitteleuropeo” ch’era diventato il carattere peculiare di Trieste e della sua cultura. Troppi avvenimenti s’erano accavallati nell’Ottocento che aveva visto nascere non soltanto il padre e la madre, ma anche le loro quattro figliuole, e i sussulti che dopo la bufera del ’48 avevano via via provocato la guerra del ’66, la compiuta unità d’Italia, l’impiccagione di Oberdank, non avevano fatto altro che accrescere ed esasperare l’irredentismo dei triestini non austriacanti, che l’unità consideravano incompiuta, quindi notoriamente invisi al cattolicissimo imperatore.

Era nata intanto, intorno al 1890. La Lega Nazionale in sostituzione di un Pro Patria che Vienna aveva condannato con un decreto di scioglimento perché s’era permesso d’inneggiare pubblicamente alla nascita, in Italia, della “Dante Alighieri”; ma la nova associazione non nascondeva affatto il proposito di continuare a raccogliere fondi per istituire nuove scuole italiane là dove un sentimento d’italianità o d’irredentismo sembrava indebolito o minacciato. Alla Lega avevano subito aderito con entusiasmo il “maestro” e tutta la famiglia, anche le figlie giovinette, e più tardi ancora i nipoti triestini. Era il tempo in cui il liberalmassone Felice Venezian capeggiava l’irredentismo in Trieste, quindi anche la Lega Nazionale, e il suo nome raggiava nella famiglia come una stella di sempre crescente splendore.

Le quattro ragazze Wieselberger, Club degli Editori, Milano 1976, pp. 43-45

giovedì 25 gennaio 2024

MASSONI CELEBRI

(Grande Oriente) - “Sebbene sia ignoto ai più, molti dei grandi personaggi che hanno dato un sostanziale contributo alla storia dell’umanità negli ultimi tre secoli aderivano alla Massoneria…

Saranno quindi elencate alcune di queste personalità che, da Liberi Muratori, hanno dato un notevole apporto al progresso culturale della società: quale fulgido esempio del lavoro iniziatico necessario al raggiungimento dei più alti traguardi umani.”

(fonte: Gianmichele Galassi, Apprendista Libero Muratore, Secreta Ed. 2013)


Letterato e filosofo francese, fu iniziato il 7 aprile 1778 a Parigi, nella Loggia delle Nove Sorelle. Era Venerabile di quella celebre loggia il famoso astronomo LALANDE. Voltaire entrò nel Tempio massonico guidato da Beniamino Franklin, allora ambasciatore a Parigi, e dal Conte de Gobelin. Morendo, pronunciò la frase: “Muoio adorando Dio, amando i miei fratelli, non odiando i miei nemici e detestando la superstizione”.
Voltaire (François Marie Arouet) (1694-1778)
Stampatore americano; pubblicò il primo libro nelle colonie, le Costituzioni di Anderson del 1723. Autore, ufficiale postale, uomo di stato, scienziato e filosofo, Franklin fu di fondamentale importanza per la creazione degli Stati Uniti.
Benjamin Franklin (6 Gennaio 1706 – aprile 1790)
Fu iniziato nel dicembre 1784 presso la Loggia 'La Beneficenza', della quale era Venerabile Otto Von Geremingen, diventò compagno nel 1785. Dopo pochi giorni dalla sua Iniziazione M. si recò in visita presso la più famosa Loggia Austriaca 'La Vera Armonia', nella quale più tardi fu iniziato il grande compositore e amico Haydn.
Wolfang Amadeus Mozart (Salisburgo 27 Gennaio 1756 – 6 dicembre 1791)
E’ stato uno scrittore, poeta e drammaturgo irlandese. Scrittore impudente dalle parole semplici, ma coll'intento di suscitare una riflessione nel suo lettore, prediligeva la scrittura aforistica con l'espressione dei paradossi, al punto da essere citato ad esempio nei moderni dizionari.
Oscar Fingal O’Flaherty Wills Wilde (Dublino, 16 ottobre 1854 – Parigi, 30 novembre 1900)
Scrittore britannico che, assieme ad E. Allan Poe, è considerato il fondatore di due generi letterari: il giallo ed il fantastico. Doyle è padre e maestro assoluto del sottogenere definito “giallo deduttivo”, reso famoso da Sherlock Holmes, il suo personaggio di maggior successo.
Sir Arthur Conan Doyle (Edimburgo, 22 maggio 1859 – Crowborough, 7 luglio 1930)
Premio Nobel per la letteratura nel 1908, riceve nel 1921 la laurea ad honorem dell'Università di Parigi. Kipling entra in Massoneria nell'aprile del 1886, all'età di 21 anni, a Lahore, nella Loggia "Hope and Perseverance" (N. 782).
Joseph Rudyard Kipling (Bombay, 30 Dicembre 1865 – Londra,18 gennaio 1936)
Medico e batteriologo inglese, membro della Royal Society nel 1942 e premio Nobel (1945) per la medicina e la fisiologia, quale scopritore della penicillina. Fu M:.V:. , nel 1935, della R:.L:. “Misericordia” N. 3286 all'Or:. di Londra. Nel 1942, fu eletto Primo Grande Diacono della Gran Loggia d'Inghilterra. Fu Sommo Sacerdote nel Gran Capitolo Royal Arch Mason of England.
Sir Alexander Fleming (1881-1955)
È stato fondamentale compositore, direttore d'orchestra e arrangiatore della storia del jazz. È considerato uno dei maggiori compositori americani del Novecento, oltre ad essere stato un originale pianista.
Edward Kennedy “Duke” Ellington (Washington, 29 aprile 1899 – 24 maggio 1974)
Attore cinematografico americano, famoso per la sua voce, la camminata e la prestanza fisica, così divenne l'icona della forza Americana. Nel 1999, l'Istituto Cinematografico elesse Wayne la tredicesima stella del cinema di tutti i tempi. Appartenne alla Loggia Mc Daniel n.56 - Tucson, Arizona.
John Wayne (26 maggio 1907. -11 giugno 1979)
Attore, compositore e poeta italiano. Soprannominato "il principe della risata", è considerato uno dei più grandi interpreti nella storia del teatro e del cinema italiano.
Antonio De Curtis, in arte Totò. (Napoli, 15 febbraio 1898 – Roma, 15 aprile 1967)
Fisico italiano, naturalizzato statunitense. Premio Nobel per la fisica nel 1938.
Enrico Fermi (Roma, 29 settembre 1901 – Chicago, 29 novembre 1954)
Scrittore e pedagogo italiano. È conosciuto per essere l'autore del romanzo Cuore, uno dei testi più popolari della letteratura italiana per ragazzi.
Edmondo De Amicis (Oneglia, 21 ottobre 1846 – Bordighera, 11 marzo 1908)
Poeta e scrittore italiano. Fu il primo italiano a vincere il Premio Nobel per la letteratura nel 1906.
Giosuè Carducci (Valdicastello di Pietrasanta, 27 luglio 1835 – Bologna, 16 febbraio 1907)
Militare, politico e patriota italiano, tra i più noti e importanti protagonisti del Risorgimento.
Gerolamo Bixio, detto Nino. (Genova, 2 ottobre 1821 – Banda Aceh, 16 dicembre 1873)
Scrittore e giornalista italiano. È divenuto celebre come autore del romanzo Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, più noto come Pinocchio.
Carlo Collodi, all’anagrafe Carlo Lorenzini (Firenze, 24 novembre 1826 – Firenze, 26 ottobre 1890)
Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, è la figura più rilevante del Risorgimento, uno dei personaggi più celebri al mondo: fu soprannominato l’Eroe dei due mondi per le sue imprese militari compiute sia in Europa, sia in America meridionale”
Giuseppe Garibaldi (Nizza, 4 luglio 1807 – Caprera, 2 giugno 1882)
Conte, drammaturgo, poeta e scrittore italiano.
Vittorio Amedeo Alfieri (Asti, 16 gennaio 1749 – Firenze, 8 ottobre 1803)

