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lunedì 17 aprile 2017

CEDI LA STRADA AGLI ALBERI


(frammenti di un discorso ecologico dalla casa della paesologia)

di FRANCO ARMINIO
Non ti affannare a seminare noie e malanni nelle tue giornate e in quelle degli altri, non chiedere altro che una gioia solenne. Non aspettarti niente da nessuno e se vuoi aspettarti qualcosa, aspettati l’immenso, l’inaudito.
Trovati uno scalino, riposati con la faccia al sole. Se c’è qualcuno che parla ascoltalo. Per tornare a casa aspetta che sia sera. Usa il buio come un fiocco per chiudere la giornata e fanne dono a chi ti vuole bene.
Prendi un angolo del tuo paese e fallo sacro. Vai a fargli visita prima di partire e quando torni. Stai all’aria aperta almeno due ore al giorno. Ascolta gli anziani, lascia che parlino della loro vita. Fatti delle piccole preghiere personali e usale. Esprimi almeno una volta al giorno ammirazione per qualcuno. Dai attenzione a chi cade. Leggi poesie ad alta voce. Fai cantare chi ama cantare. Prova a sentire il mondo con gli occhi di una mosca, con le zampe di un cane.
Il bene quando c’è dura assai poco, in genere svanisce il giorno dopo. Girati verso il muro, verso il sole che illumina una faccia qualsiasi. Festeggia appena puoi il minuto più inutile della tua vita.
Spesso gli uomini si ammalano per essere aiutati. Allora bisogna aiutarli prima che si ammalino. Salutare un vecchio non è gentilezza, è un progetto di sviluppo locale.
Camminare all’aperto non è seguire il consiglio del medico, è vedere le cose che stanno fuori, ogni cosa ha bisogno di essere vista, anche una vecchia conca piena di terra, una piccola catasta di legna davanti alla porta, un cane zoppo. Quando guardiamo con clemenza facciamo piccole feste silenziose, come se fosse il compleanno di un balcone, l’onomastico di una rosa.
Mai vista una primavera così bella, la luce sembra impazzita, è un diamante la testa del serpente, il silenzio concima le ginestre, sono quieti i paesi da lontano. Non insistere a dolerti, ogni albero è tranquillo e felice di vederti.
Camminare, guardare gli alberi, non dire e non fare nient’altro che un giro nei dintorni, uscire perché fra poco esce il sole, perché una giornata qualsiasi è il tuo splendore. Pensa, hanno già spezzato una zampa a un cane, una foglia è caduta. Fatti girare la testa velocemente e poi fermala, apri gli occhi a caso: davanti a te c’è una scena del mondo una qualunque, vedi quanto è preziosa, vedila bene, con calma, tieni la testa ferma, rallenta il giro del sangue. Che meraviglia che sia mattina, che abbia smesso di piovere.
C’è solo il respiro, forse ce n’è uno solo per tutti e per tutto. Spartirsi serenamente questo respiro è l’arte della vita. La faccenda è teologica. Abbiamo bisogno di politica e di economia, ma ci vuole una politica e un’economia del sacro. Ci vuole la poesia.
Molte albe, molte gentilezze, festeggiare molto spesso la luce, poco avere, scarsi indugi, minare il rancore, farlo saltare, meglio il silenzio, la carezza, il fiore.
Per stare bene non ci vogliono i medici, ci vuole una passione senza fine. Abbiamo bisogno di cose profonde e invece zampettiamo in superficie. Chi è chiuso nelle grandi malattie lo sa bene quanta vita sprechiamo noi che stiamo bene.
Sento che siamo arrivati ai giorni semplici. Ora si può credere a quello che ci accade,
credere all’aria che ci accoglie quando usciamo e al saluto di chi incontriamo, alla notte che viene, alla luce che rimane, credere che non c’è malattia fino a quando parliamo con la nostra voce, fino a quando lottiamo con gioia. Attraversiamo con fiducia ogni scena del vivere e del morire, facciamo di ogni fatica una fortuna, andiamo dentro le ore senza saltarne una.
Punta sulla nuvola e su altre cose mute, non tue, non vicine, non addestrate a compiacerti, punta sulla morte, anche sulla morte, sulla sua decenza, sul fatto che non ritratta niente, punta sulla luce, cercala sempre, infine punta sulla tua follia, se ce l’hai, se non te l’hanno rubata da piccolo.
La notte scorsa nel mondo sono morte tante persone. Noi no. È bene ricordarsi ogni tanto il miracolo di stare nella luce del giorno, davanti a un albero, a un volto.
Non so quando è accaduto il massacro di ciò che è lieve, lento, sacro, inerme.
Adesso per tornare a casa, per tornare assieme nella casa del mondo,non serve la rabbia, non serve lo sgomento, basta sentire che ogni attimo è un testamento.
Concedetevi una vacanza intorno a un filo d’erba, dove non c’è il troppo di ogni cosa,
dove il poco ancora ti festeggia con il pane e la luce, con la muta lussuria di una rosa.
Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, gente che sa fare il pane, che ama gli alberi e riconosce il vento. Più che l’anno della crescita, ci vorrebbe l’anno dell’attenzione. Attenzione a chi cade, al sole che nasce e che muore, ai ragazzi che crescono, attenzione anche a un semplice lampione, a un muro scrostato. Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, al buio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza.

