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mercoledì 10 ottobre 2012

FORZA MALALA, PICCOLA GRANDE DONNA!

(Fonte: Riflessi d'acqua) 


"MALALA YOUSAFZAI...quando una voce libera e critica è un ostacolo da eliminare.

Malala Yousafzai, ragazzina pakistana quattordici anni appena, è uno dei simboli dei diritti delle donne, e delle bambine, nel Pakistan delle aree tribali, dominato ancora dai taleban e da leggi ancestrali. 
 

Da tre anni denunciava nel suo blog, sul sito della Bbc in lingua urdu, la condizione delle bambine nello Swat, allora sotto la piena offensiva dei taleban, che facevano chiudere una scuola dopo l’altra, e distruggevano quelle che si opponevano.
Nel 2011 aveva ottenuto del primo premio nazionale per la pace dal governo di Islamabad ed è stata segnalata per l’International Children’s Peace Prize dal gruppo KidsRights Foundation.
Le hanno sparato appena uscita di scuola. Almeno sei colpi di pistola, che hanno raggiunto lei e due sue compagne e che, solo per caso, non l'hanno uccisa, solo ferita, anche se gravemente.

Forza, Malala, piccola grande Donna!
Devi farcela! Siamo tutti con te"

- Riflessi d'acqua -

*Nella foto: Malala Yousafzai

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mercoledì 20 agosto 2008

L’esempio della Bhutto per il nuovo Pakistan

Il Giornale, 20 agosto 2008
MARIA GIOVANNA MAGLIE
Può la morte avere un senso? Ora che Musharraf si è dimesso, ora che il figlio maggiore ed erede sta tornando in Pakistan a proseguire il lavoro della madre, vorrei ricordare il sacrificio di Benazir Bhutto. Aveva solo 54 anni, era una donna bellissima e forte, era tornata in Pakistan per tentare di favorire elezioni democratiche. Oppure per morire, come si sapeva che sarebbe accaduto, come lei accettò che accadesse. La sua biografia è importante, travagliata e attraente: era la figlia primogenita del deposto primo ministro Zulfikar Ali Bhutto, ucciso dai militari. Laureata in scienze politiche a Harvard, master a Oxford in politica, filosofia ed economia, non aveva ancora vent'anni e già lavorava a fianco di suo padre. Quando nel 1979 il generale Zia-Ul-Haq fece uccidere Ali Bhutto, a lei toccarono isolamento e arresti domiciliari. Nel 1988 finalmente si tennero le elezioni, ed il PPP, il partito del popolo, stravinse, lei fu nominata primo ministro. Aveva 35 anni Benazir, divenne la più giovane e la prima donna a capo del governo di un Paese musulmano, un'onta senza precedenti per l'Islam e i militari. Era bella, educata in Occidente, moderna, emancipata. L'effetto mediatico fu grande, l'odio di più. Fu destituita nel 1990 dall'allora presidente della Repubblica con accuse di corruzione mai provate. Nello stesso anno il suo partito perse le elezioni. Per tre anni fu a capo dell'opposizione contro il governo di Nawaz Sharif, finché nel 1993 non si tenne una nuova consultazione che vide la vittoria del PPP.Benazir Bhutto tornò a essere primo ministro, nel 1996 nuove accuse, concentrate sulle attività imprenditoriali del marito, Asif Ali Zardari, ministro nel suo secondo governo, le costarono una condanna a cinque anni di carcere e una multa di otto milioni di dollari. Il marito la galera se la fece, fino al 2004, lei scelse di rimanere all'estero, nonostante la Corte Suprema avesse rovesciato la sentenza, definendola un complotto. Poi gli Stati Uniti strapparono al generale e presidente Musharraf la promessa di libere elezioni, e l'autorizzazione a farla rientrare. Lei accettò, «perché sono ottimista e bisogna pur provarci». L'hanno uccisa dei terroristi islamici, questo è sicuro, lei aveva denunciato le infiltrazioni di Al Qaida nel governo, la codardia di Musharraf.Quando l'hanno ammazzata, due mesi dopo il ritorno in patria, ho scritto su Il Giornale: «Onore a una grande donna e a un grande leader. Guai a chi non capisce che è morta anche per noi». Oggi continua a sembrarmi la frase giusta per renderle omaggio.

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