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giovedì 31 dicembre 2015

GIACOMO MORRA, L'UOMO CHE INVENTO' IL TARTUFO D'ALBA

(Centro Studi Beppe Fenoglio) -  Nacque a La Morra nel 1889 alla Cascina Manescotto dei conti Falletti di Castiglione dove il padre faceva il mezzadro, famiglia numerosissima ed i figli appena potevano andavano a cercare lavoro altrove.
A 19 anni, nel 1908, se ne venne al Gallo a lavorare in una trattoria; dopo qualche anno ad Alba con i fratelli Andrea, Giovanni e Matteo a mettere su il Ristorante delle Langhe; Giacomo era bravo, abile in tutto, la convivenza con i fratelli un po’ difficile e Giacomo voleva fare da solo, nel 1923 ottenne dai fratelli la sua parte con la promessa che non sarebbe più tornato ad Alba a fare l'oste e se ne andò a Torino ad aprire una trattoria ed una bottiglieria in corso Nizza; vi rimase cinque anni, fece buoni affari, ma soprattutto capì che quel tartufo che a Torino si pagava così caro e che nelle Langhe i trifolao vendevano a poco prezzo, dopo notti insonni di ricerca, era tesoro da sfruttare, la nostalgia di Alba e delle Langhe era grande, la famiglia da crescere numerosa, ma vi era quell'impegno assunto con i fratelli: non tornare ad Alba a fare l'oste. Riuscì a convincere il fratello Andrea ad intervenire presso gli altri fratelli per farsi cancellare quell'impegno ed ottenne il permesso. Nel 1928 comprò l'Hotel Savona ed iniziò quell'avventura durata sino al 18 dicembre 1963 quando Alba dovette registrare la perdita del suo primo e grande ambasciatore nel mondo, perché è certamente vero che non è Alba che ha fatto conoscere Giacomo Morra, ma è Morra che ha fatto conoscere Alba nel mondo.Albergatore cortese, sempre disponibile, la moglie Teresa non chiudeva le porte sino a quando non fosse arrivato ad Alba l'ultimo treno ed era già in piedi al mattino presto per la partenza del primo; ristoratore dalle grandi intuizioni, inventò gli antipasti di una varietà infinita, commerciante di tartufi bianchi, ma anche neri, si riforniva a Norcia per servire il mercato francese, trovò anche il sistema di conservarli e nel 1948 fu presente sul mercato statunitense con i suoi tartufi freschi e conservati, fu chiamato il Re dei Tartufi ed i figli Mario, Giorgio e Francesco ne continuarono la dinastia e le attività sino agli anni Novanta. Nel 1936, Stampa Sera gli dedicò una mirabile intervista che occupò l’intera pagina a lui dedicata, venne pubblicata il 29 ottobre.
Il giornalista, Enzo Arnaldi, lo chiamò il “Re del tartufo” riconosciuto da tutte le Langhe e fin dai colli dell’Astigiano. Nell’intervista si leggeva ancora “Alba è un centro vitale, operoso, aperto ad ogni iniziativa, pronto a tutti i tentativi. Gente che fa, che produce, che contratta, che commercia, questa di Alba: gente che, se comunicazioni più rapide la legassero a Torino, avrebbe ancora aumentato il ritmo della sua attività agricola commerciale. E’ in centri come questo che si capisce appieno di qual forza e qual tempra sia, oggi come sempre, questa campagna di cui è fatta il nostro Piemonte.
Gente che ha iniziativa, quella di Alba, come questo Giacomo Morra che s’è messo in un albergo da gran città, tanto è perfetto e razionalmente congegnato. Persino i telefoni in ogni camera ci ha e la cantina e la cucina con miracoli di modernità».
Nel 1949, il 16 ottobre, un inviato speciale, scriveva su La Stampa: “Alba ha una reginetta del tartufo – La Bela Trifolera – che dura in carica un anno e un Re del Tartufo – Giacomo Morra che è eterno. Per sapere tutto del tartufo si va necessariamente da lui, che è storia e cronaca insieme, che può raccontarvi di Carlo V, lanciatore del tartufo e di Winston Churchill e Rita Hayworth i suoi più recenti ammiratori. Carlo V fu però in una situazione di inferiorità perché dovette accontentarsi di spendere il proprio entusiasmo per il tartufo nero del Perigord, parente povero di quello di Alba, mentre Churchill e Rita gustarono proprio quest’ultimo. Una lettera del segretario di Churchill, scritta da Gardone dice esattamente: «La signora e il signor Churchill hanno gustato e particolarmente apprezzato». I tartufi di Alba arrivarono a Rita in occasione del suo recente matrimonio.
Giacomo Morra è stato per Alba, e per il suo tartufo bianco, un grande dono, quasi un profeta.

