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sabato 29 gennaio 2011

"FORSE STA NASCENDO UN'ITALIA UNITA"

Vi riporto un articolo tratto da Gazzetta di Benevento di oggi. Al convegno sulle donne sannite nel Risorgimento italiano c'ero anch'io. Leggendo questo pezzo viene proprio da pensare che gli Italiani sono molto migliori della classe dirigente che li rappresenta... LG

www.gazzettabenevento.it/Sito2009/dettagliocomunicato.php?Id=26095

Una nostra lettrice, Erminia, torna sulla vicenda delle scuse fatte da un vicentino a tutto il Sannio per l'eccidio di Pontelandolfo
Conosco quell'uomo, è dotato di grande umanità. Ha sposato una donna del sud, di Ginestra degli Schiavoni ed ha adottato questo paesello come fosse il suo...

Una nostra lettrice, Erminia Manserra, con l'aggiunta di qualche particolare per noi inedito, ci ha inviato una nota con cui è tornata sulla vicenda di ieri che ha commosso i presenti al Convegno su "Eroine ed antieroine" relativo al 150° anniversario dalla fondazione della Provincia sannita per sottolineare, ancora una volta, il gesto di un signore vicentino che ha voluto assumere su di sé la responsabilità morale della strage dei piemontesi, ma solo perché della stessa provincia del nord in cui era nato il colonnello Negri che comandò l'eccidio di Pontelandolfo, e quindi rivolgere ai sanniti pubbliche scuse. "Il convegno - scrive la Manserra - si è aperto con il saluto del presidente Cimitile, il quale ha parlato anche dell'eccidio di Pontelandolfo perpetrato dal colonnello Pier Eeleonoro Negri nato a Locara in provincia di Vicenza. Conclusosi il suo saluto, un momento di grande emozione per tutti, per me personalmente ancora più forte perché all'improvviso, vedo il mio amico (nella foto) Luciano Disconsi (vicentino doc) ex docente di materie letterarie di Rettorgole di Vicenza, che avanza verso il tavolo dei relatori. Persona di grande cultura ed umanità. Come mai è qui, mi chiedo? Lo guardo mentre avanza come in un replay. Attimo di tensione nell'uditorio. E' commosso, con la voce tremante e le lacrime agli occhi, si presenta e chiede scusa tramite Cimitile ed i presenti, a tutta la provincia di Benevento per quello che aveva fatto il suo compaesano Negri. Grazie Luciano. Grazie a te ed a tante persone come te che hanno avuto ed hanno l'onestà intellettuale e morale di conoscere e capire come sono andate certe cose. Tu sei un caso speciale, perché hai voluto che veramente l'Italia fosse una ed indivisibile. Hai sposato una donna del Sud, della mia terra, ma con lei hai sposato ed amato anche il mio paesello, dove vieni spessissimo, Ginestra degli Schiavoni, che ami come fosse tuo e forse anche di più. Ora possiamo, forse, dire che, veramente, sta nascendo un'Italia Unita. Un abbraccio Erminia".

lunedì 24 gennaio 2011

PAROLE SEMPRE ATTUALI

Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi.

Goffredo Mameli

VEDI NAPOLI E POI MIGRI

150 anni dopo l'Unità resiste ancora la spaccatura tra Nord civile e operoso e Sud violento e degradato. Tanto che anche gli intelletti migliori sono scappati
VITTORIO GENNARINI (55 anni, insegnante di Napoli)
Fra poche settimane saremo giunti al 150˚ anniversario dalla proclamazione del regno d’Italia. Era il 17 marzo 1861 e il re Vittorio Emanuele II, che aveva intrattenuto rapporti personali con il liberatore del Meridione dal tirannico regime borbonico, Giuseppe Garibaldi, cinse la corona della patria italiana riunificata.
Prima capitale dell’Italia unita fu l’eroica e splendida Torino, e al governo torinese toccò affrontare i più gravi problemi della nuova nazione: soprattutto, la distanza civile e culturale di quel Regno di Napoli in cui s’arricchivano e spadroneggiavano i briganti e che fino a poche ore prima aveva inneggiato al Borbone.

