giovedì 13 giugno 2013

LOBBY DI FATTO

massimo gramellini


 A essere proprio pignoli, in Vaticano non dovrebbero esistere né i gay né gli etero. Non praticanti, almeno. Così impongono le regole che si sono dati da quelle parti: discutibili, discutibilissime. Ma rispettabili, anche se poco rispettate. A essere ancora più pignoli, non dovrebbero esistere neanche le lobby, però questa è un’obiezione retorica: in ogni consesso umano si formano cordate cementate dall’appartenenza a minoranze che si ritengono - spesso a ragione - perseguitate (nei giornali esiste una lobby di tifosi del Toro, potentissima e segretissima, tanto che ne farei parte a mia insaputa). Per quanto lo stupore che ci provoca una notizia «clamorosa» superi ormai di rado il tempo di un ohibò, il Papa che conferma l’esistenza di una lobby gay in Vaticano rientra nel novero degli eventi capaci di fare inarcare le sopracciglia persino a Dan Brown. 
Di una cosa invece si può andare abbastanza sicuri. La lobby gay del Vaticano avrà pure un potere assoluto su conti in banca, nomine in Curia e scatti di carriera per le guardie svizzere con muscolatura ispirata alle statue di Michelangelo. Ma quando si tratta di decidere la linea del Vaticano in materia di unioni di fatto e coppie gay, l’influenza della lobby misteriosamente evapora. 

Mai conosciuta una lobby così distratta. O così egoista: il diritto di fare quel che gli pare, i prelati gay lo vogliono tenere tutto per sé. 

ALLONTANARSI DAL NEGATIVO



sabato 8 giugno 2013

NO COMMENT

Qui si discute di femminicidio

 
massimo gramellini

La foto testimonia l’interesse travolgente con cui i deputati della Repubblica hanno seguito il dibattito sulla ratifica della convenzione di Istanbul, che finalmente riconosce la violenza contro le donne come violazione dei diritti umani. 
Esprimo solidarietà alla presidente Boldrini (quel puntino scuro sulla destra) e ai pochi superstiti. Se qualcuno volesse sapere perché le urne della politica sono sempre più vuote, gli basterebbe osservare le aule. Le urne si adeguano soltanto, partecipando a quel senso diffuso di impotenza che è il male sottile della democrazia. 


Brutta ciao

Questa sera andrò a festeggiare la partenza di un caro amico di 38 anni, che domani prenderà l’aereo destinazione Singapore. Lì lo aspetta un lavoro qualificato, pagato, dignitoso, di alta specializzazione. Un lavoro che ha cercato in Italia per troppo tempo perché, per l’ennesima volta, l’azienda per cui lavorava ha chiuso o delocalizzato. Dovrà occuparsi di internazionalizzazione di un prodotto - tipico italiano, ma non italiano - per i mercati emergenti.  
Sono ovviamente contento per lui, ma stasera, con gli amici di infanzia, non so ancora se festeggeremo un nuovo inizio o intoneremo l’ennesimo «de profundis» della mia generazione.  
L’ennesimo, perché non è il primo amico che parte: ne ho in Francia, in Svizzera e tutti con egregi titoli di studio, competenze e referenze. Tutti partiti perché «qui non trovavano».  
Credo che ormai non ci siano più parole per definire la nostra classe politica, avviluppata su se stessa ed esclusivamente concentrata sulla propria sopravvivenza, troppo occupata a discutere sul sesso degli angeli, sulle guerre interne, sul reciproco discredito, paralizzata, incompetente e, mi viene da dire, senza figli da salutare.  
Mi sento sconfitto, avremmo bisogno di un nuovo domani, di speranza, di futuro. Io mi limito a fare studiare l’inglese ai miei figli, sperando che un giorno, almeno loro, possano raggiungere i miei cari amici non più vicini e troppo lontani. Buon viaggio, «Vecchio». 
 

martedì 4 giugno 2013

MASSIMO CACCIARI A BENEVENTO SU 'IL POTERE E IL PROSSIMO'



Massimo Cacciari
Il potere che frena – Lectio Magistralis
Cinema San Marco – Benevento – 2 giugno 

 
DEFINIZIONI DEL TERMINE ‘POTERE’

Kràtos, con l’infinito kràsein (perficere). Indica il realizzare qualcosa fino in fondo. Per i Greci, tuttavia, tale capacità o potenza del fare fino in fondo è solo degli dei, o meglio, di Zeus. Fare quello che si vuole. ‘Vuolsi così colà dove si vuole ciò che si vuole’.
‘Ciò che voglio posso’: non si può immaginare un potere più di questo.
“Kraft” in tedesco ha forse attinenza con “kràtos”.

Dìnamis: potere che ha il timbro di ‘possibile’, della possibilità. ‘In potenza’ è diverso da ciò che è ‘in atto’ (energhèia). Possibile quel fare perfetto. Opero in quella direzione, ma incontro tanti casi, ho a che fare con la fortuna, l’accidente, o, per dirla con Machiavelli, “tempestates”, per cui nel potere stesso devo tenere presente questi accidenti e questi condizionamenti. Mai dimenticare il limite intrinseco all’idea di potere. Non avrò mai il ktràtos.