Avventuriero, scrittore, poeta, alchimista, diplomatico, filosofo e agente segreto italiano, cittadino della Repubblica di Venezia.
Giacomo Casanova (Venezia, 2 aprile 1725 – Dux, odierna Duchcov, 4 giugno 1798)

IL PRIMO MASSONE D'ITALIA: ANTONIO COCCHI

Il primo massone d’Italia. Antonio Cocchi, mugellano per rivendicazione, beneventano per caso/ Il Sannio

(Grande Oriente) - La famiglia Cocchi era già presente in Borgo San Lorenzo (FI) nella prima metà del `500: un suo avo era il dottor Giovanbattista Cocchi, cancelliere podestarile.

Antonio, nacque casualmente a Benevento il 3 agosto 1695 giacché il padre Diacinto, notabile e funzionario nell’amministrazione del Granduca Cosimo III° de’ Medici, incaricato della gestione dei beni di Falco Rinuccini nobile fiorentino e marchese di Baselice, fu trasferito nella nostra città con la moglie Beatrice Bianchi di Baselice.

Tornati poco dopo in Toscana, i Cocchi iscrissero il figlio alla scuola degli Scolopi di Firenze, e Antonio iniziò quella lunga strada di scienziato, medico, antiquario, botanico, filosofo, che lo portò in tutta Italia e in diversi paesi europei come Inghilterra, Francia, Svizzera, Olanda e Germania.

Fortemente legato alla sua terra d’origine si firmò “Mugellano” da quando, iscritto nei moli dell’Ateneo di Pisa, aveva rivendicato le sue origini fiorentine. Il monogramma personale infatti mostra una M di Mugellano capovolta e una A di Antonio in essa incastonata. Di eclettica formazione e di poliedrica attività fu membro dell’Accademia della Crusca, fermo assertore di una scienza laica e libera, versatile letterato e anche massone. 

Tra le sue molte opere ci occupiamo delle “Effemeridi”, il diario privato di Antonio Cocchi: sono contenuti appunti informali su disparati argomenti, in molte lingue antiche e moderne, con numerosi segni e disegni.