Quelle due Italie, l’una rigida e austera nella sua dignità regale, l’altra in fin dei conti illegale o almeno caotica, avrebbero dovuto trovare un punto d’incontro. Centocinquant’anni dopo quel giorno fatale della proclamazione dell’Unità d’Italia, siamo ancora alla ricerca di questo equilibrio.

Prendiamo l’esempio di Napoli. Anche la cultura, gli scrittori e giornalisti più illustri della città hanno finito con l’abbandonarla al suo degrado, da Raffaele La Capria a Domenico Starnone a Erri De Luca. Quando questi autori (che oggi vivono tutti nei pressi di Roma) commentano sui giornali i fatti e i misfatti della loro città natale, le loro espressioni di sconforto sono dure, disperate. Da ultimo, Roberto Saviano ha offerto con Gomorra il quadro desolante di un «regno di Napoli» in cui, peggio che alla vigilia borbonica dell’Unità, dominano oggi violenza e criminalità organizzata.

Non riusciamo a dargli torto. L’istintiva repulsione a tutto ciò che rappresenti l’ordine costituito e civile continua a fare vittime a Napoli. Con la differenza che la Napoli del Settecento era un faro - insieme con la Parigi illuminista - di cultura e di civiltà europee. Oggi invece gli intelletti migliori hanno finito con il migrare al centro e al nord d’Italia, aggravandone con la loro assenza il degrado materiale e morale.



domenica 16 gennaio 2011

BRAVO PENNACCHI

"Io tifo Italia" - Poi, rivolto al sindaco di Varallo Sesia (Vc), che disprezza i meridionali, dice: "Tu non saresti nessuno se cinquant'anni fa i siciliani non fossero andati nelle fabbriche del Nord a farsi un culo così!"
Stasera su Canale 5

Antonio Pennacchi, classe 1950, è uno scrittore ed ex-operaio italiano. Ha vinto il Premio Strega 2010 con il romanzo "Canale Mussolini".

EVVIVA L'ITALIA (ABBASSO RADIO PADANIA)

L'Unione degli Studenti del Salento contro Radio Padania: non abbiamo bisogno di civilizzatori


"Siamo venuti a conoscenza, da poche ore, che “Radio Padania Libera” trasmette i suoi programmi anche dal Salent"o. L’Unione degli Studenti della provincia di Lecce, "proprio perché ispirata e radicata sui principi democratici della Repubblica Italiana, sanciti dalla costituzione," apprende con sdegno la notizia. "Viene permesso ad un gruppo di persone, - dicono - con un profondo odio verso i meridionali e verso tutto ciò che è diverso da loro, di emettere quotidianamente insulti e corbellerie, tutto condito da un po’ di riti sacri della loro tradizione falsa e qualche grido secessionista. Ci sembra davvero grave che il governo, proprio mentre sono in corso i festeggiamenti per il 150° anniversario dell’unità d’Italia continui a permettere l’espansione di un’emittente che dovrebbe fare disonore alla nostra nazione Unita.

Insultare a tempo pieno la bandiera e la costituzione non credo rivesta un carattere educativo forte. I signori padani sono bravi a lavarsi la bocca al grido di “Roma ladrona” nascondendo il fatto che la loro radio costa alle nostre tasche circa 500 000 € l’anno. Confidiamo in tutte le istituzioni e in tutta la popolazione salentina, perchè possano unirsi al nostro appello. Abbattiamo per un momento le barriere ideologiche che ci separano per essere uniti in una battaglia comune, contro la falsità dei padani".

Tutto l'articolo su
:
http://www.sudnews.it/notizia/37120.html

«Radio ladrona», in Salento la Lega scippa le frequenze

Radio Padania scippa le frequenze in Salento. Uno scippo, per ora, autorizzato dalla legge. L’emittente leghista, infatti, come la benemerita Radio Maria, è classificata come radio comunitaria, ovvero non commerciale e utile alla comunità. Un regalo del governo Berlusconi che, con la Finanziaria del 2001, ha consegnato agli amici di Bossi e agli uomini in abito talare la possibilità di autoassegnarsi i canali con tanti saluti e con un bel bonus di un milione di euro equamente diviso tra gli uomini di partito e gli illuminati dal Signore. Se entro novanta giorni dall’aver piazzato la bandierina verde nel risiko delle frequenze nessuno batte ciglio, radio Padania fagocita canali, diffonde il suo verbo e, alle soglie della discussione sul Federalismo, lancia messaggi e cerca proseliti.
Come è accaduto in Salento. Dove la radio di Bossi è arrivata il 17 dicembre scorso sovrapponendosi, da Muro Leccese in giù, a Radio Nice del gruppo Mixer Media, l’emittente che trasmette sul canale 105,6.

