lunedì 5 agosto 2013

MOVIDE CHE IMPERVERSANO, DAL PIEMONTE ALLA CAMPANIA

Movide che imperversano. Che tristezza per i nostri giovani

(Gazzetta d'Alba) - Gentile Direttore, come genitore le chiedo la possibilità di vedere pubblicata la seguente lettera sulle movide che imperversano dovunque. Ognuno ha le sue ragioni e i suoi occhiali per leggere un evento sociale di questa natura: l’incentivo del commercio (dicono gli interessati), rivitalizzare i centri storici (dicono gli uomini di cultura), essere al passo con i tempi e favorire i giovani (dicono i politici). Tutto qui? Io sono uno all’antica che desidererebbe un tessuto sociale meno rumoroso, meno invadente e soprattutto meno trasgressivo e commerciale. Non tutto si può comprare e non tutto è guadagno. Il commercio ha un’etica? I costi sociali di lotta e cura alle nuove dipendenze, alle ludopatie che intaccano come un tarlo la crescita dei nostri figli e di diversi adulti dove li collochiamo? Penso a quella donna, che ha fatto storia e girato in rete, che nella sua normalità ha tolto dal suo bar le slot perché stufa di vedere gente rovinarsi e lo ha fatto perdendo degli introiti economici non da poco. Mi pare davvero triste pensare alla vita di una città, delle nostre piccole città e di alcuni paesotti ed essere convinti che sparare musica, vendere alcolici a basso prezzo, abitare in strada la notte a suon di buona o cattiva musica sia una via maestra da percorrere. Anzi, la domanda è: tutto qui? Abbiamo ridotto le nostre vite a bolle di sapone, che luccicano e riflettono, ma al primo soffio ci lasciano con nulla in mano. Fosse per me che sono uno all’antica pazienza, ma la tristezza è maggiore se penso al mondo che lasciamo e a come educhiamo i nostri figli, clienti fedeli e succubi di una cultura del denaro e del profitto. Buona movida a tutti.
Giona Cravanzola Torino

Il tema movida è solo la punta dell’iceberg di un problema più profondo, che non riguarda solo i giovani. Come scrive il lettore, i punti di vista sono diversi. Ci sono quelli favorevoli perché si incentiva il commercio, si rivitalizzano i centri storici, si offrono ai giovani opportunità di incontro e divertimento. Ci sono quelli contrari perché di notte vorrebbero giustamente riposare, o sono preoccupati per l’abuso di alcol, droga, per gli atti di vandalismo. Tutti hanno una parte di ragione. È impensabile una sorta di “coprifuoco” appena scende il buio, i turisti hanno diritto all’intrattenimento, e i giovani a spazi e momenti di aggregazione. D’altra parte il rispetto degli ambienti pubblici e di chi vive in città è da garantire con regole chiare. Il problema però, come dicevo, è di fondo.Non possiamo dimenticare le difficoltà in cui si trovano molti giovani, a causa della mancanza di lavoro e di prospettive per il futuro. Né possiamo fingere di non sapere che proprio noi adulti abbiamo trasmesso loro valori che non sono tali: denaro, successo, potere da ottenere a tutti i costi. C’è spesso alla base della trasgressione giovanile un senso di vuoto, quasi di disperazione, un cupio dissolvi, un desiderio di autodistruzione, che fa spavento. Cosa possiamo fare? Prendersela con la movida in fondo non serve, fatto salvo il rispetto della legge e dei diritti. Bisogna ricostruire il tessuto della società, riscoprendo i valori veri, civili e religiosi. In questo senso la dimensione educativa, che si realizza non solo nella scuola o in parrocchia, ma anche in famiglia, e mediante la testimonianza di vita di ciascuno, è fondamentale. Per questo la Chiesa italiana ha scelto l’educazione come tema portante della sua azione pastorale in questo decennio.Èuna sfida culturale, ma appartiene alla stessa missione cristiana: far sì che ogni uomo possa incontrare Dio, scoprendo la forza trasformante del suo amore e della sua verità, in una vita nuova caratterizzata da tutto ciò che è bello, buono e vero.