sabato 21 giugno 2014

LE VIGNE DEL PIEMONTE PATRIMONIO UNESCO. PADRE ENZO BIANCHI: "LA LEZIONE DELLA VITE"

(La Stampa - Sabato 21 Giugno 2014 - pag. 21) - Queste colline le ho nella mente, nel cuore, negli occhi, nelle viscere... Ci sono nato in mezzo, sono cresciuto sotto il loro sguardo, ci ho giocato da bambino prima e dopo aver perso mia madre. Queste colline le ho viste aprirsi ad anfiteatro davanti a me ogni giorno per otto anni, quando tornavo da scuola salendo da Nizza a Castelboglione, le ho dipinte nei miei primi quadri. Chi è nato in quella terra racchiusa tra il Bormida, il Tanaro, il Po e l’Appennino ligure, su quelle colline di Monferrato e Langa coperte di vigneti, da lì ha ricevuto la postura da conservare per tutta la vita, una postura che ricorda la vite: a volte tormentata e nodosa, ma sempre capace di stare diritta, di ancorarsi nel terreno con radici profonde, di dare frutto anche se solo dopo anni.
Nelle Langhe e in Monferrato da secoli gli uomini coltivano la vite e senza una vigna un uomo non si sente veramente tale: così quelle colline aggruppate come greggi sono tutte ricoperte da vigneti. Filari ordinati, a volte inerpicati sui bricchi, filari nudi in inverno, protesi a catturare il sole, disposti sui pendii in modo tale da non farsi ombra l'un con l'altro: grande lezione di umiltà anche per noi! Filari di verdi diversi in estate, quando il vignaiolo riordina e abbassa i tralci che succhiano il cielo, sistemando la trama e l'ordito di un tessuto ogni anno rinnovato. Filari che in autunno si tramutano in un'inarrivabile tavolozza di pittore, così da dipingere d'oro e rubino la festa della vendemmia e il meritato, gioioso riposo...
La vigna è frutto dell'amore per la terra, e il contadino monferrino o langarolo da sempre osserva un comandamento inciso nei solchi: "Ama la terra come te stesso", amala anche se lavorando è duro, se le sue coste ripide richiedono una fatica a volte eroica, se i buoi ieri e i trattori oggi procedono sbilanciati a valle, se i carri rischiano di ribaltarsi tra i filari. Ama questa terra, che da sotto la coltre magica della vigna lascia trasparire solo qualche rocca giallastra e azzurrina, impossibile da coltivare; ama queste colline che le Alpi da lontano incoronano di neve, così ben raffigurate dalle foto scattate con amore da Enzo Mazza, invito irresistibile ad "andar per colline".
E i contadini l'hanno amata e la amano questa porzione di mondo, perché sanno che coltivare la vigna è come stipulare un matrimonio con la terra, è come affermare una speranza radicandola in quelle zolle, confidando che dai tralci nodosi penderanno grappoli di luce prima ancora che acini di uva. I vignaioli amano queste colline di antichissime origini, le conoscono una a una, l'una diversa dall'altra, l'una abbracciata all'altra in una danza di colori e di vita.
Amano la vite anche quando passano tra i filari a potare, quando l'occhio esperto e il colpo secco delle forbici fa piangere il tralcio: a questo gesto che causa dolore per dare vita nuova pensava Virgilio quando scriveva "sunt lacrimae rerum"? Credo ne fosse convinto Pavese, quando diceva che a vedere una vite ci si commuove e paragonava la vigna al miele dell'anima, dolcezza da annusare passando tra i filari a settembre.
I contadini amano queste colline quando in inverno, in mezzo alla neve, i falò cantano alla luna e riscaldano i cuori, le amano quando darebbero il loro stesso corpo per ripararle dalla grandine, le amano anche nelle annate in cui la vendemmia non è buona e protende la sua ombra di miseria sui mesi a venire. E' forse per questo che sovente la cima della collina si prolunga nel profilo dei cipressi, quasi un tempio naturale innalzato per dire grazie alla terra che chiede di essere abitata senza desiderare di abbandonarla per andare in cielo.
Sì, perché monferrini e langaroli amano la terra, la vigna prima ancora e forse più ancora del vino che pure ne è il frutto. Quante parole, quanta poesia, quanti sogni attorno al vino... E quanto silenzio distratto attorno alla vigna. Ma non importa: chi è nato nella Langa, come Pavese e Fenoglio, o in Monferrato, come Bobbio e i nonni di papa Francesco, sa che la gioia del vino si può diffondere ovunque, ma non esiste mercato dove si possa comprare l'amore per la vigna. E poi, il canto sul vino e il silenzio sulla vite sono la cifra di queste terre: sono voce e silenzio entrambi da ascoltare perché da sempre qui vivono insieme. Raramente nelle Langhe e in Monferrato il lavoro rompe il silenzio o il silenzio assorbe la voce: insieme fanno segno che una terra più abitabile è possibile, basta lasciarsi abitare dal suo fascino antico.
ENZO BIANCHI
 

