domenica 14 giugno 2026

TORNIAMO AD ABITARE LE SOLITUDINI

(VITO TETI) - C’è un legame viscerale, antico e profondamente politico, che unisce il destino dei nostri paesi alla terra che li circonda. La parola “cultura” e la parola “coltura” condividono infatti la stessa radice latina, colere: abitare, coltivare, prendersi cura, onorare. Per secoli, nelle aree interne del nostro Paese, questo nesso è stato una realtà tangibile, un concerto quotidiano di fatiche, sguardi e relazioni tra l’essere umano, l’animale e il paesaggio agrario. Poi è arrivata l’emorragia dell’abbandono che in mezzo secolo ha trasformato i campi in un incolto silenzioso e ridotto i centri storici a gusci fragili. Chi è rimasto ha dovuto fare i conti con un paesaggio ferito, imparando ad abitare la solitudine di un luogo profondamente cambiato. Oggi, quel legame simbiotico e sensoriale tra l’uomo e il territorio sembra minacciato dall’avanzare di una cupa ideologia della fine. L’idea stessa di una chiusura definitiva dei paesi, del loro ineluttabile destino di “paesi fantasmi”, si è profondamente radicata nelle nuove generazioni, orientandole precocemente all’abbandono e alla fuga. È un paradosso doloroso: la convinzione di vivere nel vuoto genera altro vuoto, tramutando la percezione del declino in una profezia che si autoavvera, capace di prosciugare gli ultimi anticorpi morali e le energie fisiche di quanti vorrebbero restare. Una certa tradizione antropologica non è stata immune da questa deriva, alimentando un morboso gusto per le rovine che ha trasformato l’etnologo in un archeologo della memoria. James Clifford leggeva nella nostra disciplina una “scienza del lutto”, un esercizio in cui l’altro è dato per perduto in un tempo che si disintegra. Ma noi non possiamo ridurci a essere le prefiche dell’estinzione. Dobbiamo sottrarci a questo sguardo estinzionista senza, d’altro canto, scivolare nell’errore opposto: quel paesismo retorico, estetizzante e neoromantico che edulcora la complessità dei borghi trasformandoli in paradisi idilliaci per consumatori urbani, riducendo la restanza a un brand da folkmarket o a un gadget nostalgico. Al mito da cartolina occorre contrapporre la carne e la pietra, le storie reali degli uomini, delle case, delle strade, dei paesi. Contro i dispositivi narrativi esterni che compiono, come rilevato da Domenico Cersosimo, una sistematica “ingiustizia discorsiva” verso i margini, è necessaria un’inversione radicale dello sguardo. Guardare il mondo a partire dai margini significa accorgersi che il vuoto dei nostri paesi non è un’assenza assoluta, bensì uno spazio diversamente pieno. Quando gli abitanti dicono che «il paese è vacanti», o che si è drammaticamente «svacantato», non ci si trova mai di fronte a un vuoto assoluto. Certamente, per chi è cresciuto in un paese che contava quattromila abitanti, con le scuole affollate da trenta bambini e le strade animate da bar e botteghe, il confronto con l’attualità si traduce in un paragone impietoso. Eppure, mille abitanti non creano il deserto. Proprio l’esperienza del Covid ha mostrato come la dinamica tra pieno e vuoto stia cambiando: se si impara a guardare il luogo con un altro sguardo, ci si accorge che il vuoto è popolato dalle storie che interrogano, dalle geografie intime e dalla presenza invisibile di chi è partito, da nuovi germogli di speranza che si sono innestati su piante solide ma oramai considerate improduttive.

