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martedì 21 giugno 2011

CONCITA DE GREGORIO LASCIA LA DIREZIONE DE L'UNITA'

(Ticinolibero) - Concita De Gregorio “lascia” la direzione del quotidiano italiano L’Unità, già organo ufficiale prima del PCI, poi dei DS, fondato da Antonio Gramsci. Da giorni i rumors davano la De Gregorio “silurata” dalla direzione del quotidiano, che da qualche anno è di proprietà di Renato Soru, ex Governatore della Sardegna, nonché fondatore della compagnia telefonica Tiscali. Ma proprio ieri, sabato 18 giugno, la De Gregorio, ha pubblicato un editoriale in cui attaccava la “macchina del fango” che alcuni siti internet producevano, dando spazio alle voci che davano imminente un cambiamento di direzione al quotidiano di Antonio Gramsci. Chiaro il riferimento al sito Dagospia, di Roberto D’Agostino, che da giorni “speculava” sul licenziamento della De Gregorio. Ma in serata dello stesso giorno in cui la direttrice dell’Unità attaccava i siti produttori di fango, ecco che si apprende che l’Unità cambia direzione. Alla mattina nel suo editoriale la De Gregorio srive nero su bianco sul suo quotidiano che “il suo contratto non è a scadenza” e in serata si dirama un comunicato che dice che di “comune accordo” la De Gregorio lascia il quotidiano di proprietà di Soru. Che figuraccia! Ora è palese che Soru non è più soddisfatto dell’operato della sua direttrice, tanto che a meno di tre anni dalla sua nomina, ha deciso di cambiare direzione. Come è evidente che Concita De Gregorio, troppo presa a screditare Dagospia, non si è resa conto che stava, proprio lei perdendo la faccia. Per carità, non sempre tutte le notizie presenti sui siti internet sono fondate, è del tutto normale che vi siano molte speculazioni, azzardi, ma non per questo è tutto una macchina del fango! Ma non si può smentire seccamente la mattina le voci di un proprio allontanamento dalla direzione del giornale, prendendosela con i siti internet, e alla sera, come se nulla fosse confermare la propria uscita di scena. In questo caso la tremenda gaffe di Concita non ha fatto altro che sdoganare l’autorevolezza delle speculazioni giornalistiche del sito Dagospia.
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(Fanpage) - “L’editore e il direttore dell’Unità comunicano che dal primo luglio Concita De Gregorio lascerà la guida del giornale a seguito di una decisione condivisa, assunta in autonomia e nel pieno rispetto reciproco riconoscendo l’importante lavoro svolto e i risultati raggiunti”. Comincia con una asettica frase di circostanza il breve comunicato che, dopo giorni di indiscrezioni, voci e finanche insinuazioni di dubbio gusto, sancisce la fine dell’esperienza di Concita De Gregorio come direttore de L’Unità. Una stagione intensa durata tre lunghi anni e che ha portato l’Unità a (ri)tornare ad essere il punto di riferimento di parte della società italiana. Concita, uno dei volti più riconoscibili ed autorevoli dell’intero panorama giornalistico italiano, lascia il giornale fondato da Antonio Gramsci dopo aver contribuito in maniera determinante a risollevarlo dal pantano in cui si trovava fino a qualche anno fa (nonostante l’autorevole guida di un grandissimo giornalista come Antonio Padellaro), scegliendo con grande coraggio la strada del rinnovamento e della sperimentazione, pur in una congiuntura estremamente problematica. Se i primi anni della “reggenza” della giornalista toscana coincidevano con uno dei periodi più bui del fronte progressista italiano, reduce dalla traumatica sconfitta delle politiche del 2008 con la cospicua maggioranza nelle mani del centrodestra e la sinistra “radicale” addirittura fuori dal Parlamento, non va neanche dimenticata la difficile situazione economica in cui si trovava il giornale edito da Renato Soru. Eppure, malgrado tagli e difficoltà di varia natura, quello realizzato da Concita è stato un piccolo capolavoro: rianimare un giornale in difficoltà, rivoluzionandone taglio e grafica, ridandogli smalto e prestigio, anche attraverso scelte editoriali precise e coraggiose.