Nei 103 quaderni manoscritti autografi donati dagli eredi alla Biblioteca biomedica dell’Università degli studi di Firenze (un tempo Biblioteca dell’Ospedale di Santa Maria Nuova in Firenze) Cocchi racconta la sua vita dal 1722 al 1757 con dovizia di particolari: elenca le persone incontrate, i luoghi visitati, i libri e i codici manoscritti posseduti, i malati curati, le entrate e le uscite della cassa personale, quasi sempre vuota. Ne emerge uno spaccato assai interessante, che fa delle “Effemeridi” una testimonianza importante per la ricostruzione storica della medicina, della biblioteconomia, della filosofia, della politica, dell’arte e della letteratura del Settecento toscano. In una recensione del libro “Quaderno di cultura” degli autori Selvaggio e Pace, edito dalla Associazione Storica del medio Voltumo, Monica Longo parla della Massoneria in area sannita, territorio periferico, interno eppure, caratterizzato da feconde tradizioni esoteriche e stregonerie, accende curiosità grazie a spunti e particolari inediti. Come il nome e le generalità del primo massone principiato in Italia: Antonio Cocchi, nato a Benevento nel 1695, illustre clinico medico dell’Università di Pisa, avviato nella Loggia degli Inglesi di Firenze nel 1732. Primo massone iniziato in Italia, specifica Nicola Di Modugno nella postfazione, ma non primo massone italiano in quanto il primato è del violinista lucchese Francesco Saverio Geminiani, iniziato a Londra nel 1725.

Nell’articolo della Longo si fa riferimento a eventi singolari. C’è una significativa fetta di Sannio nella massoneria italiana. Il professore Di Modugno, storico della massoneria, riporta tra gli altri succosi aneddoti, quello riguardante Padre Pio e Raffaele De Caro. De Caro, nato a Benevento il 1883, iniziato nel 1911, insignito del grado di Maestro un anno dopo, deputato al parlamento, firmatario del Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce, “nel 1957 ebbe un malore e, ritenendo vicina la sua morte, chiese a Guido (Guido De Caro, nipote e figlio adottivo di Raffaele, iniziato presso la Reale Loggia Manfredi di Benevento, di cui fu successivamente Maestro Venerabile) di recarsi a San Giovanni Rotondo a pregare Padre Pio, di cui era intimo amico fin dalla adolescenza, di venire a Benevento a dargli l’estrema unzione. Guido — si legge nella ricostruzione di Di Modugno — partì con l’autista da Benevento a mezzanotte e giunse a San Giovanni Rotondo alle quattro di mattina”. Padre Pio lo rassicurò e lo invitò a prendere la via del ritorno: “Vedrai Guido —gli disse — quando arriverai a Benevento lo troverai di nuovo bene”.

E così fu…La storia della Massoneria è stata attraversata da condanne, sospetti e pregiudizi; da corporazione di maestri d’opera diventa un corpo speculativo, ciò nondimeno è importante non dimenticare il suo contributo di matrice illuministica anticipando concetti quali la libertà, l’uguaglianza, la fraternità, la tolleranza religiosa, la dignità individuale, il libero pensiero. Nei confronti del personaggio mugellano, la Chiesa non poté fare a meno di riconoscere la sua vivida intelligenza e la sua profonda cultura. La storia ci ricorda tuttavia che Benevento è stata un’enclave dello Stato Pontificio all’interno del Regno di Napoli dal IX secolo al 1860, e quindi ad Antonio Cocchi, oggetto di attenzione del Tribunale dell’Inquisizione in quanto massone, è stata dedicata una strada Giuseppe Patrevita disabitata con solo tre numeri civici, di cui due con vetrina chiusa di negozio di abbigliamento. Di fronte al banco di Napoli al Corso Garibaldi c’è una stradina angusta di meno di cento metri che sbocca a Piazza Roma. E Via Antonio Cocchi tra il Palazzo dell’Aquila Bosco Lucarelli del XX secolo e lo splendido palazzo Collenea-Isernia appartenente al nobilato locale.

Un’ulteriore sberla al mugellano beneventano è assestata da Google Maps e Street View: si inquadra la lapide intitolata ad Antonio Cocchi ma a terra è evidente la scritta Via Odofredo, giurista di Bologna (1200-1265). Che dire…? Ci troviamo di fronte all’inconoscibilità del reale di cui ognuno può dare una propria interpretazione ma che può non coincidere con quella degli altri.

Così è la vita… E così è se vi pare. (A cura dell’Archeoclub di Benevento)

domenica 21 gennaio 2024

FAUSTA CIALENTE: LA MISTERIOSA SCOMPARSA DI CARLOTTA


Era nei giornali, seppure mistificata, negli inauditi bollettini quotidiani, era sulla faccia della gente, angosciava e famiglie che avevano i loro combattenti al fronte; e non potevo non accorgermi, ora ch’eravamo separati dai nostri triestini, che un entusiasmo per l’ipotetica conquista delle terre irredente non lo coglievo proprio in nessuno. Mio padre aveva comperato, anche lui, la carta che illustrava il confine, l’aveva appesa al muro in un angolo del soggiorno, in piena luce, e vi spillava le bandierine che doveva di tanto in tanto spostare – ma di ben poco. La donna di servizio che veniva per qualche ora, mattino e pomeriggio, sogghignava guardandole. « Ballano i lancieri! » esclamava. « Avanti e indietro, indietro e avanti! » e rivelava così un umore popolare ben contrario alla guerra. Eravamo già alla fine del 1915 e ancora una volta i “tutti a casa per Natale” aveva denunciato l’irresponsabile leggerezza di chi aveva creduto o lasciato credere che una rapida fine potesse davvero rimandare i combattenti alle famiglie. S’iniziava invece il duro inverno 1916 e si sapeva (ad ogni modo lo sapeva e lo diceva mio padre) che le azioni dalla primavera in qua non avevano quasi intaccato il confine del nemico nonostante “l’inutile massacro” che nei primi sei mesi di guerra avevano sopportato le truppe. Ma nella prossima primavera, mio padre diceva, sarebbe stato anche peggio, quindi la carta con le bandierine era già divenuta un incubo, mia madre non voleva nemmeno guardarla.

