mercoledì 1 aprile 2020

PENSIERI DEGLI STUDENTI AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

AVERE LE FAMIGLIE VICINE NON L’ANSIA DI UN COMPITO DA CONSEGNARE

Continuiamo a ripetere che “la scuola non si ferma”, eppure le persone sono stressate, confuse e mi dispiace dirlo ma molto probabilmente ci sarà un notevole aumento di casi di depressione. Noi studenti, ma anche gli insegnanti e i genitori, vediamo ogni giorno aumentare il numero dei decessi, veniamo a sapere di un parente, amico o semplicemente conoscente risultato positivo, e abbiamo paura. Tutti noi facciamo fatica a concentrarci in questi giorni di lutto, nel bel pezzo di una pandemia, la più grande che la nostra e la vostra generazione abbia vissuto. Molti di noi hanno spesso problemi ad internet, la voce del docente si interrompe per la connessione, l’audio non funziona o non si arriva a comprendere al meglio la lezione. Certo, ci saranno sempre gli appunti sulla piattaforma di Argo, ma dovremo fare tutto da soli e non tutti ci riescono. È un momento difficile e tenebroso per tutti. La scuola deve senz’altro esserci perché l’istruzione è un nostro diritto, ma quando si inizia ad avere paura, perché è inevitabile, vorremo avere le nostre famiglie vicine, non l’ansia di un compito da consegnare, o una lezione da preparare. In più penso che per quanto efficienti siano, le video lezioni non saranno mai come vere e proprie lezioni "umane".
AV (Da un Liceo Classico di Palermo)


IL MIO ULTIMO GIORNO DI SCUOLA SENZA SAPERLO

Ho diciassette anni e frequento un liceo scientifico di Palermo. Quest’anno, io, come tutti i miei coetanei, avrei dovuto concludere la mia splendida esperienza scolastica. Invece, mi è stata bruscamente strappata ogni cosa. Immagino che a ciascuno di noi, giovani e adulti, sia stato strappato qualcosa che non potremo recuperare. Non ricorderò il mio ultimo periodo scolastico, non ricorderò il mio viaggio d’istruzione, non so se ricorderò la mia maturità. Probabilmente ho vissuto il mio ultimo giorno di scuola senza saperlo, senza stappare lo spumante con i miei compagni. I miei ricordi saranno piuttosto dolorosi: quelli di una pandemia, di una scuola snaturata. Saranno ricordi che, forse, ci consentiranno di comprendere il valore delle piccole cose, la cui presenza abbiamo sempre dato per scontata.
La scuola che viviamo oggi è fredda. Passiamo le nostre giornate a fissare uno schermo con cui possiamo interagire ben poco. I nostri docenti si sforzano di mascherare il loro sconforto e si adoperano per garantirci di proseguire i nostri studi. Le difficoltà di concentrazione sono notevoli.
Io che ho sempre amato lo studio, adesso non riesco ad amarlo. Ho scelto di vivere la mia esperienza scolastica in modo appassionato, affezionandomi a chi mi circondava. Difatti, l’insegnamento cui sono stata abituata è ricco di affetto, di calore umano, di scambi stimolanti.
Adesso dov’è il confronto? Dove sono i rapporti interpersonali con compagni e con docenti? Anche se consapevoli che l’apprendimento a distanza è l’unica alternativa possibile, possiamo affidare la conclusione del nostro percorso scolastico a un computer? La scuola che attualmente frequentiamo non è quella che voglio ricordare: voglio ricordare una scuola in cui il contatto è diretto, una scuola senza distanze.
