martedì 21 gennaio 2014
95 TESI SULLA SCUOLA DI ANNAMARIA TESTA
sabato 16 aprile 2011
IL SABATO DI UN PROFESSORE DI SINISTRA
Questa nota è un resoconto, per i genitori dei miei alunni di prima e di seconda liceo, di tutto ciò che ho "inculcato" stamattina, sedici aprile del 2011, nelle menti dei loro figli.Stamane ho svolto tre ore di lezione in prima liceo (una in orario e due per sostituire il collega di italiano, in viaggio d'istruzione con la terza) e un'ora in seconda. Nella prima ora di filosofia ho letto - come ogni sabato - il Fedro di Platone, nella versione del filosofo cattolico Giovanni Reale, e, in particolare, i passi in cui si accenna allo sforzo che ognuno di noi compie di imitare il dio di cui era seguace nell'aldilà e nella capacità di cercare, nell'amore, l'anima corrispondente, ancora: la ripresa del mito dell'anima come "carro alato" per spiegare le passioni connesse all'amore e, infine, come l'amore sia in grado di ridare le ali all'anima oppure no: "Dunque, se vincono le parti più elevate dell'anima e conducono ad una vita ordinata e alla filosofia, costoro trascorrono la vita di quaggiù in modo felice e in armonia, perché hanno il dominio di sè e sono moderati, avendo sottomesso ciò da cui deriva nell'anima il male e liberato ciò da cui deriva la virtù". Parole, senza dubbio, molto pericolose.
Poi siamo passati - tre ore di lezione frontale sarebbero state quasi peggio di una tortura - alla visione di "Prova d'orchestra" per leggere, filosoficamente, storicamente e in rapporto alla programmazione di "cittadinanza e costituzione", il "filmetto" (la definizione è di Fellini) che è, invece, uno straordinario, amaro apologo del grande regista italiano sulla storia, sulla democrazia, sulla salvezza possibile che la musica può offrirci e su altre mille cose ancora.
In seconda - su richiesta della collega d'inglese - ho parlato della cultura musicale del Romanticismo, dei racconti di Hoffmann, del Rigoletto e del Nabucco, attraverso una comparazione di alcuni brani ascoltati in laboratorio musicale.
Non ho raccontato nessuna barzelletta sulla frutta. Non ho mancato di rispetto né agli studenti né alle studentesse. Sono ritornato a casa dove ho mangiato con mia moglie e i miei figli, come faccio da ventiquattro anni e come spero di fare ancora per molto tempo.
Lo so: sono un pericoloso sovversivo che "inculca" - il "vostro" presidente del consiglio ce l'ha con questo verbo che, negli anni cinquanta, in televisione avrebbe creato qualche problema di coscienza, come l'espressione "membri del parlamento": di questi tempi, viceversa quasi un fotografico realismo -, un pericoloso sovversivo che disorienta e corrompe.
So anche che il signore (si fa per dire) ambisce a fare il pieno dei voti cattolici (in Veneto, ormai, patrimonio di quei cristiani purissimi della Lega nord, come ci racconta Renzo Guolo in un suo libro).
Ma io sono davvero stufo. Ci pagano poco. Ci tagliano le cattedre. Almeno che si smetta di farci la predica per bocca di un vecchio, "osceno et laido", che - a quanto si legge sui giornali - ha fatto solo strame di minorenni scellerate. Prima televisivamente preparate e, poi, "prese" con l'oro che tutto compra e tutto trasforma. Giusto per citare un altro sovversivo, il William Shakespeare di Timone d'Atene.
AMERIGO CIERVO
domenica 29 agosto 2010
MARCUSE AVEVA RAGIONE
L’esimio esponente della Scuola di Francoforte aveva ragione. A fare le rivoluzioni non sono i gruppi di individui integrati nel sistema, quelli che stanno sereni da un punto di vista economico, bensì tutti coloro che ne sono fuori. Quelli che non producono beni e servizi e ne hanno compenso dalla società dei consumi e dei mass media – lui all’epoca pensava a giovani, studenti, donne, cioè proprio i soggetti che fecero il ’68 – oppure, come nel caso odierno, quelli che sono stati espulsi dal sistema.
E’ il caso di migliaia di professori, ata e bidelli precari storici, ormai messi fuori gioco da una politica mangia-cattedre, i quali da Palermo a Benevento proprio in questi giorni hanno organizzato scioperi della fame.