Tutto l'articolo è su
:
http://www.unita.it/italia/radio-ladrona-in-salento-la-lega-scippa-le-frequenze-1.264979


domenica 9 gennaio 2011

AUTO150, SALONE DELL'AUTO DI TORINO 2011


auTO 150 segna il ritorno del Salone Internazionale dell'Automobile a Torino come evento speciale in occasione dei festeggiamenti per il 150° Anniversario dell'Unità d'Italia. L'evento è organizzato dalla GL Events, la società che gestisce il Motor Show di Bologna, e si svolgerà presso i padiglioni del Lingotto Fiere dal 26 maggio al 5 giugno 2011. L'ultima edizione del Salone dell'Auto di Torino si è svolta 11 anni fa, nel giugno 2000.
Ulteriori informazioni sugli eventi organizzati a Torino nel 2011 sono disponibili su www.torino-weekend.com: sito con molti consigli utili per organizzare un weekend di vacanza a Torino, visitare i principali musei e la Reggia di Venaria Reale, soggiornare in hotel economici.

Fonte: http://autonovita.blogspot.com/2011/01/auto150-salone-dellauto-di-torino-2011.html

venerdì 7 gennaio 2011

ITALIA 150 VIA ALLA FESTA SCHIZOFRENICA


Nel sovrano disinteresse del popolo sovrano e della maggioranza più che assoluta dei suoi rappresentanti, comincia stamattina la sarabanda delle celebrazioni per i 150 anni dell’Italia Unita. Comincia a Reggio Emilia, con l’omaggio al Tricolore da parte del Presidente della Repubblica: uno dei pochi a crederci davvero, e non solo per dovere d’ufficio. Dopo il rito della bandiera (che di anni ne ha oltre duecento) arriveranno le ricorrenze vere. Le prime elezioni nazionali del 27 gennaio 1861, riservate a una minoranza di maschi abbienti, alfabetizzati e mangiapreti (la Chiesa aveva proibito le urne ai cattolici): il più votato risultò Cavour con 620 voti. L’assedio di Gaeta con cui il 13 febbraio si archiviò a suon di bombe la resistenza dei Borboni, appena in tempo per non sciupare la seduta delle Camere riunite nel cortile torinese di Palazzo Carignano, quando il Capo dello Stato, che allora era il Re, rivolse ai parlamentari la prima di una lunga e mai terminata serie di prediche inutili: «Signori deputati! Signori senatori! L’Italia confida nella virtù e nella sapienza vostra!». Fino a quel 17 marzo, una domenica, in cui i pochi italiani che sapevano leggere appresero dalla Gazzetta Ufficiale che il Parlamento aveva proclamato il Regno d’Italia con il voto contrario di due soli senatori, dei quali taceremo i nomi per non togliere a Bossi il piacere di scoprirli e di andare a deporre sulle loro tombe una decalcomania del Sole delle Alpi. Qualche malizioso potrebbe chiedere di protrarre il gioco delle ricorrenze al 18 aprile 1861, 150° anniversario della prima rissa parlamentare, e mica fra cicchitti e bocchini: fra Garibaldi e Cavour, che sarebbe poi morto quattro mesi dopo, lasciando l’Italia più o meno dove sta adesso: nei pasticci.