« Non potresti toglierla di là, mi dici a che cosa serve?! » protestava spazientita col marito e lui, implacabilmente maligno: « Come?! » esclamava fingendosi meravigliato  «tu, l’irredentista ?».

Cominciavano anche le restrizioni sul vitto e quella Carlotta che veniva in corso Mentana e guardava con ironico disprezzo la carta geografica e le bandierine, s’era rivelata un’abilissima trafficante giacché riusciva misteriosamente a procurarci tutto quello che più tardi cominciò veramente a scarseggiare, pasta e zucchero, riso, olio e farina, uova fresche e bistecche, a prezzi lievemente maggiorati ma non eccessivi. Alta e robusta, piuttosto bella nella sua maturità popolana, non era genovese, credo fosse romagnola. Chissà perché dovevamo sembrarle degl’ingenui, degli sprovveduti, e nel suo sguardo fosco vedevo infatti un’ombra di beffarda simpatia. Non durò molto, il suo servizio, un giorno l’aspettammo inutilmente, non tornò e non ne sapemmo mai più nulla. « O ha accoltellato o è stata accoltellata da qualcuno » disse allora mio padre che le aveva sempre supposto una vita amorosa piuttosto calda in un ambiente in cui la violenza doveva essere la normalità quotidiana.

Nonostante tutto quel che si veniva a sapere credo che nessuno di noi potesse immaginare com’era veramente la guerra. Ma non era possibile non figurarsi l’acqua e il fango, gli uomini accatastati in un piccolo spazio sordido, la stretta buca che doveva essere una trincea, e le cimici, la fame, il pessimo vitto, le malattie della pelle o degl’intestini. Mangiare, se possibile, grattarsi dentro le ruvide, sudicie maglie, andare di corpo con persistenti diarree, probabilmente, e adesso, col freddo, i geloni che fanno scoppiare le dita, la tosse che rompe il petto, le scarpe di finto cuoio che lasciano filtrare l’acqua; perché anche di questo si parlò subito, degli sfruttatori che s’impinguavano e furono chiamati pescicani.

Le quattro ragazze Wieselberger, Club degli Editori, Milano 1976, pp. 172-174

LA STORIA DIETRO IL ROMANZO DI GUSTAVO WIESELBERGER, compositore fin de siècle


Un giovane Gustavo Adolfo Wieselberger, dal quadro poi utilizzato come copertina dal romanzo della Cialente

(Trieste News) - 20.01.2024 – 07.01 – La storia di Trieste è ricca di personaggi grandi e piccoli, spesso accantonati ai margini dei libri per i grandi sconvolgimenti novecenteschi. Si smarrisce così la memoria di figure storiche che, nel corso dell’ottocento, erano considerate importanti; e anche tra coloro che vengono menzionati permangono lacune e dimenticanze. La scena letteraria triestina non sembra, per l’ottocento e il novecento, voler andare oltre la sola trinità di Svevo, Joyce e Saba; e tra le figure imprenditoriali di Trieste persino giganti come Pasquale Revoltella non sono stati oggetti di trattazioni accademiche, di biografie scientifiche che, se avessero vissuto in Germania o in Inghilterra, avrebbero abbondato. La cecità saggistica prorompe poi nel caso della storia musicale dove Trieste, nell’ottocento, si distingueva per quantità e qualità dei componimenti. Il Civico Museo Teatrale Carlo Schmidl, nel suo essere ‘compresso’ tra i pochi piani di Palazzo Gopcevich, nella sua boccheggiante densità di strumenti, spartiti e costumi, restituisce con efficacia quanto viva fosse la Trieste musicale di due secoli addietro.

Tra queste figure – minore, eppure significativa – piace ricordare la storia particolare di Gustavo Adolfo Wieselberger (1834-1910).

Personaggio multiforme, accomunato però dal minimo comun denominatore della passione musicale, Gustavo Wieselberger fu soprattutto un compositore.
Il suo lavoro principale era nel campo della didattica, ma lavorò anche come musicista e ricoprì incarichi nell’amministrazione comunale. Quale invece direttore d’orchestra diresse principalmente l’orchestra della Società Filarmonica di Trieste dal 1873 al 1874. Non mancava un’attività giornalistica quale corrispondente da Trieste per la Gazzetta musicale di Milano, diretta a sua volta dall’amico Giulio Ricordi. Gestiva d’altronde un ampio carteggio con tante personalità musicali del periodo; da Verdi a Puccini.
In campo politico, eletto consigliere comunale, curò nuovamente le attività musicali direttamente correlate al Comune.

Gustavo Wieselberger rimase però soprattutto noto, nella Trieste austriaca, come un compositore in odore di irredentismo. Una sua Sinfonia venne suonata, con successo, al Teatro Grande nel 1865. Scrisse inoltre due Inni, rispettivamente per la Società Ginnastica e per l’associazione Pro Patria. Nel primo caso era una delle tante espressioni della SGT a inizio novecento, a seguito della chiusura delle autorità austriache. I suoi contemporanei però lo associavano maggiormente alle composizioni per i salotti borghesi: i suoi spartiti erano affollati di LiederHausmusik, pezzi per pianoforte e romanze.
Il musicologo Giuseppe Radole, all’interno dell’opera ‘Ricerche sulla vita musicale a Trieste, 1750-1950’ (Edizioni Italo Svevo, 1988), definì la sua scrittura come “di maniera, però di buona maniera”.