martedì 13 novembre 2012

MORTA LA MOGLIE DI BEPPE FENOGLIO

ROBERTO FIORI

(La Stampa) E' morta ieri notte nella sua casa di Alba, Luciana Bombardi, vedova dello scrittore Beppe Fenoglio. Aveva 85 anni ed aveva sposato l'autore del "Partigiano Johnny" il 28 marzo 1960, dopo un lungo fidanzamento iniziato già nell'immediato dopoguerra. La loro unione fu breve, interrotta dalla tragica morte dello scrittore partigiano la notte del 17 febbraio 1963. Due anni prima, il 9 gennaio 1961, nacque la loro figlia Margherita, oggi avvocato, che fino agli ultimi istanti è rimasta al fianco della madre. Molto riservata, poco incline ai riflettori ma sempre presente al fianco della figlia alle occasioni pubbliche in ricordo del marito, Luciana Bombardi proveniva da una famiglia benestante di Alba e per molti anni aveva condotto un noto negozio di pelletteria in via Maestra, nel cuore della città.

Nella foto di Bruno Murialdo: Luciana Bombardi

sabato 23 aprile 2011

FERRERO: QUEI FURGONCINI CACAO E NOCCIOLA CHE PORTAVANO IL NOME DI CUNEO IN GIRO PER L'ITALIA

(Targatocn) - Anni fa, quando incontrai per la prima volta l’attuale Presidente Nazionale della CIA Giuseppe Politi, che è un pugliese del Salento, mi disse che conosceva Cuneo per una cosa sola: per lui Cuneo era sinonimo di quei furgoncini color cacao e nocciola che giravano città a paesi della Puglia, targati CN, a consegnare i prodotti della Ferrero. Io non avevo mai immaginato che a costruire il buon nome della Granda in tutt’Italia potesse aver così tanto contribuito l’industria di Alba, che per noi fa parte del paesaggio e della nostra storia, che porta nel marchio un cognome diffusissimo in Piemonte, che inonda – con l’aroma del cacao tostato – l’aria di Alba di prima mattina.

Qual è l’importanza di questo colosso industriale per l’albese e per tutta la Provincia di Cuneo è già stato ribadito in tutte le salse in questi giorni di sbigottimento, malinconia e, anche, preoccupazione in seguito alla morte improvvisa del quarantottenne AD Pietro Ferrero, lo stile riservato e scevro da qualsiasi esibizionismo della famiglia, l’impegno dei Ferrero e della loro azienda rispetto alle più svariate iniziative “sociali” ed umanitarie.

Senza far clamore quest’industria ha difeso e difende la nostra agricoltura, quella reale e genuina: è logico quindi che oggi il mondo agricolo sia in lutto per questa perdita che sente anche sua.

Valentina Masante - direttore Cia Cuneo

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