Mica sono i ragazzini che puoi far felici se dai loro l’hi-pod, facebook, la chat, messenger ed i messaggini sms. Che a scuola, invece di entusiasmarsi per la bellezza della conoscenza e per le conquiste del sapere umano, ti dicono distrattamente “che palle”, come se tutto li annoiasse e niente fosse degno della loro applicazione. (Per la cronaca proprio ieri, mentre ero seduta su una panchina col mio portatile, due studentelli delle superiori si baciavano a gogo, ed invece di sacralizzare quei momenti d’amore, da parte della ragazzina era tutto un “che palle” di qua e “che palle” di là. E che palle!).
Sarà, ma io sono alquanto scettica. Se a una classe dirigente non gliene frega niente dell’istruzione figuriamoci delle sofferenze fisiche e morali di altri esseri umani che lottano, soffrono e vanno pure all’ospedale (è capitato anche questo) per reclamare il loro sacrosanto diritto al lavoro.
Come si dice: il sazio non crede al digiuno.
sabato 27 dicembre 2008
LE PAROLE DI ALBERONI PRIMA DELLA RIFORMA GELMINI
“Cosa fare per stimolare, far esprimere l’energia e la creatività giovanile impedendo però che diventi forza distruttiva, dissipazione, ma si incanali verso una meta costruttiva?Non abbiamo a disposizione che la scuola. Me le nostre sono ancora le vecchie scuole progettate per l’insegnamento in aula mezza giornata. Oggi avremmo bisogno di college diurni in cui i ragazzi entrano alle 8 del mattino ed escono alle 7 di sera. Una scuola dove oltre allo studio tradizionale fanno ginnastica, sport, teatro, cinema, musica, e dove imparano anche attività artigianali di cui la società ha un assoluto bisogno come, per esempio, l’elettricista, l’idraulico, il falegname, il cuoco, il giardiniere, per cui escono avendo già un mestiere. Una scuola che richiede insegnanti preparati, motivati, pagati bene, che credono nel loro compito educativo e a cui sono stati restituiti l’autorevolezza e il potere necessari.
Certo, si tratta di un impegno – anche economico – colossale, che non può essere realizzato in un istante. Me se non ci si mette su questa strada avremo delle famiglie sempre più in difficoltà, dei giovani sbandati e gravi problemi di sviluppo economico”
Francesco Alberoni – Mode, modelli e idoli dell’Internazionale giovanile
lunedì 21 luglio 2008
Prima di tutti vennero a prendere gli zingari...
L’anno scorso Beppe Grillo organizzava il V-day ed invece quest’anno Umberto Bossi manda a stendere l’inno nazionale scritto da Mameli.Periodicamente, nel nostro Paese, qualcuno manda a quel paese qualcun altro.
Verrebbe da chiedersi che cosa resta di tutta la tensione morale che portò all’unificazione italiana, prima, ed alla nascita della Repubblica, poi.
Apriti cielo quando Di Pietro ha dato del “magnaccia” a Berlusconi: lo hanno accusato di volgarità e cafoneria. Adesso, al gestaccio di Bossi sull’inno nazionale (medio alzato – con maschia eleganza leghista – sulle parole “schiavi di Roma”), qualche blanda richiesta di scuse da parte delle forze politiche.
Ma il senatur non si ferma qui: accusa i docenti meridionali (“questa gente”) di maltrattare gli alunni del Nord e vuole che siano rispediti a casa, in nome dello splendido isolamento padano.
Dimentico, forse, che “questa gente” paga regolarmente gli affitti, fa la spesa nelle nordiche cittadine ed impartisce l’istruzione ai ragazzi padani. A proposito: tra questi ce ne è sicuramente qualcuno figlio di quegli imprenditori che, amici dei camorristi, vengono a sversare rifiuti tossici in Campania a prezzi stracciati. Al senatur va ricordato che questi suoi compaesani sono autori di un disastro ambientale che non finirà nei secoli a venire. I professori del Sud portano al Nord istruzione e cultura. Le aziende del Nord portano al Sud monnezza.
Allora, caro senatore, se la Padania deve essere indipendente, si tenga a casa la sua immondizia.
Un giorno vennero a prendere me