Potestas: da questo termine deriva il nostro ‘potere’. Da esso deriva anche la parola “pater”. Nel nostro linguaggio indichiamo un “potere patrio”: “potestas patrae” e l’immagine non casuale dei patrizi, cioè l’assemblea dei padri che nell’antica Roma ha il potere legislativo. Il potere esclude la dimensione femminile. Non è possibile pensare una ‘potestas matriae’. Bisogna allora pensare ad una volontà di riformare e contraddire lo stesso linguaggio sul potere femminile. Rivoluzione del linguaggio e relativa rivoluzione antropologica. Si tratta di pensarla su tempi molto lunghi. Ciò che è sedimentato si incarna nel nostro stesso linguaggio.
La rivoluzione del potere?
Non è possibile pernsare solo alla potestas patriae perché dobbiamo introdurre la figura femminile. Ecco allora:

Auctoritas: qui non c’è il ‘padre’. Qui c’è la radice ‘augeo’, ciò che fa crescere, che genera, sviluppa, che dà vita. Quindi si avvicina ad un’idea femminile.
Il ‘genitor’ è colui che genera, ma può anche non avere ‘potestas’. “Auctoritas” è invece sinonimo di generatrice. Ne ‘Il Principe’ scritto nel 1513, e di cui quindi quest’anno si celebra l’anniversario (500 anni), è detto: “E’ ben diverso tenere una città che conquistarla”. E’ necessario un saldo potere per guidare ad una meta, e quindi è superiore alla stessa “potestas”, che significa “contenere” e “tenere”. Potere non è soltanto conservare uno Stato sotto una patria potestà: ha senso solo se “genera”, e la donna, appunto, genera.
Combinando i termini: il potere è tale se ha auctoritas, se apre, se libera, e cioè si approssima. Chi è il prossimo? Sono se mi approssimo all’altro, se vedo che sta male perché non è libero, se è angustiato, soffocato, e quindi mi approssimo per liberarlo.
Un potere è legittimo nella misura in cui è auctoritas, fuori dalla “potestas patriae” e quindi ci mette di fronte a quell’eterno femminino che è ciò che genera e libera. “Liberarci dalla “potestas patriae” e dal suo timbro conservatore. Questo per me è il potere” (Massimo Cacciari).
Possiamo associare il potere a un’immagine: la parabola del buon samaritano. Dove il samaritano si approssima ad un uomo angustiato ed usa il suo potere (ha potere perché è libero, ha soldi finanche per pagargli l’osteria) per liberare quell’uomo. Per liberarlo, non per diventarne il padrone. E lasciarlo andare. Libero qualcuno quando lo lascio andare. Occorre creare le condizioni perché ognuno vada per conto proprio e non abbia più bisogno di padri, padrone e senza nessuna ‘auctoritas’. Non è l’auctoritas solo un servizio, ma è collegata all’idea di libertà. Libero l’altro perché vada, proceda, produca. “E povera l’idea di servizio rispetto all’idea di auctoritas” (Massimo Cacciari).
“Il samaritano ebbe misericordia. Il suo cuore andò in frantumi”.
Ecco allora le condizioni dell’agire politico: avvertire le condizioni di angustia e pensare a liberarle. L’alternativa a questo è il compromesso, la mediazione, le tattiche. Tutte cose, beninteso, che fanno parte anch’esse della politica.
La tattica è un agire bene ordinato. Ma nella direzione di liberare un ferito a morte. Ogni tattica è subordinata alla visione del ferito a morte, alla sua condizione intollerabile.
Così l’agire politico non è soltanto autoreferenziale, cioè potestas politica, ma è sùn-patèia, soffrire con l’altro. Prima questo, poi la tattica. E le due cose vanno combinate, altrimenti è solo pietà umana o fredda azione che non libera e non va in nessuna direzione.
L’idea di potere deve coniugarsi all’idea di prossimità. Questo è l’invito di Cacciari.

Il Cristianesimo non è solo la religione della potestas patriae. La Madre di Dio, teotocòs, è centrale nel Cristianesimo. Nel femminile è collocata l’idea della Santissima Trinità, esattamente nella colomba dello Spirito Santo.
Il Lògos = il Verbo. Traduciamolo con Parola.
I confratelli di San Francesco lo chiamavano ‘mater sanctissima’

lunedì 3 giugno 2013

PEOPLE HELP THE PEOPLE



Dio sa cosa quei cuori deboli e ubriachi nascondono
immagino che tu abbia baciato le ragazze
e dopo tu le abbia fatte piangere
quelle regine di disavventura dai lineamenti duri
Dio sa cosa quegli occhi deboli e infossati nascondono
un'ardente schiera di angeli in sordina
che danno amore senza volere nulla in cambio

le persone si aiutano
e se hai nostalgia di casa, dammi la tua mano
e io la stringerò, le persone si aiutano
e niente ti trascinerà verso il basso
e se avessi un cervello, se avessi un cervello
sarei freddo come un sasso e ricco come uno stupido
loro si voltano alla vista di quei cuori buoni.

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