Gustavo Wieselberger sarebbe stato probabilmente dimenticato, se non fosse stato per la nipote. La scrittrice Fausta Cialente (1898-1994) scelse quale romanzo biografico (e maggiore successo: premio Strega nel 1976) proprio le vicende della famiglia Wieselberger a cavallo tra ottocento e novecento, attraverso lo sguardo delle quattro figlie.
Molti ricorderanno il famoso incipit: “Le sere in cui l’orchestra veniva a suonare in casa la famiglia doveva cenare assai più presto del solito perché la signora e le ragazze, aiutate dalle due domestiche, avessero il tempo sufficiente per sbarazzare la tavola della sala da pranzo e riporre ogni cosa, la grande porta a vetri che la separava dall’entrata sovendo rimaner aperta. Bisognava tenere ben chiusi, invece, tutti gli usci verso la cucina e i “servizi” giacché il padre non voleva sentire durante l’esecuzione – ch’era più che altro una “prova” – gli strepiti delle rigovernature e le chiacchiere, le ciàcole, anzi delle serve. Queste prove si facevano dunque nell’entrata dell’appartamento, ch’era molto ampia e comunicava s’un lato con la sala da pranzo e sull’altro col salotto “buono”, in modo che la sonorità piacevolmente si spandeva e si potevan piazzare le file delle seggiole destinate agli eventuali ascoltatori. I vasi delle piantine ornamentali venivano spinte da parte e si tiravano i tendaggi per dare il maggior spazio possibile agli orchestranti che con le loro sedie e i loro strumenti dovevano stare s’una bassa pedana. Non erano molti, una ventina forse, ma tutto v’era compreso, gli archi, i fiati, gli ottoni; e il padre dirigeva, lui, in piedi s’un basso panchetto posto col leggio di fronte alla pedana, ma un po’ discosto e giusto nel mezzo.”
I salotti musicali della famiglia Wieselberger, rievocati dalla penna della Cialente, avevano tra i tanti ospiti un signore modesto, definito dalla figlia Elsa “molto molto simpatico”. Era un certo “Ettore Schmitz” che, di tanto in tanto, si dilettava nella scrittura.

Fonti: Nel giorno della inaugurazione del monumento a Giuseppe Tartini in Pirano, ristampa anastatica del 1992 del Centro di ricerche storiche di Rovigno.
Fausta Cialente, Le quattro ragazze Wieselberger, Mondadori, 1976

[z.s.]

martedì 9 gennaio 2024

KIKI DE MONTPARNASSE


(La Storia dell'Arte, tra Miti e Leggende) - Quel giorno di primavera Man Ray entrò nel caffè La Rotonde di Montparnasse, ritrovo di artisti e scapestrati (che spesso coincidevano) e assistette ad una scena che lo divertì molto: c’era una ragazza chiassosa e ridanciana che se ne stava seduta scomposta con i piedi sul tavolo, la gonna scivolata sulle gambe scoperte fino all’inguine, e litigava a distanza con il barista dietro al bancone, il quale, aria corrucciata e annoiata, non si degnava neppure di risponderle.

«Allora, Guillaume, perché non vuoi servirci? Abbiamo chiesto del vino. Portaci del vino, dunque!» gli si rivolgeva lei a gran voce.
Si avvicinò un imbarazzato cameriere: «Non vuole che vi serva perché voi due da quando siete entrate state dando spettacolo con le vostre risa sguaiate e il vostro comportamento volgare. Dovete andarvene» intimò a bassa voce. «E tu, metti giù quelle gambe dal tavolo. E ricomponiti, per l’amor di Dio, altrimenti il padrone caccia anche me.»
«Noi non ce ne andiamo, vero Thérèse?» ammiccò all’amica «fino a che non ci porti da bere. Siamo due signore, noi!» ribadì con aria comicamente sussiegosa «e non puoi trattarci così!»
«Seee, due signore!» esclamò il cameriere «ma fatela finita e andate a procacciarvi clienti altrove»; le prese per il braccio e le mise alla porta, mentre le due scalciavano e gridavano.
Man Ray uscì allora anche lui dal locale; sul marciapiedi si avvicinò a loro, e alla più scalmanata chiese: «Come ti chiami?»

E lei, prontamente: «E a te che t’importa?»
«Sono un fotografo e vorrei tu mi facessi da modella.»
Lei lo squadrò da capo a piedi e, poi, sguainando un sorriso scarlatto e adescante: «Sono Kiki, la regina di Montparnasse»
Lui non si chiamava in realtà Man Ray (uomo-raggio), ma Emmanuel Radnitzky, e lei all’anagrafe non era Kiki ma Alice Ernestine Prin e in quella primavera del 1921 aveva quasi vent’anni.
Era nata a Châtillon-sur-Seine il 2 ottobre 1901, in Borgogna, da padre sconosciuto e madre che ha mollato lei e gli altri 5 figli (avuti da uomini diversi) alla propria madre in campagna; a scuola Alice ci è andata saltuariamente malvolentieri e a 12 anni già lavorava: prima in una maglieria e poi da un panettiere, ma stufa di svegliarsi all’alba, dopo due anni scappa dalla casa di campagna della nonna e approda nella capitale.
È bella e monella, con quel musetto impertinente e il corpo sinuoso come un’onda. E inoltre è disinibita, allegra e soprattutto è stufa di mangiare pane e cipolle rosse; spudorata e provocante com’è non le è difficile trovare il modo di racimolare pasti decenti, letti accoglienti e alcove dove divertirsi.
Quando la madre, avvertita da una lettera anonima, piomba in casa di un vecchio scultore e la sorprende mentre posa nuda, la prende a schiaffi e la ripudia, lei, che l’aveva abbandonata quando aveva appena 5 anni.
Alice non si dispera: ha un carattere indomabile e un erotismo sbrigliato. È amorale e immorale: nel suo “Diario” raccontò di aver perduto la verginità in cambio di una cioccolata calda.