Per di più noi studenti del quinto anno stiamo affrontando un periodo di estrema incertezza. Non sappiamo se e come si svolgerà il nostro esame di maturità. Rimanendo costantemente aggiornati sulle notizie più recenti, siamo venuti a conoscenza che in alcune nazioni il diploma è stato concesso senza alcuna verifica. Nessuno può ancora prevedere se questo accadrà anche a noi che, quasi certamente, a scuola non torneremo.
L’incertezza più grande resta, però, quella delle famiglie, degli affetti più cari. Proviamoun’angoscia cieca: il terrore di poter aver contratto il virus, pur essendoci muniti di mascherina e guanti, e di aver contagiato i nostri genitori, di aver abbandonato nella più totale solitudine i nostri nonni, di non poter incontrare mai più le persone cui vogliamo bene, perché il virus potrebbe sottrarcele.
Il solo effetto positivo della reclusione e dell’emergenza, se si può osare sostenere che essa ne abbia uno, è l’esperienza dell’unione e della solidarietà. Ho percepito una coesione inesistente in “tempi di pace” tra i miei compagni, tra i miei amici. Ognuno tenta con tutti i mezzi a sua disposizione di confortare chi gli sta intorno. Allo stesso modo, tra noi alunni e i nostri docenti, che ancor di più oggi si preoccupano di noi prima come persone che come studenti. Ho riscoperto l’ambiente familiare, il sapore dolce di una giornata serena trascorsa con chi si ama. Ho conosciuto i miei dirimpettai. I primi giorni mi sono commossa osservando la gente che si affacciava alla finestra per scambiarsi gesti di saluto, che condivideva le parole di una canzone, eleggendole a simbolo di fratellanza. Ogni sera il prete della chiesa vicino casa mia sale sulla terrazza e invita tutti alla preghiera. Ogni sera anche io vado al balcone e non per pregare: è straordinario osservare tutte le luci che lampeggiano di fronte a me. Mi fa comprendere che non solo sola, che non siamo soli a fronteggiare la tragedia del 2020.
Intanto, mentre alcuni di noi si curano della didattica a distanza, degli esami di maturità, di non poter vedere i propri amici o i propri parenti c’è chi perde qualcuno per sempre, senza neppure potergli dire addio, poiché l’isolamento a cui sono obbligati gli infetti da COVID-19 non consente visite. C’è chi non può restare con i propri genitori, impiegati di una struttura sanitaria, e da lontano li osserva rischiare il bene più caro che possiedono, la vita. Il mio pensiero va ai compagni del Nord, che attualmente combattono una battaglia più dura della nostra, che sono in lutto per le numerose perdite. A loro cosa può interessare dell’apprendimento a distanza? Cosa importa loro di terminare il programma quando i loro nonni o i loro genitori sono scomparsi? A loro non serve arrivare a studiare Montale o Freud, a loro serve la vicinanza di altri essere umani, il calore e l’empatia: in questo risiede la reale funzione della didattica a distanza.
AD (Da un Liceo Scientifico di Palermo)


