lunedì 28 giugno 2010

LA PAPESSA


Vedere questo film è stato per me emozionante, e vi assicuro che avrebbe meritato ben più dei quattro gatti che c’erano in quel cinema (dico quattro proprio per dire che eravamo quattro persone in tutto), dove nelle settimane scorse c’è stata la ressa per filmetti stupidi come “Sex and the city”. Opportunamente, la signora a me di fianco commentava: “Questa è proprio l’epoca della povertà: morale, culturale, spirituale”.
La particolare vicenda (frutto della fantasia popolare romana) dell’unica donna che, secondo la leggenda, ha ricoperto il soglio di Pietro, si dipana attraverso ingiustizie secolari, che vogliono il “sesso debole” sottomesso all’uomo, senza alcun diritto di istruirsi perché “incapace” ed “inferiore”, e che, quando lo fa, è perché ispirato dal demonio.
Siamo nella Franconia del IX secolo d.C. . Giovanna nasce nello stesso giorno in cui muore re Carlo Magno. Suo padre è un prete e sua madre un’umile donna senza istruzione. Vivono nella miseria nera di un villaggio sperduto, nel quale, un giorno, arriva il vescovo Esculapio, docente della Cattedrale, dove il padre di Giovanna vuol far studiare uno dei suoi due figli maschi. Giovanna, dotata di una mente acuta e logica oltre ogni misura, in segreto (il padre prete non accetterebbe) ha già imparato da uno dei fratelli a leggere e a scrivere. Affascinato dalla sua intelligenza e dalla sua sapienza biblica, Esculapio la prende sotto la sua protezione, insegnandole anche il greco. “Non voglio che i tuoi talenti rimangano sprecati”, le dice.
Nel film è ben tratteggiata la figura del di lei padre prete, dispotico e fanatico, e quella della madre amorevole che le insegna l’arte di curare con le erbe, dote che le servirà, una volta giunta a Roma per un disegno provvidenziale, per curare il papa in persona (Leone IV), affetto da una terribile gotta.
Lo stesso papa che lei salverà dall’invasione dei soldati di Lotario, col trucco delle porte del Vaticano che si chiudono agli invasori per volontà di Dio (mentre invece si tratta di un congegno progettato da ingegneri).
Dopo essere vissuta per anni e anni come un uomo nella comunità di monaci di Fulda, Giovanna ascende al soglio pontificio, spuntandola – a sua insaputa - sugli altri due contendenti.
Nel frattempo di lei si è innamorato il nobile cavaliere che l’aveva accolta adolescente nella sua casa per farla studiare. Un amore difficile. L’uomo è già sposato e la moglie, per scacciare il pericolo, vuol far sposare Giovanna ad un umile fabbro, volgare e senza istruzione. Ed il piano quasi riesce, se non fosse che i Normanni irrompono nella chiesa, mandando a monte il matrimonio e perpetrando ai danni dei presenti un’orrenda carneficina.
Il cavaliere, per tutta la vita, si contenderà con Dio in persona la donna. E poi morirà, per difendere Giovanna da degli emissari inviati da Anastasio (uno dei contendenti al soglio pontificio). Lei, invece, nella ricostruzione filmica (un po’ diversa dalla storia narrata) morirà dissanguata, di parto, nel corso di una processione papale. La sua fine incarna la duplice vocazione di Giovanna, definita, per la sua benevolenza, “pontifex populi”: quella di donna di Dio e quella di madre.
Il film è un vero e proprio colossal, che cattura e vola via in fretta. Scene ben girate, incipit ben concepito, centinaia di figuranti per scene di guerra e devastazione, ottima scelta sui costumi d’epoca e ambientazione storica.
Dopo la pellicola su Ipazia, anche qui si vede bene come nel corso dei secoli, l’intelligenza femminile sia stata sempre repressa e soffocata dall’invidia penis (in senso figurato, ovviamente) degli uomini.
Che in nome della presunta superiorità del loro sesso hanno invocato e variamente interpretato la volontà di Dio per giustificare i misfatti contro donne perpetrati nella storia.

venerdì 25 giugno 2010

IO DEL CALCIO...

... ME NE IMPIPPO!




In un raro momento di calma dalla correzione delle terze prove, con la collega di lettere di cui ho scritto prima (per me costei sta diventando un mito), si discute della difatta calcistica della nazionale.

"Che vuoi che mettesse in campo, Lippi? Non aveva nulla. Ormai i campioni sono tutti stranieri. Io penso che uno dovrebbe avere il coraggio di andare in pensione quando è circondato dalla stima. Adesso Lippi sarà ricordato solo per questo!".

giovedì 24 giugno 2010

SLANG

Dopo due giorni di correzione collegiale dei compiti di italiano (1^ prova maturità) ho le traveggole davanti agli occhi.
Per fortuna sono in compagnia di una simpatica commissaria esterna, prossima alla pensione, occhi intelligentissimi e vivaci, di un bell'azzurro, che mi racconta cose piemontesi e che corregge con molto scrupolo quanto scritto dai maturandi.