A 15 anni capisce che quel caschetto bruno “alla garçonne”, quegli zigomi da gitana e quell’andatura molle e ancheggiante stordiscono gli uomini e la rendono irresistibile.
E allora si trucca le labbra con un rossetto sfrontato e le palpebre con il nerofumo dei fiammiferi usati, s’imbottisce il seno con degli stracci, e cambia il nome in quel Kiki de Montparnasse, così frivolo e ribaldo, con cui come brezza stuzzicante, passa in quegli anni ruggenti anni divenendone un’icona assoluta, la modella più desiderata dagli Artisti dell’epoca.
E che Artisti! Lei, ironica, scaltra e ingenua allo stesso tempo, desiderabile e ignorante come poche, scriverà nella sua autobiografia, intitolata “Memorie di una modella”, che usciva ogni sera: «con dei tipi che si chiamano Dadaisti e altri che si fanno chiamare Surrealisti, ma io non riesco a vedere questa gran differenza tra loro!».
Quei Dadaisti e Surrealisti con cui andava a braccetto e a letto avevano i nomi di Tristan Tzara, Breton, Paul Éluard, Aragon, Max Ernst, Man Ray, Jean Cocteau, Chaïm Soutine (che nella sua misera e gelida stanza pur di riscaldarla arrivò a bruciare i suoi quadri), e ultimo, ma non ultimo, Hemingway, che lei definì «maiale e pitocco» e che invece era così pazzo di lei da firmare persino la prefazione dei suoi “Souvenirs”.
Fu sempre l’autore di “Fiesta” a dire di lei: «Kiki è un monumento: dominò l’epoca di Montparnasse [anni Venti e Trenta] più di quanto la Regina Vittoria non abbia dominato l’epoca vittoriana», e a proposito delle sue memorie: «Eccovi un libro scritto da una donna che non fu mai una signora».
Hemingway era stato fin troppo galante a definirla una “non signora”; non così il pittore Moïse Kisling che senza mezzi termini la chiamava «bagascia e puttana sifilitica».
Kiki se la rideva e del giudizio altrui se ne infischiava e continuava a vivere come più le piaceva: eccessi di ogni tipo e notti sguaiate, vino e cocaina come se non ci fosse un domani e nudità invereconde esibite in foto d’artista, risse con prostitute e soggiorni in galera, ricoveri in cliniche (per problemi cardiaci) e amori fugaci.
La relazione più importante e burrascosa della sua rocambolesca esistenza la visse con Man Ray, geniale pittore, fotografo e autore di film d’avanguardia, uno dei massimi interpreti del Dadaismo di cui divenne eroticissima Musa.
Quando si erano incontrati al caffè “La Rotonde”, uno dei più famosi degli anni Venti a Parigi, quel giorno lui era rimasto folgorato. Le aveva chiesto di fotografarla, e lei lo seguito, ma invece di scattarle delle foto se l’era divorata di baci.
Si rifarà ritraendola in centinaia di scatti in cui la spudorata carnalità di Kiki appare in tutta la sua abbagliante giovinezza.
E poi la più famosa, quella che più che una foto è un vero manifesto dell’epoca e della femminilità: “Le violon d’Ingres” in cui lei appare nuda di spalle, vestita solo di un turbante, di due orecchini e delle due fessure a forma di F presenti sulla cassa armonica del violino disegnate sulla schiena.
Luminosa è la pelle, sinuose le curve, come modellate da un pollice sapiente, e quel gioco mirabile di luci ed ombre illanguidiva il suo corpo a forma di violoncello: il geniale Man Ray e la indecente Kiki avevano dato vita alla foto più venduta al mondo.

Relazione burrascosa la loro: quando lei andava al “Jockey” a ballare il can can senza biancheria intima scatenando il delirio fra gli spettatori, lui, schiumante di rabbia saliva sul palco e la trascinava via tra urli e spintoni dei clienti.
E tra loro erano schiaffi e oggetti scagliati addosso e poi notti voraci e sbrigliate.
Ma gli anni Venti volarono via e poi anche i Trenta.
La passione tra loro si dissolse e per lei inizia un tristissimo declino.
Le droghe, l’alcolismo all’ultimo stadio, gli eccessi e i disordini alimentari l’avevano fatta ingrassare smisuratamente.
Le fattezze perfette del suo corpo erano solo un ricordo, così come le follie di quegli anni ruggenti e irripetibili, ma non aveva perso la sua ironia.
«I primi cent’anni della vita sono sempre i più duri», aveva scritto. Non li raggiungerà.
Kiki, la regina di Montparnasse, morirà ad appena 52 anni in una luminosa giornata di primavera del 1953. Sulle labbra, spudoratamente rosse, un ultimo irriverente sorriso.
Daniela Musini
Estratto dalla biografia più dettagliata e completa che le ho dedicato nel mio ultimo libro LE INCANTATRICI. 33 donne che hanno sedotto il mondo (Piemme)