UN RAGAZZO FINGE DI ASCOLTARE

Un garrito.
A volte può bastare anche un solo garrito a farci perdere nel meccanismo complesso della nostra mente.
La sera, al balcone, mentre tento di far volare via i brutti pensieri, ascolto i gabbiani: il loro verso si espande nel cielo spento, quasi a ricordare che questa fine sia solo una pausa, che la luce si sia solo allontanata per qualche minuto.
Quindi mi interrogo: “vogliono rammentarci che le nostre vite ci stanno aspettando? O forse stanno solamente gioendo, perché si sono riappropriati del cielo?”
Sicuramente avvertono che qualcosa sia cambiato.
Tuttavia, potrebbero mai immaginare che sia stato un bacio a spegnere la luce? Che sia stato un abbraccio ad uccidere una persona?
Neanche io ci rifletto spesso.
Ascolto numeri, statistiche, discussioni, dimenticando che siano riferiti a contagiati, guariti, morti.
La mattina accendo il computer, interagisco con i professori, prendo appunti, mi convinco che sia normale: io posso farlo.
Un altro ragazzo nel frattempo finge di ascoltare, perché la sua mente gli ricorda ogni secondo che quella video-lezione e la morte del nonno, dello zio o del padre abbiano causa comune.
Quindi ripensa all’ultima volta che ha abbracciato il suo caro, dimenticandosi che sia morto per un gesto simile: uno scambio di parole, una stretta di mano, un bacio di sfuggita.
È questo il motivo per cui a 18 mi rifiuto di credere che questo faccia parte di un disegno, che sia stato progettato.
Ascolto di persone che attribuiscono le colpe a Dio e sorrido amaramente all’idea che la causa stessa della vita possa anche solo avere intenzione di spingerci verso la morte.
Rispetto il pensiero di chi lo accusa, o di chi al contrario lo supplica di porre fine a tutto questo, perché l’istinto ci porta sempre ad individuare un segmento all’interno di una retta: trascorriamo ogni attimo della nostra esistenza all’insegna dei “perché” e dei “quindi”.
Tuttavia, non riesco ad accettare che al di là ci sia un arbitro universale, che sceglie chi merita la vita e chi no.
Trovo maggiore pace nel pensare che Dio, Allah, l’ordine delle cose (o qualsiasi nome gli si voglia attribuire) non decida, perché ogni avvenimento si sviluppa per caso, con meno razionalità.
Tutti noi infatti, superata la mezzanotte di questo triste giorno, per prima cosa torneremo a baciarci e ad abbracciarci. Ciò perché il contatto diventa più importante del ragionare, non a caso esso distingue l’essere umano dagli altri animali.
Fino a poche settimane fa infatti mai avrei pensato di dover seguire le lezioni attraverso uno schermo o di poter parlare solo tramite una chiamata.
E mentre mi impegno a rendere tutto ciò la normalità, ecco che i gabbiani tornano e mi ricordano che qualche giorno fa i rumori della città coprivano il loro garrito.
Quindi cade una lacrima al pensiero di tutte le persone che si spengono e ai loro cari che soffrono, e mi chiedo perché un gesto d’amore possa portare tanto dolore.
È un attimo, perché poi mi accorgo che non ci sia niente di cui stupirsi: d’altronde, anche la Bibbia spiega che Giuda tradì Gesù con un bacio.
(Da un Liceo Scientifico di Palermo)

sabato 28 marzo 2020

APPARIZIONE MARIANA SOPRA SAN PIETRO?

Una foto e un video diventati virali. La Madonna sopra piazza San Pietro, sospesa su una nuvola durante la messa per l'indulgenza plenaria celebrata da Papa Francesco lo scorso 27 marzo 2020, al termine di una giornata tristissima per l'Italia, con un picco di morti per Coronavirus di quasi mille unità. Il video impazza sui social e ne potete trovare un breve fotogramma qui: https://www.inews24.it/2020/03/28/appare-madonna-messa-papa-video/amp/ (anche se ne hanno già parlato tutti i giornali).
La Vergine appare nei cieli su un passo importante letto dal Papa, e tratto dal Vangelo di Marco: "Perché avete paura? Non avete ancora fede?".
E ancora: "Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi”.
Questa celebrazione è già entrata nella Storia. Un Papa, quasi completamente solo sul sagrato dell'immensa Piazza San Pietro, che celebra la messa per rimettere i peccati al mondo intero. Piove. Il lastricato di San Pietro brilla sotto la pioggia. Sembra una scena metafisica.
Passano ancora le parole del Papa: "Questo tempo di prova è un tempo di scelta. E' un tempo in cui separare le cose vere da quelle non vere".
La cosa che mi impressiona di questa indulgenza plenaria che si irradia da San Pietro è quella pioggia che sembra lavare il mondo delle sue lordure. E quel silenzio ritrovato, che pareva seppellito dal frastuono che aveva sepolto Dio o, in alternativa, l'Essere di heideggeriana memoria.
Jorge Bergoglio ci ricorda la nostra fragilità: "Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca ci siamo tutti. Tutti".
Una cerimonia toccante, anche per chi non è credente. E quella sagoma apparsa nel cielo appare, sempre di più, come segnale di speranza e di conforto, come segnale sicuro di sconfitta del male e di trionfo del bene. Come spartiacque tra un prima e un dopo. Mentre sui social, assediati dall'inerzia forzata di questi lunghi giorni, si rincorrono sempre di più impressioni personali, desideri di cambiamento personale ed aspirazioni a rivedere le stelle ed un mondo migliorato, perché quello di prima, di cui pure proviamo nostalgia, non è che ci piacesse più di tanto. Ed accanto alle apparizioni mariane, vere o presunte che siano, qualcuno azzarda anche letture esoteriche del convulso periodo che stiamo vivendo: 2020, cioè 22 i pazzi e 4 (la somma di 2+2) l'imperatore, cioè il numero della materia. Caos e confusione sulla materia. Ma quel segno dal cielo ci fa ben sperare.