I veri paesi fantasma, semmai, sono le metropoli postmoderne o le colate di cemento costiere: agglomerati sovraffollati ad agosto e ridotti d’inverno a barriere spettrali davanti al mare. I nostri centri storici sono «paesi fisarmonica», che si allargano e si restringono seguendo i flussi stagionali e i ritorni della memoria, dinanzi a cui la politica offre spesso risposte distanti.
È in questo solco che la restanza si rivela per ciò che è: non una scelta passiva o pigra, ma un’attitudine generativa. La restanza produce nuove forme culturali e sociali, e da esse trae la linfa per sopravvivere. Non si tratta di imbalsamare un passato ormai tramontato. Come ci ricordava Andrea Zanzotto, il territorio non è un blocco di pietra immobile, ma una complessa costruzione storica capace quasi di «reincarnarsi assumendo diversi aspetti», poiché la sua «fioritura o la sua desolazione rispecchiano sempre quelle delle società umane». Quando la cultura torna a farsi coltura, essa dissoda la solitudine e semina nuove possibilità di cittadinanza. Un esempio luminoso di questa resistenza culturale e sociale è l’esperienza di Alba Donati e della sua libreria “Sopra la Penna”, aperta a Lucignana, tra le montagne della Garfagnana. In una terra apparentemente marginale, minacciata dall’isolamento, questa scommessa dimostra come la letteratura e la parola possano diventare presidi antropologici capaci di riattivare un’intera comunità. Alla radice di questa esperienza, come nelle tante di cui mi giunge notizia da ogni dove del Paese, risiede il senso profondo del legame tra cultura e territorio: i libri, la cultura, il cinema, il teatro, non sono merci di scambio per un mercato distratto, ma strumenti primari di appaesamento, capaci di ricreare un noi comunitario attorno a un luogo di cura e di dimostrare che la cultura, quando è radicata come una coltura, genera un senso di appartenenza che difende il territorio dalla desertificazione sociale.
I grandi scrittori del nostro Novecento hanno sempre saputo che il paese reale è il nucleo generativo della comprensione del mondo. Cesare Pavese, confinato nel 1935 a Brancaleone, annotava nel Mestiere di vivere «sotto le rocce rosse lunari» come ogni nostra creazione sia impossibile senza un nostro tornare al paese. Pavese avvertiva lo scarno turbamento di un paesaggio calabrese che non gli apparteneva biologicamente, sapendo che il sangue della poesia fluisce solo da quel legame larvale e prepoetico con il proprio luogo d’origine, giungendo a scrivere: «quale il mio paese tale io». Al contrario, quella medesima terra si faceva carne e sofferenza organica in Gente d’Aspromonte di Corrado Alvaro: un microcosmo sensoriale pervaso dal rumore assordante delle fiumare, dall’odore del siero fumante delle caldaie, dove il pastore seduto sul poggio suona la sua zampogna «come su un mondo». E Ignazio Silone, in Fontamara, ricordava che il paese natale è un vero e proprio Cosmo, un centro di gravità in cui si riflettono le fatiche universali di tutti coloro che fanno fruttificare la terra. Per decifrare i paesi di oggi, l’antropologo deve compiere un’operazione di sdoppiamento metodologico ed esistenziale. Essere paesani oggi non significa arroccarsi in un nostalgico isolamento. Ci sono due modi speculari di essere provinciali: il primo consiste nel credere che il proprio paese sia il centro del mondo; il secondo, altrettanto miope, sta nel convincersi che nel proprio paese non sia mai accaduto nulla, dimenticando che la grande storia attraversa anche le nostre strade. Finché ci sarà qualcuno che coltiva un orto sul retro di una casa fessurata o qualcuno che custodisce un libro in un paese di montagna, la fine del mondo sarà rimandata. Non siamo gli ultimi testimoni di un passato da rimpiangere, ma gli abitanti di un paesecosmo in cui tutti, diversi e uguali, cerchiamo una nuova strada per stare, insieme, al mondo.

martedì 9 giugno 2026

Lillà e ciabot. Racconto albese

 


In questo mercoledì sera che è quasi mezzanotte e l'acciottolato del centro storico profuma della pioggia appena scesa, è bello camminare per il centro storico, mentre la città riposa.

Non c'è il caos dei fine settimana e la città riposa.

Dietro la chiesa di San Domenico la piazzetta profuma di bagnato, di lillà, di giardini che si stagliano dietro i cancelli delle case e dietro quelli dell'asilo adiacente.

E' quasi mezzanotte, e domani mi aspetta un'altra giornata di duro lavoro, ma quell'ispirazione che batte nella testa e che reprimo perché devo andare a dormire perché il lavoro all'indomani mi aspetta, stavolta mi dice: siediti e fai quello per cui sei nata.

Siediti e scrivi queste righe. Questi pensieri, sensazioni, emozioni, che non sai dove ti porteranno. Si sono sedimentati da giorni. Siediti e scrivi.

Scrivo quasi sotto dettatura. Mi capita, quando sono particolarmente ispirata ed il mare si agita in me.

Che differenza tra l'aria calda di via Maestra e del centro e gli spazi aperti e ariosi sopra la collina di Altavilla.

La città è come divisa in due parti, quella urbana e quella naturale, ed anche i ritmi, oltre che i profumi e le luci, sono diverse. Penso che rare città abbiano il privilegio di una commistione così rara e singolare. Prodigio delle piccole città di provincia.

Dopo la passeggiata fenogliana in compagnia di decine di persone e dello scrittore che ci leggeva Una questione privata, che ti parlava del partigiano Milton ossessionato da Fulvia, ho deciso di tornarci da sola. A scattare fotografie ed a raccogliere ciliege.

C'era un bel sole splendente e aria frizzante.

Quanti dolci profumi sul crinale della collina. Quante colline pettinate di vigneti. E quei ciabot così carucci, che mi ispirano storie di amori clandestini consumati nella campagna, in quegli spazi angusti ed accoglienti. Discreti.

Quanto mi piacerebbe possederne uno. Per consumarvi un amore, per leggermi in pace un libro, per depilarmi, per ascoltare musica o solo per mangiarmi un panino.

Oggi ne ho parlato anche in classe. Questi ragazzi non ne sanno niente delle loro origini e del loro territorio. E degli amori consumati dei ciabot. E dei lavori sull'aia, quando le donne spogliavano pannocchie cantando. E dei bambini che giocavano insieme nel cortile.

Pensano a infessire su facebook. Frasi brevi, mal scritte a causa di micidiali abbreviazioni.