"Così si uccide il centro storico"

(Otto Pagine) - Benevento – E’ un coro unanime di proteste: non solo le regole del progetto “Movida”, ma anche i metodi di applicazione, troppo da “sceriffi” secondo i gestori dei locali, vengono stigmatizzati nel “day after”. Il titolare dell’Opera di Piazzetta Vari, Gino Cocozza, infatti commenta: «La situazione è assolutamente assurda: quando non si riesce a gestire un problema la via più semplice è la repressione, ne prendiamo atto». Cocozza, inoltre, critica i metodi con cui si è chiesto di far rispettare le norme: «E’ arrivata una persona in borghese, con atteggiamento da sceriffo, e senza qualificarsi ha preteso che la musica venisse spenta. Preciso che mi sono attenuto alle regole senza dir nulla: non ho rifiutato di abbassare la musica, non ho preteso di tenerla accesa. C’era tanta gente che può confermare». Ne ha anche per l’assessore al Commercio, Nicola De Luca, il titolare dell’Opera di Piazzetta Vari: «Dovrebbe essere il nostro sindacalista, invece sembra più ambire a fare il questore o il prefetto». Come Razzano anche Cocozza rifiuta l’associazione movida uguale violenza: «Che cosa c’entra? Se così fosse allora si dovrebbero chiudere tutti i luoghi in cui avvengono litigi o scontri: discoteche, stadi… Non capiscono che è una questione di rilancio: l’amministrazione dovrebbe capirlo. In questo modo invece non si fa altro che espellere la gente dal centro storico, è un’operazione completamente sbagliata. Ci dovrebbero ascoltare un po’ di più, invece, se un consiglio comunale decide all’unanimità di varare queste regole vuol dire una cosa sola: i consiglieri non vivono questa città». Ipotizza una manifestazione di protesta, ma pacifica, Cocozza: «L’idea è di mobilitare tutti, tenendo chiusi i locali, per riappropriarsi del quartiere: una serata di gioia e divertimento per dire che la movida è gioia, non delinquenza».
Benevento – E’ un coro unanime di proteste: non solo le regole del progetto “Movida”, ma anche i metodi di applicazione, troppo da “sceriffi” secondo i gestori dei locali, vengono stigmatizzati nel “day after”. Il titolare dell’Opera di Piazzetta Vari, Gino Cocozza, infatti commenta: «La situazione è assolutamente assurda: quando non si riesce a gestire un problema la via più semplice è la repressione, ne prendiamo atto». Cocozza, inoltre, critica i metodi con cui si è chiesto di far rispettare le norme: «E’ arrivata una persona in borghese, con atteggiamento da sceriffo, e senza qualificarsi ha preteso che la musica venisse spenta. Preciso che mi sono attenuto alle regole senza dir nulla: non ho rifiutato di abbassare la musica, non ho preteso di tenerla accesa. C’era tanta gente che può confermare». Ne ha anche per l’assessore al Commercio, Nicola De Luca, il titolare dell’Opera di Piazzetta Vari: «Dovrebbe essere il nostro sindacalista, invece sembra più ambire a fare il questore o il prefetto». Come Razzano anche Cocozza rifiuta l’associazione movida uguale violenza: «Che cosa c’entra? Se così fosse allora si dovrebbero chiudere tutti i luoghi in cui avvengono litigi o scontri: discoteche, stadi… Non capiscono che è una questione di rilancio: l’amministrazione dovrebbe capirlo. In questo modo invece non si fa altro che espellere la gente dal centro storico, è un’operazione completamente sbagliata. Ci dovrebbero ascoltare un po’ di più, invece, se un consiglio comunale decide all’unanimità di varare queste regole vuol dire una cosa sola: i consiglieri non vivono questa città». Ipotizza una manifestazione di protesta, ma pacifica, Cocozza: «L’idea è di mobilitare tutti, tenendo chiusi i locali, per riappropriarsi del quartiere: una serata di gioia e divertimento per dire che la movida è gioia, non delinquenza». - See more at: http://benevento.ottopagine.net/2013/08/05/cosi-si-uccide-il-centro-storico/#sthash.2RKRZrFh.dpuf
«Così si uccide il centro storico»
«Così si uccide il centro storico»

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