sabato 14 marzo 2020

NOÉMIE MERLANT, STELLA SPLENDENTE DEL CINEMA FRANCESE

   E' stata la magnifica interprete del dolcissimo e intimistico film "Ritratto della giovane in fiamme", di Céline Sciamma, insieme alla splendida Adèle Haenel, di cui già ho parlato su questo blog e che è definita "la nuova Caterine Deneuve del cinema francese".
   Noémie Merlant, classe 1988, ha uno sguardo che ti trafigge. I suoi indimenticabili occhi e la sua notevole recitazione hanno donato splendore a film come quello appena citato, a "Una volta nella vita", "Curiosa" ed al recentissimo "Jumbo", in uscita nelle sale italiane, pellicola innovativa e visionaria sul tema dell'oggettofilia. Noémie Merlant interpreta Jeanne, una timida ed introversa ragazza che fa la guardiana in un parco giochi, che ha enormi problemi relazionali con le persone e che si innamora di un oggetto: la giostra "Jumbo", che costituisce l'attrazione del parco divertimenti dove lei è impiegata.
   Noémie e Adèle sono attrici trentenni di grande spessore e carattere, che hanno avuto un'accelerazione alla loro carriera proprio grazie al film della Sciamma. La Merlant, oltre ad essere un'attrice di talento, capace di entrare perfettamente nello spirito dei personaggi che interpreta, dice cose che ne mettono in risalto l'intelligenza e la raffinatezza.
  C'è una sua bella intervista recentemente uscita sul "Journal de Femmes", in cui ci sono dei passaggi che colpiscono. Ad esempio Noémie afferma:

"Devo averne sentito parlare vagamente (dell'oggettofilia, NdR), ma non ne ho scoperto di più. All'epoca ero davvero giovane ed era per me una notizia degna di uno scherzo. Ma ammetto che tutto ciò che è insolito, originale e che porta altrove, mi interessa. Tutte le forme di amore possono essere belle, arricchenti e darci una nuova prospettiva sulle cose".


" Le persone devono essere in grado di vivere liberamente la loro nozione di amore, la loro ricerca di felicità emotiva, il loro modo di vedere le cose ... È pericoloso volerle inserire negli schemi. Cerco sempre di capire. Sono in empatia; è anche importante averlo nella professione di attrice. Mettersi nei panni dell'altra persona è essenziale e vitale per essere più pacifici. E vengo da una famiglia piuttosto speciale (ride) ... Mi ha aiutato abbastanza piccola ad accettare la differenza".


 "Potrebbe non essere strano, ma ho una relazione speciale con l'acqua. Adoro stare in acqua. Spesso ho delle carenze e mi rendo conto che proviene da lì, da questa esigenza. Adoro nuotare, stare in una vasca da bagno, un fiume, la madre"...

"Lavoro ... Mi sento riposato solo quando lavoro. Se non faccio nulla, devo essere in acqua". (Risate)


"Sono molto fortunata. Ho sempre sognato di fare questo lavoro, di viverlo, di avere molte chances. ... È un lusso perché non è mai guadagnato. Sono orgogliosa, felice e abbastanza serena. Provo a pensare a distanza. Intorno a te la situazione può cambiare. Devi sapere come essere ben supportato e non è facile. Mi prendo cura di me.



A proposito dell'ultima cerimonia dei César, nel corso della quale Adèle Haenel ha abbandonato la sala per contestare l'attribuzione del premio a Roman Polanski, Noémie ha detto:

"A un certo punto della mia vita, avevo bisogno di vedere le donne alzarsi e parlare per dire la loro verità. Fa bene andare lì, osare comunicare, capire cosa vuoi; in ogni caso, sfida la mia visione delle cose, implica davvero un dialogo con me stesso. Dopo il Cesar, tutti, a tutti i livelli, anche lontani dalla professione, si è cominciato a parlare. Le persone hanno cercato di capirsi le opinioni reciproche. Tutto ciò è positivo."