Ci attende un anno di inni, parate, discorsi e baruffe sulla Patria, ma nessuno può dire se alla fine del 2011 gli italiani si innamoreranno di lei o se ne saranno definitivamente nauseati. Probabilmente continueranno a trattarla come ora,
con amore comparativo: parlandone bene solo quando sono all’estero. L’italiano non considera l’Italia la sua Patria, così come - sia chiaro - non considererebbe Patria la Padania, la Borbonia o qualsiasi altra comunità più vasta della sua famiglia, del suo quartiere o, forse, della sua città che gli chiedesse di emettere fattura fiscale. Per un italiano ciò che appartiene a tutti, per il semplice fatto di non appartenere soltanto a lui, non appartiene a nessuno. Ci sono voluti quattordici secoli, dalla fine dell’Impero Romano all’Unità, per cucirci addosso questo atteggiamento mentale. Ne mancano quindi ancora dodici e mezzo per rimetterci in pari.

Ma non è onesto affermare che rispetto al Centenario del 1961 lo spirito di Patria si sia
affievolito. Il divario fra settentrionali e meridionali era molto più aspro cinquant’anni fa, e si manifestava nelle forme di una diffidenza razzista che non di rado trascendeva nell’ostilità. La differenza è che allora non c’erano, né a Nord né a Sud, partiti di massa disposti a cavalcarla. Ciò che l’emigrazione, i matrimoni e la tv hanno unito in questi decenni è stato in parte disfatto dalla politica, che ha sistematicamente eroso i simboli dell’unità nazionale, dalla Costituzione ai miti fondativi (esagerati ma autentici, come tutti i miti) del Risorgimento e della Resistenza. Come nel mondo capovolto di Alice, la Patria ha cessato di essere una parola di destra e si è spostata verso il centro, se non proprio a sinistra. Ma chiunque, a destra e a sinistra, intenda oggi fondare un partito, sostituisce le ideologie con le microappartenenze territoriali e vede quindi nella Patria tutta intera un inciampo. Sono i politici, non i cittadini, ad aver rimosso la ricorrenza del 2011. Infatti, nel dibattito «elezioni a marzo sì-elezioni a marzo no» che li appassiona da mesi, nessuno dei leader ha neanche minimamente pensato che sovrapporre i veleni di una campagna elettorale alle celebrazioni del Centocinquantenario sarebbe come invitare una banda di bulli muniti di pennello e vernice alla festa di compleanno della scuola. Nordisti e sudisti che insultano l’Italia sulle piazze d’Italia, mentre il Capo dello Stato scopre targhe commemorative e omaggia bandiere risorgimentali: fra le tante schizofrenie di questo beneamato Paese, che almeno questa ci venga risparmiata.
MASSIMO GRAMELLINI
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/hrubrica.asp?ID_blog=41

sabato 23 ottobre 2010

150 ANNI DI UNITA'-LA GUARDIA NAZIONALE DI LIBORIO ROMANO


"Si condanni ora il mezzo da me adoperato mi si accusi di aver introdotto nella forza della polizia pochi uomini rotti ad ogni maniera di vizi e di arbitrj. Io dirò a cotesti puritani, i quali misurano con la stregua dei tempi normali i momenti di supremo pericolo, che il mio compito era quello di salvare l'ordine; e lo salvai col plauso di tutto il paese" (Liborio Romano, Memorie XVII).

Liborio Romano, ministro dei Borbone e dei Savoia, personaggio chiave dell'Unità d'Italia. www.donliborioromano.it
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DON LIBORIO ROMANO - IL BOIA DELLE DUE SICILIE