giovedì 4 gennaio 2024

IVANA KOBILCA, PITTRICE SLOVENA

Ivana Kobilca 1861-1926


Ivana Kobilca e la sua intramontabile "estate"
Fu a Podbrezje che nell'estate del 1889 Ivana iniziò a lavorare a un dipinto intitolato »Estate «. Fino ad oggi il dipinto rimane una delle opere d'arte slovene più riconosciute.
In un'epoca in cui le artiste erano rare Ivana Kobilca, si è fatta un nome come una delle migliori artiste del paese.
“Summer” ritrae Fani, la sorella minore di Ivana, che fa una ghirlanda di fiori in un bel pomeriggio estivo. I due bambini accanto a lei sono i suoi cugini Janezek e Katica. Dietro due ragazzi sorridenti del villaggio, stanno scavalcando la staccionata, per raggiungerli.
Il dipinto pieno di pace, grazia e felicità è stato completato in uno studio un anno dopo con l'aiuto di una foto. Questo ha portato Kobilca in una prestigiosa mostra a Parigi e alla fine è stata esposta in importanti centri d'arte in tutta Europa. Anche la nota stampa francese ha dato a »Summer» recensioni entusiastiche e Kobilca si è trasferita a Parigi, dove ha ricevuto una formazione aggiuntiva.
"Summer" è un caloroso ritratto di una famiglia che sta giocando. Ivana aveva 28 anni quando lo dipinse e le portò un successo internazionale.
Gli ultimi giorni d'estate stanno passando. Ma il desiderio che duri ancora un po' è presente nell'odore dei fiori, nell'erba verde della campagna e nei rami degli alberi. Il relax giace sul viso di una giovane donna, nessuna agitazione, niente potrebbe rovinare questo momento perfetto.
Ma chi o cosa ha portato un misterioso sorriso sulle labbra della donna?
Possiamo solo immaginarlo.
L'innocenza dell'idillio estivo e l'immortalità di un momento estivo di cento anni fa incantano ancora tutti.
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(Le Signore dell'Arte) - Ivana Kobilca è la più importante pittrice slovena di tutti i tempi, donna cosmopolita e libera. Non è facile per una artista affermarsi a fine Ottocento, in un contesto culturale ancora dominato da preconcetti e preclusioni alle donne, ma Ivana Kobilca ci riesce. Dotata di un talento che coltiva sin dalla scuola elementare e di grande apertura mentale, viaggia, studia, dipinge e si afferma nel panorama artistico e culturale a cavallo tra XIX e XX secolo. Pittrice realista, incontra e si confronta con i più grandi pittori uomini della sua epoca, tesse sodalizi con altre artiste, si forma presso varie scuole, evolve nella sua ricerca artistica e fa parlare di sé in mezza Europa. Non ha ancora 30 anni quando il suo talento è ufficialmente riconosciuto ed Ivana diventa rapidamente una figura chiave dello sviluppo artistico e culturale del proprio Paese.
Lubiana, la città in cui nasce, era allora il capoluogo della Carniola, una delle regioni dell’immenso Impero asburgico che si estendeva dal mare Adriatico alle steppe caucasiche. Era un centro commerciale e amministrativo molto dinamico, anche culturalmente. Ivana nasce in una famiglia di ricchi artigiani, che vogliono quindi offrire alla figlia una educazione all’altezza della loro posizione sociale. La giovane frequenta le scuole elementare e media presso le Orsoline ed impara due delle lingue più culturalmente rilevanti per l’epoca; italiano e francese, ed anche il disegno la sua insegnante era Ida Künl. Ma la scoperta dell’arte avviene grazie ad un viaggio a Vienna, con il padre, all’età di sedici anni. dove vide i dipinti di vecchi maestri che la ispirarono. La formazione di Ivana Kobilca 1861-1926 come pittrice ha avuto luogo negli ultimi due decenni del XIX secolo, quando il realismo in Europa divenne accettabile per la crescente classe media che, attraverso la politica e l'ideologia, controllava l'intera produzione artistica. Ha trascorso gran parte della sua vita adulta nelle capitali straniere: dopo Vienna ha studiato a Monaco, ha vissuto a Parigi, Sarajevo e Berlino, poi è tornata a Lubiana (sua città natale) solo all'inizio della prima guerra mondiale. Durante il suo turbolento soggiorno a Parigi e gli anni quasi idilliaci a Sarajevo, dipinge anche all'aperto, e successivamente a Berlino e Lubiana si dedica alle nature morte.
Nei quarantasei anni della sua vita creativa Ivana Kobilca ha lavorato in centri d'arte mondiali dove ha modellato il suo linguaggio sui più grandi pittori naturalisti e simbolisti europei. È stata membro associato della Société nationale des beaux-arts francese ed è stata presentata tre volte al loro Salon. Ha esposto in tutta Europa ed è stata l'unica artista slovena a seguire regolarmente e direttamente le mostre di tre principali Secessioni (Vienna, Monaco, Berlino). Ha svolto prestigiose commissioni per la Chiesa e le autorità laiche nella sua patria e in Bosnia, e, essendo abile nello stabilire contatti sociali, è riuscita a ritrarre persone di tutti gli strati sociali e di tutte le età - da milionari di Berlino, politici, borghesia. dame e bambini a originali personaggi rustici dell'Alta Carniola.