Adorable.

martedì 10 marzo 2020

LA FOTO DELL'INFERMIERA STREMATA DALLA FATICA

La storia di questa foto diventata virale è ormai troppo nota per essere riportata in questo blog. L'infermiera cremonese, stremata da dieci ore ininterrotte di fatica, nell'ospedale di Cremona che è una delle strutture più sotto stress per via del Coronavirus (Covid-19) è stata ritratta in questo scatto riversa sul computer per 5 minuti di riposo, dopo ore passate a correre da un paziente all'altro.
Senza troppe disquisizioni filosofiche, è in queste persone, eroi sconosciuti dei nostri tristi tempi, che Dio si manifesta.
In un mondo divorato dall'economia di mercato, dallo schiavismo 4.0 travestito da accoglienza, abitato da gente incurante del pericolo ma interessata solo all'aperitivo ed allo stordimento nei luoghi della movida, pervaso da forme di religiosità che sanno più che altro di propaganda umanitaria, Dio Padre e Madre si rivela in queste persone, angeli custodi di un'umanità allo sbando, bisognosa di recuperare la reale dimensione del suo stare al mondo.
Vi prego: state a casa.

lunedì 2 marzo 2020

ADÈLE HAENEL, “LA MONSTRUOSITÉ DE POLANSKI”, IL MARCIO DELLA SOCIETÀ

  Si sa che l’arte e la moralità non vanno spesso a braccetto e che anche gli artisti più grandi non sono immuni da vizi e piccati. Anzi.
 La vicenda dell’attrice austro-francese Adèle Haenel, recentemente premiata per il film “Portrait de jeune fille en feu”, sta appassionando e dividendo l’opinione pubblica francese. E sollevando un velo sottile sul maschilismo e sessismo imperante nel cinema e nella società francese. Lo scorso 3 novembre 2019 l’attrice, una delle più belle, colte, raffinate e convincenti del cinema internazionale, ultimamente richiesta anche in America, e quindi sicuramente non in cerca di facile pubblicità, in una intervista molto sofferta a Mediapart ha accusato il 54enne regista Christophe Ruggia di avere abusato di lei tra i 12 ed i 15 anni, mentre erano intenti a girare le riprese del film “Le Diables”, un racconto di infanzie violate, incentrato sulla vicenda di due bambini abbandonati dalla madre e cresciuti per strada, in un rapporto quasi incestuoso tra di loro. Dunque, tutto, tranne che poetico, come si può vedere anche dal trailer su Youtube.
  Nell’intervista Adèle è stata molto articolata a descrivere un tema così complesso come quello dell’abuso da parte di un adulto e delle tecniche sottili di manipolazione tipiche di questi comportamenti predatori. Il 26 dello stesso mese ha sporto denuncia contro Ruggia, che si è difeso dicendo di essere stato il suo pigmalione e che quella messa è in atto dall’attrice è una rappresaglia messa in atto perché lui le aveva rifiutato un film. Sta di fatto che il 4 novembre, cioè il giorno dopo l’intervista, Christophe Ruggia è stato cancellato dalla Society of Film Director. Tuttora il procedimento giudiziario è in corso, ma in Italia la notizia, più che in tv, è girata su Internet, soprattutto su siti di informazione francese. Come riporta anche Dagospia, “vari tecnici della troupe del film hanno confermato le stranezze di Ruggia e un atteggiamento «vampirizzante» e «invasivo» nei confronti della ragazzina”. Mentre “un altro regista, Eric Bergeron (suo è «Un mostro a Parigi», pellicola d' animazione di successo del 2011), è stato incriminato per aver violentato una giovane donna, che era stata sua allieva in una scuola di cinema e poi collaboratrice. E che si è in seguito suicidata”.

Niente di nuovo sotto il sole, si direbbe. Del resto, Asia Argento docet. Ma che il sessismo e la violenza sulle donne siano cose mai tramontate dovrebbe farci riflettere.
   Adèle Haenel è diventata il simbolo della protesta del movimento MeToo nel cinema francese e la sua posizione contro Ruggia ha portato alle dimissioni di tutta l’Accademia dei César. I Cèsar sono gli Oscar francesi per il cinema. Da parte di molti attori e personalità del cinema c’è stata una richiesta di maggiore trasparenza nell’attribuzione dei premi.