Il ritratto di questo personaggio, l’essenza del traditore tipo, per giunta sembra successivamente anche pentito, è quello di un uomo abbastanza vanesio, inconsapevole di quello che faceva e vagamente idealista. Un personaggio esemplare, dunque, per essere adoperato dagli invasori piemontesi per compiere atti devastanti all’interno dello stesso governo duosiciliano. Da evidenziare che fu proprio lui che consacrò definitivamente l’intreccio politica-delinquenza nel Sud, i cui effetti sono ben visibili ancora ai nostri giorni, come ci mostra la scoperta fatta a Napoli il 20 ottobre scorso di una loggia massonica che cospirava con la camorra per condizionare la vita politica. Il dramma di quei tragici giorni in cui si determinò la fine delle Due Sicilie fu che gli avvenimenti si svolsero in una atmosfera di incredulità da parte della dirigenza delle Due Sicilie. Incredulità abbastanza comprensibile perché i tradimenti erano talmente evidenti da far quasi credere non fossero reali. Del resto la politica estera delle Due Sicilie era sempre stata di stretta neutralità, rivolta soprattutto al benessere interno, per cui la ingiustificata aggressione da parte di uno Stato straniero era, per quella dirigenza, del tutto impensabile e, quindi, nulla era stato preparato per fronteggiare il terribile evento dell‘invasione piemontese.
www.brigantaggio.net/brigantaggio/Personaggi/Romano1.htm
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Don Liborio, come usavano chiamarlo, era nato a Patu, in provincia di Lecce, nel 1795. Si era laureato in giurisprudenza a Napoli e giovanissimo aveva ottenuto la cattedra di Diritto Civile e Commerciale in quella stessa Università. Avendo preso parte ai moti rivoluzionari del 1820-21, fu destituito dall'insegnamento e dopo un breve periodo di prigione fu mandato in esilio. Ritornato a Napoli nel 1848 ebbe una parte di rilievo negli avvenienti che portarono alla concessione della Costituzione da parte di Ferdinando II. Dopo alterne vicende nella parte finale del regno di Ferdinando II, ricoprì dapprima la carica di prefetto di polizia e poi, dal 14 luglio 1860, quella di ministro dell'Interno e di Polizia. In quelle poche settimane che precedettero il crollo della dinastia borbonica, pienamente convinto della inevitabilità di tanto, intraprese contatti con Cavour e con lo stesso Garibaldi dal quale fu confermato nella carica di ministro dell'Interno, carica che mantenne fino al 24 settembre 1860 entrando così a far parte del Consiglio di Luogotenenza fino al 12 marzo 1861. Don Liborio fu strenuo assertore della formazione della nuova provincia di Benevento. Lo attesta la sua precisa, puntuale e circostanziata relazione preparata con l'aiuto del suo collaboratore, il direttore Emilio Civita.
da "GAZZETTA DI BENEVENTO" di Mario Boscia, n. 83, 1993
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La Guardia Nazionale Italiana era una forza armata sorta subito dopo l’Unità d'Italia (1861), utilizzata per reprimere il brigantaggio e la resistenza degli ultimi nostalgici del regno borbonico, con vario successo.
Come forza di sicurezza interna i suoi metodi, benché normalmente brutali, illegali e criminosi, gli ufficiali e i gregari, anch'essi normalmente sempre reprensibili come individui, furono generalmente estremamente efficaci nel loro scopo primario di reprimere e poi debellare definitivamente il fenomeno del brigantaggio meridionale. Per altri sei anni la Guardia Nazionale proseguì da sola e completò la "guerra sporca" già condotta per un decennio nel Mezzogiorno dall'esercito regolare, al cui fianco essa aveva operato in ugual misura per tutto il periodo.
Utilizzata sul campo come forza prettamente militare durante la Terza guerra d’Indipendenza italiana (1866) dette pessima prova di sé.
Considerata un “peso” vista la sua scarsa efficienza ed il comportamento non certo impeccabile dei suoi ufficiali, definiti dai carabinieri nei loro rapporti al Re “ex borbonici, falsi liberali e briganti in divisa”, e di molti degli altri membri tra i graduati e la truppa, dopo un tentativo di riorganizzazione nel 1875, venne sciolta definitivamente nel 1876.
Da essa sorsero la Milizia Territoriale e la Milizia Mobile.

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A Napoli Garibaldi arriva in treno da Salerno, il 7 settembre del 1860. Non alla testa di sette camicie rosse, come si è scritto, ma in compagnia del sindaco, del comandante della guardia nazionale e dei suoi tutori inglesi guidati da Evelyn Ashley, segretario di lord Palmerstone. E con la reverente genuflessione del ministro di polizia dei Borboni, sua eccellenza Liborio Romano che così ha scritto: “All’invittissimo generale Garibaldi, dittatore delle Due Sicilie, Liborio Romano, ministro dell’interno e polizia. Con la maggior impazienza Napoli attende il suo arrivo, per salutarla il redentore d’Italia e deporre nelle Sue mani il potere dello Stato e i propri destini. Mi attendo gli ulteriori ordini suoi e sono, con illimitato rispetto di Lei, Dittatore infittissimo, suo Liborio Romano”.
Da San Garibaldi guerrigliero in "la Repubblica", 25 maggio 1982