In un tema appare la parola "pura felicità". Lei sottolinea.
Il giorno dopo, in un altro tema, è la volta di "pura curiosità".
- "Di nuovo?!?", si chiede stupita la commissaria, che sottolinea l'espressione. Ed aggiunge, con calma serafica:
- "Si vede che è uno slang che va di moda".
I giovani hanno voglia di purezza?

LE 5 FRASI DA NON DIRE MAI AL CAPO


Fausta Chiesa

Su una cosa non c'è dubbio: non esiste modo migliore per farsi licenziare se non dire un bel "vaffa" al proprio capo. La cosa è talmente certa che a nessuno verrebbe in mente o avrebbe l'istinto di fare. Ma sul posto di lavoro ci sono altre frasi e parole che al capo suonano fuori luogo e che gli fanno pensare male, ma proprio male, sul conto del suo collaboratore. Probabilmente nessuno ha un capo tremendo come il megadirettore galattico del ragionier Fantozzi, più volte sottoposto alla prova della poltrona sacco su cui era costretto a sedersi. E di sicuro non conviene nemmeno avere un comportamento ossequioso in stile fantozziano e dire "Mi scusi, venerabile maestà? Disponghi di me come meglio vuole! Mi concedi l'onore di essere il suo umilissimo servo! Com'è umano lei!". Ma è bene conoscere quelle 5 frasi sbagliate che il capo proprio non vuole sentirsi dire.

1. Non è colpa mia
Qualcosa è andato storto con il lavoro e il capo ti convoca. Se c'è una frase che non vuole sentire è "Non è colpa mia". Quando si lavora ai manager non interessa sapere di chi è la colpa e nemmeno avere davanti a sé qualcuno che tenta di discolparsi. Ai leader in genere così come ai manager non importa sapere chi è stato la causa di un problema, ma interessa trovare chi sappia risolvere la situazione. L'atteggiamento giusto è quello di spiegare quali problemi si sono incontrati sul lavoro e proporre alcune soluzioni per il futuro. tentare di scaricare la responsabilità di qualcosa, in più, può dare fastidio perché riflette una mentalità infantile.

2. Non serve che nessuno mi insegni
Tutti hanno da imparare qualcosa e nessuno è così bravo da poter pensare di non avere bisogno di alcun insegnamento o consiglio. La frase, oltre che supponenza, indica un cattivo rapporto di fiducia con gli altri colleghi e scarsissima disponibilità alla collaborazione, qualità che invece è particolarmente apprezzata sul posto di lavoro. L'atteggiamento migliore? Mettersi subito in ascolto, condividere le proprie esperienze e ringraziare dello scambio di opinioni.

3. Posso fare solo una cosa alla volta
Altra frase che denota un cattivo rapporto con il capo e un sentimento di avversione nei confronti del lavoro. Al di là del fatto che è possibile anche fare più cose alla volta, se quello che intendevi dire è che sei già molto impegnato con un lavoro più urgente e più importante non ti rimane che dirlo in modo molto calmo e dettagliato. Per non essere criticati dai capi, contano i fatti: se un lavoro non si può fare perché già se ne sta facendo un altro è inutile rispondere con una frase fatta. Serve concretezza, cioè descrivere ciò che si sta facendo calcolando il tempo necessario per finire.

4. Non è un mio problema
Dire apertamente che non si è coinvolti da una problematica che si verifica sul posto di lavoro è una di quelle affermazioni che suonano come un "campanello d'allarme" serio. La frase mostra un disinteresse totale per il lavoro e suona anche come una provocazione, che nasconde un dissapore o una incomprensione precedenti. Al contrario anche se la questione non riguarda direttamente il proprio compito, è bene e utile mostrare interesse e volontà di aiutare

5. Tengo famiglia
Sei arrivato in ritardo per l'ennesima volta perché hai portato il bimbo all'asilo? Che tu abbia sette figli e una moglie da mantenere non interessa a nessuno o comunque non è un argomento valido per pretendere di avere un trattamento di favore sul lavoro. Gli impegni di famiglia sono problemi tuoi, non del tuo capo. In alcuni casi le ragioni familiari ancora sono riconosciute, ma in questo caso vale la regola dell'equilibrio: mai approfittarne. A lamentarsi potrebbe non essere il tuo responsabile, ma il collega della scrivania accanto...

domenica 20 giugno 2010

QUELLI CHE SANNO SOGNARE...


Preferisco essere un sognatore tra i più umili, con visioni da realizzare, piuttosto che un signore tra coloro che non hanno sogni né desideri.


KAHLIL GIBRAN

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