La mancanza di formazione accademica, salute delicata, suscettibilità alle critiche e occasionale eccessiva fretta non la fermarono. Kobilca ha messo alla prova tutto ciò che poteva: dallo stile di vita bohémien nietzscheano al vegetarianismo e alla scherma e insieme alle sue amiche e conoscenti apparteneva alle prime donne dell'era moderna a riuscire ad ottenere riconoscimenti nella professione esclusivamente maschile. Artisticamente parlando, il suo lavoro è principalmente realista, anche se si è spostata verso l'impressionismo più avanti nella sua carriera. Le opere di Ivana. Kobilca sono in gran parte dipinti ad olio e pastelli. La sua più grande influenza nel mondo dell'arte si vede nella pittura figurale, in particolare la sua attenzione ai ritratti di vita in contesti urbani e rurali insieme ai suoi dipinti di nature morte floreali. Gli argomenti dipinti da Kobilca consistevano principalmente in ritratti, scene religiose, nature morte e attività quotidiane di persone normali, sia in contesti rurali che urbani. I suoi dipinti sono caratterizzati da colori marroni con elementi rosati, anche se le opere successive hanno mostrato blu e pastelli tipici dei tempi dell'influenza di Parigi. La scelta degli argomenti di pittura di Kobilca hanno suscitato alcune controversie a causa del fatto che ha implementato stili che non erano stati sviluppati nel suo paese d'origine. La sua importanza in Slovenia è di così grande portata che è stata raffigurata su una delle banconote in valuta nazionale slovena fino all'introduzione dell'euro nel 2007. Disegnare un corpo umano nudo era proibito alle donne a causa della morale del tempo, e questo era anche il motivo per il quale non era loro consentito frequentare accademie di Stato! Erdelt insegna la pittura alla maniera dei pittori olandesi del XVII secolo, sottolineando l’importanza di ogni piccolo dettaglio: Ivana diventa così una grande ritrattista e comincia a vivere grazie a commissioni da parte di funzionari e di ricchi borghesi. In occasione della prima mostra collettiva a cui partecipa con un paio di opere nel 1888, viene notata da Richard Muther, uno dei maggiori critici d’arte del tempo, e l’anno seguente, nella sua Lubiana, realizza la prima mostra personale. A causa del clamore sollevato per il ritratto di sua sorella Fanny a spalle scoperte, deve per un po’ piegarsi alla “moralità” ancora molto rigida nel suo Paese, ma le sue sperimentazioni continuano. Nella prima fase della sua produzione le palette scure e terrose predominano: all’interno di una concezione di arte essa stessa in evoluzione, che inizia ad accogliere eventi di vita reale e quotidianità, Ivana Kobilca ritrae in particolare figure femminili, come la celebre Kofetarica (La bevitrice di caffè) (1888). È uno dei suoi ritratti più ammirati, conservato nella Galleria Nazionale della Slovenia, a Lubiana, che accoglie molte opere della sua pittrice: ritratti di familiari e membri della società borghese dell’epoca, ma anche scene di vita quotidiana, fiori e nature morte. La svolta e la consacrazione definitiva di Kobilca arrivano con il trasferimento a Parigi, cuore pulsante della vita culturale e artistica di fine secolo. Qui l’artista continua a studiare, presso la scuola di Henri Gervex, uno dei più apprezzati pittori del periodo e amico, tra gli altri, di Rodin e Monet. Espone ben tre volte nel prestigioso Salon des Arts (1891, 1892 e 1897) e diventa membro onorario della Société Nationale des Beaux-Arts. Gli anni del soggiorno parigino sono i più fertili: la capitale francese è socialmente molto stratificata e Ivana sceglie per i suoi quadri i soggetti più disparati: dalle venditrici del mercato alle borghesi raffinatamente vestite. Vive in una specie di Comune bohémienne insieme anche ad altre donne artiste, tra cui Rosa Pfäffinger. A seguito di un clima sociale poco sereno Ivana si ritira con altre artiste ed altri artisti a Barbizon – a sud della capitale, ai margini della foresta di Fontainebleau – nell’immediata periferia di Parigi e comincia a dipingere en plein air ma non alla maniera impressionista. Qui le nuove tendenze e l’arte francese influenzano il suo stile e l’uso di alcuni colori, come l’inserimento della palette del blu e del verde. Qualche anno dopo la troviamo in Italia, a Firenze, per un soggiorno studio e nel 1897 è la prima donna slovena ad esporre alla Biennale di Venezia con tre opere. Lo stesso anno si trasferisce a Sarajevo, dove vive agiatamente realizzando numerosi ritratti su commissione. Insieme ad un gruppo di artisti ed artiste di lingua tedesca fonda il Gruppo dei Pittori di Sarajevo e la rivista “Nada”. A questo periodo appartengono i numerosi autoritratti, che realizza anche attraverso l’uso di modelli fotografici. Berlino è l’ultima capitale in cui soggiorna, prima di rientrare definitivamente a Lubiana allo scoppio della Prima guerra mondiale. Anche questa città “lascia un segno” nell’opera della pittrice, con l’inserimento dell’utilizzo del bianco e la realizzazione di nature morte.

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