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In un articolo pubblicato nel Radio-Corriere TV del 20/26 Ottobre 1985, intitolato "La battaglia sul Volturno", Liborio Romano, prefetto di polizia nel regno borbonico di Francesco II, viene definito "capo della camorra". L'ingiurioso appellativo è dovuto al fatto che il politico salentino reclutò dei camorristi nella polizia cittadina. Per capire le ragioni di questo reclutamento bisogna tenere presenti le condizioni storiche nelle quali Romano si è trovato costretto ad operare. Scrive, infatti, il fratello Giuseppe, deputato: "Preghiamo il lettore di voler considerare quanto singolare e difficile era la condizione delle cose nei novanta giorni in cui egli ebbe il potere, dal 28 giugno al 22 settembre 1860" (Memorie, pagg. 33). (1) La situazione nel Regno di Napoli nel momento a cui ci riferiamo è disperata, di completo sfacelo, Romano ebbe la nomina durante la notte tra il 27 e il 28 giugno 1860, qualche ora dopo che era stata sedata una rivolta popolare scoppiata a Napoli la sera del 26 giugno, quando soltanto da qualche giorno il giovane Re si era deciso a parlare di Governo Costituzionale, sperando di salvare la monarchia. Nel regno di Francesco Il era la prima esplosione del malcontento generale della città partenopea, la quale era sobillata, fra l'altro, da ambiziosi esponenti della corte reale, che vagheggiavano il colpo di stato. La sommossa era stata preoccupante. "Erano a furia di plebe scomposti da capo a fondo tutti gli ordini dei funzionari di polizia, investiti i commissariati, disarmate e ferite le persone che vi erano addette, manomessi gli archivi, arse le carte ... ; certe notizie, che i "lazzaroni" vagheggiavano l'idea del saccheggio, tenevano in gran trepidazione l'intera cittadinanza; la maggior parte dei negozi erano chiusi, i forestieri fuggivano, i cittadini riparavano alle vicine campagne, niuno sapeva a quali casi era destinato il suo domani" (Memorie XIII). In questo momento la spedizione dei Mille ha conquistato quasi tutta la Sicilia. Garibaldi è già da un mese a Palermo, dove è entrato il 27 Maggio, dopo solo 16 giorni di azione dallo sbarco a Marsala. Se non marcia subito verso Napoli è soltanto perché sta provvedendo a consolidare il suo potere ripartendo le terre demaniali tra i contadini in rivolta. A Napoli intanto arrivano continue notizie di sollevazioni popolari, di sindaci e impiegati comunali uccisi, di terre occupate dai contadini, proprietari e borghesi fucilati, specie nei paesi intorno all'Etna.
http://www.donliborioromano.it/articolo.asp?id=36

martedì 14 settembre 2010

A TORINO LA SATIRA RISORGIMENTALE IN MOSTRA

http://www.torinocultura.it/portal/page?_pageid=67,1667702&_dad=portal&_schema=PORTAL&idEvento=53899&idCanale=1

La satira politica illustrata ha svolto una funzione importante all'interno dell'evoluzione socio-politica della storia italiana, in quanto spesso ai giornali satirici era delegata, fin dalla loro nascita intorno ai moti del 1848, la funzione di divulgazione dei messaggi politici e delle riflessioni attorno agli accadimenti nazionali e internazionali.
L'evento espositivo consiste in una ricognizione panoramica dedicata alla satira illustrata italiana sui rapporti fra Stato e Chiesa, a partire dalle sue origini, affrontandone innanzitutto i temi principali e loro persistenze, per proseguire con gli autori e le testate più rappresentativi di 150 anni di storia.
Una sezione della mostra è dedicata alle confessioni religiose minoritarie storiche del nostro Paese (ebraismo e protestantesimo). Uno sguardo particolare è dedicato al Piemonte e ai suoi giornali satirici storici (come Il Pasquino, Il Fischietto, Numero).

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