martedì 26 luglio 2016

ALIANO, IL PIU' BEL FESTIVAL CHE CI SIA



(wikipedia) - Aliano è un comune italiano di 1.009 abitanti della provincia di Matera in Basilicata. È noto per essere stato il luogo in cui trascorse parte del suo periodo di confino lo scrittore Carlo Levi. Aliano è inoltre affiliato all'Associazione Nazionale Città dell'Olio ed il suo territorio circostante è caratterizzato dal tipico paesaggio dei calanchi. Arrampicato su un colle argilloso a 555 m s.l.m., domina la Val d'Agri e il torrente Sauro nella parte centro-occidentale della provincia al confine con la parte centro-orientale della provincia di Potenza. Nel suo territorio sono presenti numerosi calanchi. I film girati nel territorio di Aliano, sono: Cristo si è fermato a Eboli, diretto da Francesco Rosi e con Gian Maria Volonté (1979). Basilicata coast to coast, diretto da Rocco Papaleo (2010). 

(Franco Arminio) - Aliano in questi giorni si è candidata come capitale italiana della cultura per il 2018. Questo è un pezzo del dossier che è stato spedito al ministero dei beni culturali.
In tutto il mondo i politici credono molto alle metropoli, vivono nelle metropoli. In tutto il mondo si fanno aeroporti, metropolitane, grandi parcheggi, insomma si pensa ai luoghi dove vivono tante persone tutte assieme. Noi vorremmo che l'Italia diventasse una nazione che dà molto attenzione ai paesi. E questa attenzione dovrebbe cominciare dai paesi del Sud. Meglio ancora, dai paesi del Sud più lontani dai grandi centri. Ecco, un paese ideale su cui l'Italia dovrebbe investire è Aliano. Un luogo che tenta di diventare luogo di accoglienza dopo un passato da luogo di esilio. Di un paese così non hanno bisogno solo i suoi abitanti, ma gli italiani delle città e di altri paesi. Aliano come capitale del margine. L'Italia come nazione in cui il margine riceve grandi attenzioni. Una nazione in cui ogni albero, ogni strada di campagna, ogni piccola masseria, ogni azienda agricola sono considerati come il centro di tutto e di tutti. Il centro per salvarsi deve smettere di rubare linfa ai margini. In questo modo il margine muore e il centro vive male.
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Un piccolo paese viene raccontato dai suoi abitanti partendo sempre da quello che manca. Quando il visitatore chiede: cosa c'è in questo paese? La risposta è molto facile: niente. Aliano è uno dei tanti paesi che a passarci dentro distrattamente puoi pensare che non c'è niente. E invece è un paese pieno di luoghi culturali. E molti di questi luoghi sono legati a Carlo Levi, alla sua scrittura e alla sua pittura. Aliano è un paese fragile dal punto di vista geologico e dal punto di vista demografico. Un paese che cade, un paese da cui si emigra. Sarebbe bellissimo se l'Italia nominasse Aliano come capitale della cultura per il 2018. Un gesto rivoluzionario. Un gesto che sarebbe l'inizio di un nuovo Rinascimento per luoghi dove il Rinascimento non c'è mai stato.
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Ad Aliano è nato il Festival della Paesologia. Non poteva nascere altrove. La paesologia è uno sguardo umorale sui luoghi meno noti. Uno sguardo che intreccia il dentro e il fuori. Nel 2018 sarebbe bellissimo trasformare il festival in un'azione poetica che dura un anno intero. Ogni persona che arriva, ogni dialogo, ogni solitudine, tutto è dentro questo festival che abolisce lo spettacolo, la divisione tra artisti e spettatori. Un anno intero in cui un paese viene attraversato dalle migliori esperienze umane. Aliano accoglie, si lascia attraversare, offre il paesaggio inoperoso dei calanchi, offre le sue debolezze, e tutto questo diventa una sorta di Expo della vita ordinaria, un luogo in cui la poesia e l'impegno civile si intrecciano. Aliano diventa laboratorio dell'Italia interna. Si filano i pensieri, se ne fanno vestiti per il buon umore e per una buona storia. L'Italia non può uscire dal capitalismo, ma può uscire dall'ossessione del Centro. Aliano si dà il coraggio di fare una festa che dura un anno intero, l'Italia dell'arte e l'Italia rurale s'incontrano in una sagra che non esiste: la sagra del futuro.
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I paesi non moriranno. I paesi saranno le capitali del mondo. Aliano può essere un esperimento. La società dell'autismo corale può essere curata solo in luoghi in cui c'è tanto spazio e poche persone. Ci vuole uno spazio che è tutto dentro la modernità, ma che è poco urbanizzato. Uno spazio in cui salutare è un gesto coltissimo, è grande cultura passare il tempo, avvertire quello che accade nei volti, sentire la pioggia, sentire gli animali, sentire i morti. Un paese capitale della vita scampata al genocidio degli affari, alla smania del tempo pieno, al delirio di sfruttare ogni occasione. Aliano non ha avuto fretta, non ha mai fretta. La sua grazia è nel pane, nell'olio. Un paese è bello quando non somiglia a nessun altro, quando ha un'aria solamente sua, un'aria inattuale, un'aria che sembra ignorare quale secolo è in corso. L'Italia deve rialzarsi partendo dai luoghi che ha trascurato. Non bisogna pensare a una cultura che produce economia, ma una cultura che produce emozione, silenzio, dolcezza, lontananza.