  Proprio pochi giorni fa, durante la cerimonia di premiazione dei Cèsar, quando durante la 45 edizione l’ambito riconoscimento è andato al regista Roman Polanski per il film “L’ufficiale e la spia”, sul famoso caso Dreyfus, Adèle Haenel, elegantissima in un abito blu di pizzo, si è alzata in piedi ed è uscita velocemente dalla sala esclamando due volte: “La honte!” (vergogna!). Polanski, com’è noto, è accusato di violenza sessuale su minorenne, reato per il quale è fuggito dall' America, e di diversi altri abusi. L’attrice è stata seguita da molte altre donne presenti nella sala, tra cui Céline Sciamma, la regista di “Portrait de jeune fille en feu” e fondatrice del collettivo 50/50, per la tutela della parità di genere nel cinema francese (pare che sia anche l’ex fidanzata della Haenel, che però su questa faccenda non ha mai detto più di tanto).

La Haenel si è fatta portavoce di una questione morale, sia nel mondo del cinema che nella società in generale, organizzata, ha detto, in un modo tale che fa sì che “la mostruosità di Polanski” sia un “caso emblematico” (min, 44-45 dell’intervista a Mediapart). Infatti l’attrice ha detto: «Premiare Polanski sarebbe sputare al volto di tutte le vittime, vorrebbe dire che non è poi così grave violentare le donne». L’attrice si è sempre dichiarata apertamente femminista ed è chiaro che la sua reazione così forte al César sia dettata anche dal disgusto per quanto patito durante la sua infanzia.

L’arte può giustificare la degradazione morale?

Pare che la società francese sia nel complesso particolarmente disgustata di tutta la faccenda (si veda www.mondofox.it/2020/03/02/cos-e-successo-cesar-awards-roman-polanski-vittoria-reazioni/), ed in particolare del fatto che questo “grande artista”, nonostante il suo passato a fosche tinte ed il mandato di cattura internazionale, abbia sempre goduto della protezione del governo francese ed abbia continuato imperterrito a rastrellare premi e riconoscimenti. Come se la sua arte lo ponga al di sopra di tutto e di tutti.

La lotta che una giovane attrice ha ingaggiato contro un sistema collaudato e marcio non sarà semplice, e di questo diamo atto alla Haenel. Non sappiamo se se ne pentirà. Proprio perché il sistema sembra incrollabile. Pare che l’élite cinematografica francese farà quadrato attorno a Polanski. Si è detto anche che il regista, girando questo film, abbia in effetti voluto scagionare se stesso. Si è parlato, con toni forti, di un’associazione a delinquere cinematografica di cui Polanski è il padrino.

Polanski stesso non si è presentato alla cerimonia di premiazione temendo per la sua incolumità.

Il giornalista francese Alexis Poulin ha detto: «Polanski è fuggito e ha trovato rifugio in Francia. In Francia accettiamo gli stupratori in fuga perché sono artisti. È un problema della società francese».

Una ricercatrice italiana in Francia ha spiegato alla Libreria delle donne di Roma che la giuria, premiando Polanski e la sua persona, si è schierata con il punto di vista maschile e questo ha fatto intravedere negli osservatori più attenti quella tipica arroganza intellettuale francese che non vuol nemmeno sentire parlare della soggettività delle donne. Ecco perché al film di Sciamma è andato solo il premio per la fotografia (anch’essa opera di una donna, come del resto tutto il film): è come se avessero detto “vi vogliamo belle ma mute”.

Certo è che la vicenda di Haenel promette futuri sviluppi e sarò interessante seguirla proprio perché in essa è contenuta una forte spinta alla moralizzazione della società ed al riequilibrio dei rapporti di potere tra i due sessi.

Una sfida non da poco, di cui il cinema è soltanto una delle manifestazioni più evidenti.

Come non essere dalla parte di Adèle Haenel?


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