domenica 5 giugno 2011

NON SOLO RABBIA

Quel che sta accadendo coi referendum sancisce in modo definitivo, io credo, il tramonto dell’egemonia televisiva. Certo ci vorrà del tempo, ma la fine è cominciata. Chi ha più di sessant’anni, o più di settanta come il premier, continuerà a dire come ha fatto ieri che la colpa è dei Tg, dei programmi di Rai Tre, di Annozero. Ma non è più così. I quattro, cinque, sei milioni di spettatori di un programma di approfondimento giornalistico non sono la maggioranza dei cittadini e neppure degli elettori. Sono tanti, sei milioni, ma sono sempre quei sei milioni lì. Semmai sono i programmi del mattino, quelli del pomeriggio - è il loro silenzio sulle grandi questioni, il loro cicaleccio continuo programmato per distrarre - quelli che orientano e determinano le scelte di decine di milioni di persone. Ma anche qui: è solo questione di tempo, finirà. Chi ha in casa ragazzi fra 15 e 25 anni sa che nella loro vita adulta non hanno mai usato la tv come la usiamo noi. Pochissimi di loro sanno in quale giorno e a che ora va in onda un dato programma, su quale rete. Noi sì, lo sappiamo: cosa c’è il lunedì, cosa il martedì, cosa il giovedì. Loro vedono la tv sul computer: non tutto il programma, ma lo spezzone che gli interessa. Quello che gli ha consigliato, con un link, un amico per posta o su Facebook. Lo vedono in qualunque momento, e soprattutto vedono moltissimo più di quello che vediamo noi in tv: show stranieri, videoclip, molta, moltissima satira, informazione in pillole che arriva da ogni parte del pianeta e che spesso producono da soli. Lo schermo grande, quello della tv, lo usano come uno schermo, appunto: qualche volta per vedere dvd, qualche volta per cercare la serie di culto - registrata, spesso - dal satellite. I ragazzi, e ormai anche moltissimi adulti che hanno imparato da loro, attingono le informazioni essenziali per la loro giornata (uno spettacolo, un evento, un concerto, una mobilitazione) da Internet. Sui referendum, sanno tutto da Internet. La tv tace, con rare eccezioni, la propaganda politica fino a ieri pure. E’ impressionante al contrario la quantità di notizie di video e di mail che arrivano on line. Artisti che si mobilitano, cantanti e insegnanti, classi intere, gente comune che si filma mentre dorme e poi si alza e va in bagno a lavarsi, file di persone che bevono alle fontanelle, appelli virali, simboli autoprodotti che viaggiano a catena e poi l’incessante attività dei comitati, decine di manifestazioni in tutta Italia. Piccole, non pubblicizzate dai giornali nè dalla tv: passaparola in rete. E’ già successo qui e altrove - per Obama, per le rivoluzioni nordafricane, per Grillo - ma ora anche da noi è diventata la norma. La moltitudine dei cittadini si è impadronita del mezzo, ha imparato a usarlo. Una sorta di esproprio proletario della tv ingessata e monopolizzata, e lo dico nel giorno dell’assalto ad Aiazzone: esproprio di quel che ritieni ti spetti. E’ come se la gente, in rete, andasse a prendersi quel che gli è stato sottratto: il diritto ad essere informati, a sorridere, ad appassionarsi, a mobilitarsi per qualcuno e per qualcosa. Non è antipolitico tutto questo, al contrario. E’ profondamente politico. Leggete i commenti alla battuta di Grillo su Pisapippa: non glielo perdonano. Perchè finirà anche, sta finendo, il tempo della rabbia sola, del risentimento di chi ce l’ha col mondo intero e sa solo dare calci in bocca. Di nuovo: le persone sono oltre, si muovono, misurano le parole sulle cose e vogliono determinare il cambiamento. Fare, esserci. Vincere è più difficile che perdere. Essere in maggioranza comporta più responsabilità che protestare in minoranza. Ecco, coi referendum - definitivamente - la Rete costruisce informazione, produce cambiamento. Diventa adulta dunque, come a volte capita, responsabile.
CONCITA DE GREGORIO
L'Unità, 2 giugno 2011

venerdì 11 febbraio 2011

FIGURANTI E BARBABLU

CONCITA DE GREGORIO

Abbiamo scritto molte volte che il veleno letale sarebbe stato nella coda. Che il pericolo sarebbe stato tanto più grande quanto più forte la paura della fine. La malattia del Caimano - la solitudine, l’orrore dell’impotenza, il delirio di onnipotenza e la violenza di chi sa solo corrompere e comprare, la protervia triste di chi non conosce la gratuità dei piaceri né dunque dell’Amore, qui solo un logo depositato, comprato anche quello - non prevede un’uscita di scena responsabile, non ci sono gesti di altruismo né di compassione in questa storia, non ci sono sentimenti che non siano la rabbia e il privato furore di rivincita. Che la storia sia all’epilogo, per quanto lungo ancora possa essere, lo si deduce senza possibilità di errore dalla frenetica chiamata alle armi di vassalli e valvassori, di scudieri e scriba, di figuranti e barbablù tutti al soldo dell’impresario mangiafuoco, tutti sull’attenti a prendere ordini e ciascuno per la sua parte ad eseguire.
Tutto l'articolo su:
http://concita.blog.unita.it/figuranti-e-barbablu-1.271345#commentsForm-359706