(Dalla pagina facebook di Franco Arminio
nel programma sterminato della festa della paesologia
ci sarà posto anche per i monologhi di attori falliti e per le letture di poeti che non riescono a pubblicare neanche a pagamento
scrivete a livarmonio@gmail.com


mercoledì 27 aprile 2016

CI VUOLE UNA PASSIONE

Franco Arminio

Per stare bene
non ci vogliono i medici,
ci vuole una passione.
La stanchezza
viene dal fatto che viviamo poco.
Siamo fatti per il profondo
e invece zampettiamo
in superficie.

mercoledì 17 febbraio 2016

FRANCO ARMINIO, CI VUOLE LA POESIA

La modernità finisce ogni giorno e ogni giorno prolunga la sua esistenza con una magia collettiva che occulta ciò che è in piena evidenza: non crediamo più alla nostra avventura su questo pianeta. Non abbiamo nessuna religione che ci tiene assieme, nessun progetto da condividere. La paesologia denuncia l’imbroglio della modernità, il suo aver portato l’umano dalla civiltà del segno alla civiltà del pegno. Navighiamo in un mare di merci, e intorno a noi è tutto un panorama di navi incagliate: le nazioni, gli individui, le idee, tutto è come bloccato in un presente che non sa volgere la sua fronte né avanti né indietro.
In uno scenario del genere una politica possibile è la poesia. La poesia non è il fiore all’occhiello, è l’abito da indossare, ma prima di indossarlo dobbiamo cucirlo e prima di cucirlo dobbiamo procurarci la stoffa. La poesia ci può permettere di navigare nel mare delle merci lasciandoci un residuo di anima. La poesia è la realtà più reale, è il nesso più potente tra le parole e le cose. Quando riusciamo a radunare in noi questa forza, possiamo rivolgerci serenamente agli altri, possiamo scrivere, possiamo fare l’oste o il parlamentare, non cambia molto. Quello che conta è sentire che la modernità è una baracca da smontare. Una volta che la baracca è smontata, piano piano impareremo a guardare la terra che c’è sotto per costruire in ogni luogo non altre baracche, ma case senza muri e senza tetto, costruire non la crescita, non lo sviluppo, costruire il senso di stare da qualche parte nel tempo che passa, un senso intimamente politico e poetico, un senso che ci fa viaggiare più lietamente verso la morte. Adesso si muore a marcia indietro, si muore dopo mille peripezie per schivare o per cercare la fine. E invece c’è solo il respiro, forse ce n’è uno solo per tutti e per tutto. Spartirsi serenamente questo respiro è l’arte della vita. Altro che moderno o postmoderno, altro che localismo o globalità. La faccenda è teologica. Abbiamo bisogno di politica e di economia, ma ci vuole una politica e un’economia del sacro. Ci vuole la poesia.

Per salvare il mondo dobbiamo pensare che siamo mortali, dobbiamo usare i nostri corpi, camminare, abbracciarci, stenderci al sole e sgretolarci, annusarci, danzare, suonare, salutare il sole, scrivere poesie, non ci sono altre strade, dobbiamo congedarci da ogni idea di progresso, dobbiamo congedarci da ogni fissità, muoverci sciolti, muoverci nel provvisorio, scatenare immaginazioni, lasciare i caselli delle mete obbligate, muoverci verso l’impensato, tenere il miracolo del mondo nel nostro fiato, raccontarci la meraviglia di essere qui assieme ai cani, ai vermi, ai conigli, alle nuvole, alle foglie, ai pesci, agli uccelli, assieme alla pioggia, assieme al vento, stare qui a sentire l’aria che gira senza mai fermarsi, raccontarci storie belle, mutilare l’efficienza, l’indifferenza, sgangherare l’idea del profitto, disarmare il disincanto. Con queste munizioni nello spirito possiamo guarire qualcosa, il nostro compito non è di allungare la permanenza a niente e a nessuno, ma rendere più lieve e lieto quello che c’è e quello che siamo. Poi tutto avrà fine e buona notte.

FRANCO ARMINIO

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