Ah... Quanti scrittori veramente scrittori potrà esprimere questa generazione afasica, che è già tanto se ha letto Fenoglio o Pavese?

Piuttosto, oggi sono contenta, perché un mio amico libraio mi ha procurato un introvabile romanzo di Giovanni Arpino, braidese di nascita: La suora giovane.

Praticamente introvabile, perché fuori catalogo. Chissà dov'è andata a pescarla, questa copia del '73. Mah! Sapevo che potevo rivolgermi a lui. Ad Alba è il non plus ultra in fatto di anticaglie e rarità nel campo della produzione libraria. Costo dell'epoca settecento lire. Costo attuale: nove euro. Ragazzi, questa rarità ne vale di più.

La storia del ragioniere quarantenne che si innamora della novizia di vent'anni. L'imprevedibilità dell'amore.

Già, l'amore.

Nel primo pomeriggio ho avuto una conversazione telefonica con uno di quei signori che leggono i manoscritti nelle case editrici. "Con le pubblicazioni bisogna essere fatalisti", mi ha detto.

Già. E anche con gli amori, penso.

Storie che funzionano, altre che fanno soffrire. Amori ricambiati e quelli a senso unico. Amori inaspettati. Amori solo sognati e immaginati.

Sono dietro San Domenico, sull'acciottolato che sa di fresco e con la luce giallina che illumina il campanile e penso: il segreto nella vita è prenderla come viene.

Lascia che le cose vadano come devono andare. E vivrai sereno, direbbero gli stoici.

Chissà perché negli scrittori di qui tutta questa voglia di parlare e di descrivere Alba e le Langhe.

Ho letto già mezzo libro di Nico Orengo, Di viole e liquirizia, e sono ansiosa di sapere dov'è sparito Giulio, il fratello di Amalia, dopo essersi giocata al tavolo la proprietà terriera della Ginotta.

Non lo so ancora, ma lo scoprirò. Leggendo il seguito della storia.

Ad Alba i ragazzi il pomeriggio non si vedono. Sono perennemente connessi tra loro. Non sui muretti davanti al seminario o in qualche quartiere cittadino. No. Attraverso il solito facebook.

Che dicano una cosa interessante non è dato di leggere. Solo facezie e superficialità.

E pensare che la mia generazione, alla loro età, non aveva bisogno né di cellulari né di social network. Il linguaggio analogico o non verbale nella mia epoca ha avuto un peso maggiore di quello verbale. Non che io demonizzi questi mezzi, per carità. Penso solo che tutte le cose vadano utilizzate con cognizione e senza esagerare.

Che mentre dovrebbero prepararsi la maturità e le tesine, molti di questi ragazzi stanno ancora lì, a chiedersi su facebook, come farle queste tesine e di che colore tingersi i capelli.

Chissà dove ci porterà tutto questo profluvio di comunicazione e di parole e frasi mal scritte. E foto da Grande Fratello. Mah!

Ogni epoca ha i suoi paradigmi: il philosophus, l'homo oeconomicus, il cortegiano, lo scienziato, il santo, il poeta, il navigatore.

L'ideale odierno è l'homus connesso. Perennemento in rete con gli altri, per esistere.

Ieri sera sono stata all'H-Zone perché c'erano i saggi degli allievi dell'Istituto Musicale. E parlando con Beppe, amico giornalista, si facevano considerazioni sull'elevata percentuale di giovani artisti che la città di Alba esprime. Dovreste dare una statistica sul giornale, dico. Qui ce n'è almeno uno per famiglia che suona o canta. E Beppe: ma qui stiamo bene, ecco perché i giovani possono dedicarsi alle arti liberali! Là dove c'è difficoltà a mettere insieme il pranzo con la cena è un pò difficile.

Sono stati bravi i ragazzi, meno male che oltre facebook c'è la musica.

La V. ha cantato divinamente una canzone scritta dalla B. Sono entrambe allieve del "Rocca" e non sono voci o visi che scompaiono nella massa dei giovani artisti sedicenti tali.

Quella canzone era una canzone vera, con una vera melodia ed un vero testo, e quella voce e quella interpretazione erano espressione di una personalità veramente artistica, con molto studio e molta stoffa.

Penso che se mi avessere dedicato una canzone così mi sarei innamorata all'istante della persona che me l'avesse dedicata.

Che inspiration. Che grande emozione. Che arte potente e raffinata.

Quanta capacità nel tradurre in poesia le emozioni della giovane cantautrice.

Ripenso ai profumi forti e delicati della campagna albese, ed a quel prato di fiori di camomilla che sovrasta la città. Di sotto puoi vedere il profilo delle torri, che risplendono nel sole del meriggio.

E dopo il profumo della camomilla, quello dei lillà, e poi quello dei giardini, e quello degli alberi. E poi i profumi della città.

Mi fermo qui. Ho buttato fuori le parole che mi rigiravano nella testa.

Chissà perché le sere di pioggia, da sempre, mi ispirano in modo particolare.

 

 Alba, notte tra il 9 e il 10 giugno 2010

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