domenica 6 febbraio 2011

LE PAROLE E LA PAURA


CONCITA DE GREGORIO concita.blog.unita.it/le-parole-e-la-paura-1.270326

di Concita De Gregorio | tutti gli articoli dell'autore
Un soffio costante di vento. Un passaparola tra persone di carne, non il megafono della tv, ha convocato questa gente qui. Una manifestazione di cui nessuno, se non chi l’ha voluta e sostenuta, ha mai parlato. Nessuna televisione, i quotidiani nazionali – gli altri – da ultimo e per forza, giusto ieri una colonna. Eppure a mezzogiorno del primo giorno di sole, ieri, a Milano la metro era colma. Ragazze, moltissime. Famiglie. Coppie. Gente tranquilla, ridente, quieta. Alle due, un’ora prima della manifestazione, il Palasharp era pieno. Diecimila persone sedute. Moltissime altre, arrivate dopo, sono rimaste fuori. Non ho mai visto, in tanti anni di cronaca politica, una riunione così imponente di persone così poco rumorose. Applausi tanti, certo. Ma niente cori, nessuna canzoncina, niente insegne di nessun genere tranne qualche vessillo tricolore. Qualche cartello scritto a penna, portato da casa. Un silenzio, durante gli interventi, unanime e all’unisono. Il silenzio di chi ascolta. Era talmente avvertita, misurata, critica e attenta, la gente in sala, che questa volta l’incredibile comunicato congiunto scandito a memoria dai Cicchitto, Capezzone e varii altri valvassori che urlano sono «fascisti di sinistra, vogliono piazzale Loreto» risulta proprio fuori misura, come un vestito da sera al mare, precotto e non adatto all’occasione. Hanno preparato una risposta standard per qualcosa che immaginavano fosse come l’avrebbero fatta loro. Invece non era così. Hanno sbagliato, ancora una volta non hanno ascoltato. Se urlano così forte, del resto, vuol dire che hanno paura: questa volta hanno paura. Lo stesso capo in testa ce l’ha: non bisogna dal loro credito, ha detto. E poi ha dato disposizione al suo intermittente spin doctor di scatenare il Foglio contro la manifestazione del 13. Anche quella si sente crescere e lo innervosisce parecchio. Perciò hanno dato mandato ai loro scriba di far passare la cosa come un’assemblea di moraliste che ce l’hanno con le prostitute. Di nuovo: non hanno ascoltato, non hanno letto, non hanno seguito. Ma non da ieri: da anni. Potrebbero fare qualche ricerca d’archivio, o anche sfogliare gli editoriali e gli articoli recenti. Se ne guardano bene. Non è il dialogo né il confronto il loro obiettivo. È cercare e trovare lo slogan più efficace per demonizzare l’avversario e fare in modo che non sia ascoltato per principio, a priori e a prescindere. Temono più di ogni altra cosa la parola che porta il pensiero. È questo che li innervosisce. La possibilità che la parola, col tam tam, dilaghi sebbene fuori dal loro controllo. Proprio di questo, che è quel che avevamo scritto ieri qui e abbiamo ripetuto al Palasharp, hanno parlato tutti, ieri pomeriggio, con una misteriosa ed eloquente convergenza di pensiero. Bisogna invece ridare senso e dignità alle parole, ripartire dall’ascolto. Di questo hanno parlato Eco Saviano e Salvatore Veca, «l’uso sapiente e responsabile delle parole», la capacità di ascoltare e farsi sentire, il ponte con l’altra metà del paese. Sandra Bonsanti, una ragazza di settant’anni, ha dato la parola a Giovanni Farizzo, un ragazzino di 13. Le figlie di Biagi hanno letto parole del padre insieme sul palco. Milva, indomita, accanto a Irene Grandi, 50 anni di musica in mezzo. Susanna Camusso, sindacalista, ha spiegato che in tutto il paese, non solo ad Arcore, c’è qualche serio problema rispetto alla sessualità. Logiche da bar, da barzelletta al potere, ha concluso idealmente il suo discorso Lorella Zanardo, manager. Saviano ha parlato a braccio, a lungo, come se fosse a casa davanti a pochi amici. Paul Ginsborg da casa a Firenze, si sentiva il sorriso. Scalfaro in video, esortava le donne. Eco a Marcegaglia: io vado a letto tardi, signora, ma è perché leggo Kant. Molta ironia nelle parole serissime di Zagrebelsky, molto vigore in quelle del maestro Pollini così poco abituato all’oratoria pubblica. Ci vediamo il 13, dicevano tutti alla fine. E sì, ci vediamo in piazza il 13: faranno il diavolo a quattro, i servi del padrone, vedrete. È normale. Tranquilli. È solo che hanno paura. Lui ha paura, e loro – che sono utensili – fanno grancassa.

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